«Una tristezza così non la sentivo da mai, ma poi la banda arrivò e allora tutto cambiò». La Sindaca canticchia osservando le majorettes e la banda marciare al ritmo del brano. I gabbiani urlano in lontananza, il sole si riverbera sugli edifici bianchi, la brezza marina sfiora le palme arse.
La Sindaca controlla l’orologio: sono le sei e cinquantacinque. Si aggiusta la fascia tricolore e incrocia lo sguardo della Mazziera, che fischia facendo roteare il bastone. Alle sette c’è l’inaugurazione del nuovo palazzo comunale, ma la Sindaca resta lì, in piedi a bordo strada, con tacchi a spillo e i capelli raccolti.
Qualcosa vibra nella borsa: è il suo Vice. La Sindaca chiude la chiamata e torna alle maestrie della Mazziera. Il cappello dorato si confonde con i capelli color grano, la piuma verde ondeggia a ogni colpo degli stivaletti lucidi sull’asfalto. La camicetta e la gonna si adattano ai movimenti degli arti come una seconda pelle, la giubba si gonfia e si sgonfia all’alzarsi e abbassarsi delle braccia.
La Sindaca ha undici anni, i genitori la tengono per mano, sua sorella maggiore sfila tra le majorettes scintillando nel completino verde-oro. Poi l’incidente, il coma, i funerali, la casa vuota, l’adolescenza in campagna con i nonni. E trent’anni a rincorrere bande e majorettes in giro per l’Italia, a rievocare quell’ultimo ricordo felice.
Il cellulare squilla, è ancora il Vice. La Sindaca spegne l’apparecchio e resta a fissare le impronte sudate sullo schermo. Lo scirocco soffia caldo e odoroso di pesce, mulinelli di foglie secche si staccano da terra. La Sindaca sorride a una bambina sporca di zucchero filato, ripensa alla sua tesi di laurea in Psicologia: “La parata interiore. Effetti della banda sugli stati depressivi cronici”.
Ha impiegato tre anni per scriverla. È volata persino in Brasile per intervistare Chico Buarque de Hollanda, autore della canzone “A banda”, interpretata in italiano da Mina. La Sindaca ha dedicato al pezzo almeno cinquanta pagine. Ne ha analizzato il significato e ha confrontato il testo originale con le traduzioni, constatando una perdita di intensità in tutte le lingue diverse dal portoghese.
Il punto è, riflette tra sé e sé la Sindaca, che la banda passa con le sue majorettes e trasforma la città in un’enorme festa, poi la musica finisce e tutto torna identico a prima. Sembra quasi che non ci sia stata nessuna parata, però, a ben vedere, l’aria ha un sapore diverso. Le particelle conservano tracce di felicità perduta. Dove prima c’era solo oppressione, adesso c’è un ammasso triste e lacerato dal timore che non si sarà felici mai più. Questo nella versione italiana non c’è.
La banda avanza sulle note di “Romagna mia”, le majorettes zampettano agitando le mazze e strizzando le labbra rosso fuoco. «A che ora finisce?», domanda una signora. ««Non lo so», risponde un’altra. «Hanno detto che smettevano quando arrivavano in fondo alla via.»
La Sindaca si volta di scatto, sente le tempie pulsare, la bocca asciutta: la fine della strada è vicina. Respira forte e si fa largo tra la folla, sgomita, scansa persone, calpesta alluci, finché non raggiunge la testa del gruppo. La Mazziera la scorge con la coda dell’occhio, accenna un saluto mentre fischia il passaggio all’ultima canzone.
Alla mente della Sindaca si riaffaccia la figura della sorella, le ginocchia alte, il portamento fiero, i pompon luccicanti che le amiche hanno voluto infilare nella bara. Mancano circa due metri al termine del corteo quando la Sindaca si getta sull’asfalto. «Continuate, continuate!», urla alla Mazziera, che con un soffio insicuro nel fischietto impartisce l’ordine di marciare sul posto e non interrompere il concerto.
La Sindaca ride sdraiata sul cemento in ombra, carico di umidità. Si contorce, a volte tossisce per la saliva che le va di traverso. La Mazziera chiama di nuovo “La banda”, la Sindaca canta, grida: «La banda non deve mai smettere di suonare!».
E ride, ride quando i Carabinieri la trascinano via e la banda strimpella ancora, quando l’appuntato la spinge in macchina, quando sviene immaginando le majorettes incedere sopra di lei con gli stivaletti lucidi dai tacchi bassi, una fanfara in sottofondo.
Un racconto di Marta Grima
Illustrazione di Giorgio Luppino

