Che ora è? Quali sono i rami migliori? Mi hai detto quelli secchi. Come faccio a distinguerli dagli altri?
I rami secchi si spezzano. I rami freschi si piegano. Sono umidi. Flessibili. Annusali. Sanno di vita acquosa, di muschio.
Che giorno è? Com’è oggi la luce? Dove portiamo questi rami?
Li portiamo nel punto che ho deciso. Ora bisogna trovare le pietre. Devono essere grandi e regolari. Tu hai il compito di cercarle. Quando le avrai trovate, le prenderai e le porterai lì, nel punto che ho deciso.
C’è un momento in cui appare l’immondizia. Non è un cumulo, è una radura, un paesaggio. Non ci sono solo scarti. Quelle sono rovine. Di alcune case restano pezzi di muro, pareti affrescate, un lembo di tetto. Chi le abitava? Chi di noi le abitava? Mattoni.
Sono le nostre pietre.
Prendi i mattoni e nel punto che hai deciso fai un recinto per proteggere il legno. Strappi il giornale e incastri le pagine fra i rami.
Adesso allontanati. Allontanati il giusto, il tempo della vampata.
Metti l’alcol, la fiamma si spande da te verso il ventre della catasta. La carta si incendia per prima.
A questo serve la cronaca, ma un giorno imparerai a misurare la vampata. Adesso c’è il fuoco. Fin quando ci sarà il fuoco, tu gli starai vicino.
°°°
Era la luce di un primo pomeriggio. Facciamo autunno, settembre. La scuola era iniziata da poco. Avevo sette anni, forse otto. Avevo detto del tuo arrivo ai miei compagni. Avevo detto che l’uomo con i baffi mi avrebbe portato nel bosco, con le provviste da cuocere.
Il fuoco è pericoloso, ma non averne paura. Puoi domarlo, contenerlo, non è solo distruzione. Basta che tu ne abbia cura.
Serve per scaldarsi?
In altri tempi. Qui non fa freddo. Si può mangiare sotto il sole, seduti sul prato o sotto il gelso. Qui le nostre ciotole sono le foglie del fico.
Mi mostri quello che hai portato. Abbiamo tutto. Se ci perdessimo non moriremmo di fame. Mi insegni come disporre la materia. A questa temperatura diventerà cibo. Potrei bruciarmi, mi hai detto non avere paura. Adesso che l’incendio è mutato in brace non ci resta che aspettare.
Quanto durerà l’attesa? E se arriva il buio? Una tempesta? Le rovine non sono un riparo. O lo sono?
Non metterti mai sotto un albero quando piove. I fulmini diventano un fuoco che non puoi controllare. Se non c’è vento lascia che l’acqua ti bagni. Stenditi e guarda il cielo che cade. La terra emana un nuovo profumo. Nuovi animali. Tutto odora di mutamento e giovinezza. Apri la bocca e lascia entrare le gocce.
Ma se si alza il vento avvicinati alla montagna. Appoggia la schiena al costone e cerca di restare asciutto. Poggia l’orecchio sulla roccia e ascolta.
°°°
Pensiamola come la luce di una mattina. Immaginiamo che era maggio. Forse la scuola stava per finire. Forse era già estate nel bosco. Avevo sette anni, o forse otto. A scuola avevo detto che eri un uomo con i baffi. Vivevi al nord, nella città, ma venivi al sud per accendere il fuoco.
Un giorno quell’uomo è arrivato per portarmi via.
Vieni con me. Nel bosco è proibito restare.
E la roccia? E la vampata?
Potrai dire di averle conosciute.
°°°
L’ho vista: la città era la città, e nel trambusto l’aria era immobile.
Ho studiato tanto in città ma non ho imparato. Ho visto alberi senza terra, giornali che accendono un fuoco liquido: avvelena e non arde mai.
Cammino tra i cantieri, su strade affollate, seguo binari che portano sempre allo stesso indirizzo. Qui è pieno di nuove creature, eppure è solo un panorama.
Facciamo che è gennaio, forse febbraio. Ma sul fatto che i tuoi baffi sono bianchi non ci sono dubbi. Anche stasera paghi tu e non sono provviste. È finito il senso delle provviste, qui non c’è spazio per le rovine, le scarpe lasciano impronte di macerie. Qui l’inverno è una stagione, non un mutamento, e l’aria ristagna nelle strade dall’ora delle industrie. È cambiato tutto ma niente cresce.
Avremmo potuto resistere, ma nella città ci siamo persi.
Dimmi se questo cibo è materia che vuoi masticare.
Se questo tavolo è il legno che avevamo raccolto.
Se questa è la pioggia che avremmo bevuto se fossimo rimasti al costone di quella montagna.
Tendi una mano fuori e percepisci insieme a me il gelo di un luogo che non arde mai.
Mi riporterai nel bosco. Scaverai sotto il gelso. Oppure mi brucerai lì, sulle radici.
Avremmo dovuto resistere.
Un racconto di Marco Morana
Illustrazione di HorusRa

