A giugno non li sento mai.
Nidi e tribunali sono ancora aperti, e matrimoni e saggi di fine anno incastrano tutti i weekend.
A luglio viaggiano altrove. Un tempo erano ospiti fissi dei villaggi sullo Ionio, ma si narra che di recente
abbiano colonizzato le montagne del Nord.
Il tavolo Oliva si è spinto ben oltre la barriera dell’A24, trapiantandosi sulle cime del Trentino, con tutte
quelle pendenze e nessuno a cui ordinare il caffè del nonno.
Eppure, ad agosto tornano sempre.
Qui da qualche parte, ereditata da mariti, genitori o notabili acquisiti, o costruita abusiva da scampoli di
antenati dell’aristocrazia napoletana, mantengono il possesso di una seconda casa. Il loro cimelio
inestimabile. L’unico vero totem che impedisce loro di litigare per almeno venti giorni, accorpandoli
devoti in un unico conglomerato chiassoso: gli Oliva.
Al di fuori della villa, trattano l’intera Isola come una trombamica garantita, il ripiego abbordabile in
motoscafo deputato a soddisfare ogni esigenza.
«Ciro, Ciro! Un’altra minerale, sai già».
«Naturale con ghiaccio, arriva subito», accorro.
A sbraitare è la dottoressa Oliva, ginecologa in pensione, matriarca assurta ormai a venerabile nonna,
regina assoluta della routine balneare. Infatti avevo già riempito il secchiello, e chiesto a Fabrizio di
tenerle da parte la crostata di fragoline delle undici. Porto tutto al suo posto: l’unica sedia a sdraio dietro la
fila di lettini della famiglia, dove la capobranco può rimanere seduta a parlare senza sosta con vittime
casuali, lacchè o habitué di turno, tutte rispettosamente in piedi.
«Ciro, mi leggi sempre nel pensiero», si piega in avanti per addentare la crostata. «Ieri, senza di te, qua
non si capiva niente. Le graffe non arrivavano, e ci hanno pure spostato più in là».
Sorrido, e intanto porto via i caffè delle dieci e trenta.
In tutto il periodo degli Oliva, il mio mercoledì di festa diventa un qualcosa di cui farmi perdonare. Tutto
per un’unica mancia di fine soggiorno, che non si avvicina neppure alla metà di quella di un americano
medio in una singola mattinata.
Eppure amo il mio lavoro. I piedi nudi tra la sabbia e i sassolini. Vegliare su un mare per natura
indomabile, e sugli ospiti per natura incontentabili. Ascoltare entrambi, e calarmi nei loro rituali. Issarmi
come punto di riferimento, il nostromo del lido a cui domandare a che ora il sole scapperà dietro le rocce
della baia, lasciando i costumi bagnati in balia del maestrale.
Ma soprattutto, amo il mio lavoro perché c’è lei.
Ad agosto, non manca mai.
Sguscia clandestina, senza affittare lettini, e si arrampica sugli scogli oltre il perimetro del lido. Lei e il
suo libro in copertina rigida sbiadito dal sale. Si insinua tra le rocce, al riparo dagli sguardi, come una
caletta nascosta che non andrà mai in concessione a nessuno.
«Ciro, quando puoi accendi il gonfiatore per Teresina?»
Annuisco, so dove pescare la ciambella della mini Oliva nel marasma del deposito. Vado a prenderla e la
riporto già gonfiata.
È questo che vogliono.
Ma io voglio te, e non so chi sei.
Fabrizio del bar scommette sull’araba straricca, ben istruita e con la fissa per l’Occidente, figlia di qualche
Emiro col panfilo in rada e controllata a distanza da uomini di scorta, pronti a mettere chiunque faccia il
damerino nella lista nera del Califfato.
Queste cose succedono.
Secondo me sei una studiosa di lettere orfana, costretta da una zia a passare le vacanze in un posto chic
che non ti rispecchia.
Prima o poi troverò il coraggio di salutarti, e allora saprò.
«TAVOLO OLIVA», annunciano da sopra la palafitta.
Ecco l’attimo in cui la mandria abbandona l’oasi. Si stacca tutta insieme dall’abbeveraggio, da lettini e
canotti, e si accalca sgraziata ancheggiando sul pietrame umido, sospinta dal richiamo ancestrale della
parmigiana di melanzane.
«Ciro, oggi è un giorno speciale», dice la dottoressa Oliva, abbarbicata al corrimano.
Ma il mio sguardo viaggia oltre il suo cappellino fiordaliso.
Dietro la caletta spunta il libro, ma senza nessun corpo. Niente curve, neanche per mare.
Dove sei, Sirena mia?
«Conservaci una torta di mandorle. Mia nipote a Settembre si laurea in legge!»
Annuisco, col sorriso collaudato. Basta che salite. Andatevene al vostro tavolo, quello affacciato a Ovest,
così vedete il Vesuvio. Fabrizio vi ha già messo in fresco la Falanghina di Marisa Cuomo.
I fritti stanno friggendo.
Lasciate la spiaggia, così posso cercare lei.
Non voglio aspettare un altro anno.
Salgono anche i rampolli Oliva, quarantenni dallo studio avviato con più pancia che spalle. Seguono
mogli e compagne semi modelle con annessi figli, dal tono di voce medio che sfora i limiti dell’ASL. Mi
sfilano tutti davanti, con le loro infradito e i capelli increspati.
Finché non vedo te.
Spunti per ultima, col pareo che svolazza.
«Vieni avanti, Marisa!»
La voce della matriarca Oliva mi sferza come una frustata.
«Ecco la nostra futura dottoressa. Oggi pranzi con noi, che ti festeggiamo!»
Rimango impalato, come le aste dei nostri ombrelloni cementati in vecchi pneumatici dipinti di bianco, e
lascio che la bocca si muova da sola.
«Ciao», mormoro.
Ma lei si volta solo un momento, e la sua faccia è nascosta dietro l’indice che poggia sul pollice.
«Un’acqua naturale a temperatura ambiente, in vetro, e un’insalata con avocado».
Fabrizio sta ancora ridendo.
Un racconto di Paolo Federico
Illustrazione di Babsie

