L’accadimento Alfa

Gualtiero la sovrastava. 

Oltre le sue spalle, arrampicata sulla cupola vertiginosa della Mole, la serie di Fibonacci scioglieva la sua sequenza direttamente nelle nuvole.

– Ascolta, un rumore – disse Ada provando a disincagliarsi. 

Gualtiero però la strattonò, costringendola ad abbracciarlo per non cadere. 

– Lascia stare queste stronzate, – disse, stringendola più forte a sè. 

– Mi vuoi sposare? –

   Ogni tanto qualcuna partiva. 

Era iniziato dopo pochi mesi: uscivano per provare a comprendere le condizioni che avevano configurato il sistema. Lo facevano alla spicciolata, tutte poi rimproverandosi.

Come è successo? dicevano.

La prima piangeva. Negli occhi le erano lampeggiate scene di quando ancora stava coi suoi. Ricordando quell’ armonia era risultato evidente che a lei non sarebbe toccata mai; le notti bianche a chiacchierare erano già  finite,  lui alle nove dormiva 

Di che ti lamenti, diceva. È come se fossi sola.

La seconda non sopportava che fosse lui a spiegarle la gravidanza. Le accarezzava il ventre come fosse un animale, la preparava. Il seno tirava e lei lo ascoltava, il corpo cambiava e lei annuiva, annuiva, annuiva. Se per caso si innervosiva, lui la placava.

Stai calma, diceva, pensa al bambino.

La tenerezza le pesava addosso facendola scomparire, e lei tornava all’accadimento ripetutamente, maledicendo sé stessa e la parola data.

Intorno al terzo anno ci fu quella che ebbe coraggio. Ripercorse la strada, tutta intera, al contrario. Aveva raccolto informazioni, indizi, perlopiù frammenti che venivano liquidati perlopiù come sciocchezze, consolazioni, fantasticherie. Eppure, l’accadimento Alfa le riguardava tutte; alcune, all’insaputa delle altre, si permettevano addirittura di chiamarlo apertamente l’Errore. Potessimo tornare indietro, sibilavano nascoste nel rumore lavatrice o nel pianto dei bambini. 

La quinta uscì di proposito e ritrovò quelle che l’avevano preceduta nelle vie brumose. Si stringevano le une alle altre, le mani attorno alle spalle nude.

Me ne sarei dovuta andare, dicevano.

Avrei dovuto ascoltare. 

Ci fu la volta che ormai avevano perso il conto di quante fossero e si presero a braccetto. Fu l’ultima arrivata a iniziare: infilò una mano sotto il gomito vellutato della prima e il gesto si propagò identico per ognuna. Si stupirono di portare la stessa sfumatura di biondo, di avere tutte una simile forma del viso.

– Saliamo! – disse Gualtiero. 

Aveva detto sì. Cosa poteva fare per tornare indietro senza farlo arrabbiare, senza sembrare una zoccola? Lui le aveva infilato le mani gelide sotto la giacca, frugando tra la pelle e la canottiera. 

Lei non aveva fiatato.

– Aspetta… – disse. Dal vicolo qualcosa chiamava.

– Cos’è, mica avrai cambiato idea? –

– È che…mi pareva di aver sentito un rumore… –

– Ma piantala! Saliamo piuttosto, che ho voglia! –

Una uscì quando lui fece storie per l’ordine dell’armadio.

È una roba da donne, disse. 

Aveva sempre pensato che un uomo che non l’avesse aiutata lei non lo avrebbe voluto, ma si chinò ugualmente,  assistendo impotente al proprio orgoglio che si piegava. Abbracciò piangendo le giacche di lana ispida, sentendo l’orlo morbido dei fori che le tarme avevano scavato indisturbate, perché nessuno in quella casa, fino a quel giorno, aveva mai riordinato.

Una scappò durante un festeggiamento, guardandolo negli occhi, occhi in fondo così belli. 

– Ridi, amore, ridi! Dieci anni di matrimonio e sembri a un funerale! –

Fu affondando che incassò il rimprovero.

 I figli guardavano, c’erano gli amici, i parenti. 

Ada obbedì.

Trovò un nuovo spazio dentro di sé, nascosto. Per questo, sorrise uscendo, sorrise mentre alzava il calice in alto, gridando meccanicamente Evviva! 

Anche in quel momento sorrise, e poi, mentre posava le labbra su quelle di lui, Ada sparì. 

Fu velocissima, subito lontana. I pensieri divennero strade e incroci e crebbero attorno a lei i vicoli e i palazzi, e i platani nei vialoni, sempre stati come erano: altissimi.

L’ultima uscì a fatica.

Aveva imparato a non fidarsi di sé stessa, della rabbia dei primi anni, della giovanile stupidità. Tutte quelle che erano partite le compativa.

Stava ben coperta davanti alla televisione, senza ascoltare più niente. Uscì per scherzo, per noia, per tutte le volte che aveva fatto quel giochino di tornare al momento in cui tutto era iniziato.

 L’Errore, pensò, l’Accadimento. 

Aprì il plaid e fu subito sotto gli alberi, a fissare come la prima sera i  numeri al neon che decoravano la Mole. 

Uno, due tre, cinque, otto. L’ultima cifra si sommava implacabilmente a quella che la precedeva stampandosi nel cielo con un riflesso rossastro. 

Tredici anni, si disse, senza nascondersi lo sgomento.

Le altre la riconobbero da lontano. 

Le corsero incontro e la circondarono, benedicendo il suo arrivo. Poi il gruppo si aprì: tra tutte emerse una donna bionda, uguale a come Ada si era vista solo in sogno.

Fu chiaro subito che lei era il capo, la fine e l’inizio. 

Finalmente, disse. 

Possiamo procedere.

Aveva sul mento il suo stesso neo, sul collo la stessa cicatrice.

Sono Ada, disse. Lo siamo tutte. 

La donna la abbracciò, le accarezzò le spalle, la schiena, il volto, fece in modo che sentisse bene chi era. Poi alzò le mani e lasciò che ognuna gridasse chi era, incitandole  come se incontrarsi scalze nei vicoli fosse una vera festa, e forse per questo, per i piccoli sassi e il freddo che stringeva alle ginocchia, per i capezzoli duri e le occhiaie, per l’utero dilatato e l’amarezza che le voci si alzarono veloci tra le pareti gonfie di umidità. Fu solo per sbocciare libere nel vialone senza nessuna vergogna, che accadde. 

– Mi chiamano! disse Ada.

– Ma chi vuoi che ti cerchi, tesoro…- 

Gualtiero le strinse la mano, ma Ada si divincolò da quel broncio che all’inizio un po’ le piaceva. 

– Ma davvero non senti? – disse accennando alla zona scura con l’indice teso.  Ada attraversò la strada di corsa. Non si voltò, e per questo non vide che Gualtiero era rimasto impalato e la fissava, rimpicciolendo man mano che lei avanzava. 

 Nella fessura vuota tra le due case delle voci di donna ripetevano una all’altra il suo nome, che era breve, ma per essere pronunciato intero aveva richiesto moltissimo tempo. 

Un racconto di Giorgia Mosna

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