La fotografia

Aveva fatto un backup di tutte le sue foto e, meticolosa com’era, le aveva ordinatamente archiviate in una cartella. “Lui”, l’aveva chiamata.

Non ce la faceva, a chiamarlo per nome, dopo che lui l’aveva lasciata. Il tempo guarisce, si sa, ma dai sei ancora giovane e bella. Forse per il momento Sandra non si sentiva né giovane né tanto meno bella, ma solo un pezzo di carta inutile accartocciato e dimenticato su una scrivania o, peggio, dentro un cestino.

Aveva solennemente giurato a sé stessa che prima o poi avrebbe cancellato le foto di lui, forse più poi che prima, ma si era anche ripromessa che, in attesa di averne il coraggio, non le avrebbe più guardate. E fino a quel giorno aveva rispettato la promessa, anche se era stato come la pubblicità del “ti piace vincere facile?”: il dolore era troppo forte per poter sopportare di ritrovarselo davanti agli occhi.

Ma erano passati tre mesi da quel pomeriggio in riva al mare quando lui, come nel peggiore dei romanzi rosa, se ne era andato. Così Sandra quel giorno si sentì un po’ più sicura di sé e, in una pausa di lavoro, rinunciando al solito caffè con le colleghe, restò in ufficio, prese lo smartphone e aprì la cartella intitolata “Lui”.

Sapeva bene quale foto avrebbe cercato. La sua preferita.

Lui, in costume, seduto sulla sedia in legno della sua casa al mare: torso nudo, pelle appena abbronzata.

Lui che guardava la fotocamera, con quel sorriso storto e beffardo che la svalvolava.

Lui, e il vederlo le sciolse le viscere. Calde lacrime iniziarono a cadere sulle bolle da fatturare, sfumando l’inchiostro che raccontava di colli e bancali. Il cuore tornò a far male, come se fosse stato gettato in un frullatore. 

Sapeva che avrebbe dovuto chiudere la foto, ma Sandra non riusciva a smettere di guardarlo: cercava in affanno l’aria, e intanto continuava a farlo. Guardava gli occhi nei quali amava perdersi, le leggere lentiggini sulle guance, il naso dritto ed elegante, le labbra e no dai lasciamo perdere le labbra, e il sorriso: il suo sorriso, così storto e beffardo…

Sto piangendo talmente tanto che lo vedo un po’ più storto e un po’ più beffardo del solito, pensò Sandra. L’inizio di un secondo pensiero legato al primo non fece in tempo ad affacciarsi che, finalmente, la mano decise di obbedire al cervello spegnendo lo smartphone. Sandra rimase un attimo lì, davanti allo schermo finalmente nero, in bilico tra il pensiero oramai svanito e il groviglio di rabbia mancanza dolore che sentiva dentro. Si alzò, andò in bagno, si rinfrescò, ritornò… il telefono riprese a suonare e lei ricominciò a sopravvivere.

La sera Sandra tornò a casa. Come tutte le sere, si fece una doccia e si preparò la cena e, come tutte le sere, stava per accedere a Netflix, quando cambiò idea e riaprì la cartella.

Sono masochista, non mi è bastato oggi?, si chiese ad alta voce, ma in realtà sapeva che non era solo il desiderio di lui che la foto aveva risvegliato…era quel pensiero, fugace e allo stesso tempo concreto, volato via troppo presto. 

Aprì la foto e lui era sempre lì, diomiotroppobellodasvenire, e con lui il suo sorriso – il solito storto sorriso beffardo. Tutto normale. Okay dai Sandra, basta con queste foto, si disse, spegni e stop.

Ma gli occhi, come la mano la mattina, non ne volevano sapere. Sandra fissava lui incantata, occhi naso bocca sorriso, e poi occhi naso bocca sorriso, e poi ancora occhi naso bocca sorriso e ora il sorriso…

Ma che…?, distolse gli occhi, riguardò la foto…eh sì: il sorriso era più beffardo e storto del solito.

Ma dai, mica sono in un racconto di King, sbottò Sandra a voce alta, ma mentre la lingua pronunciava queste parole, il cervello registrava altri cambiamenti: gli occhi erano più socchiusi e la posizione, la posizione era diversa, come se fosse…più in avanti, più sporto fuori dalla foto.

Sandra si mise a ridere, una risata nervosa che avrebbe potuto diventare isterica nel giro di poco. Gettò lo smartphone sul divano e si alzò. Ora non fare la scema, sei stanca, hai avuto una giornata piena, questa cosa di riaprire le sue foto ti fa solo soffrire, riprendi il telefono e spegni tutto.

Raccolse lo smartphone ma non fece nulla di quanto deciso, perché cazzo ora lui era decisamente più vicino allo schermo, il viso era ancor più in primo piano e il sorriso molto più storto, e continuava ad avvicinarsi, e stavolta Sandra non aveva solo la mano o gli occhi ribelli, ora tutto il suo corpo non rispondeva più ai comandi del cervello, anzi, lo stesso cervello andò in tilt perché lui continuava ad avvicinarsi sempre più allo schermo, sempre più, fino a quando riuscì a vedere solo la pelle dei suoi muscoli, fino a quando Sandra percepì il suo profumo. Il cervello inviava messaggi confusi e contraddittori ai suoi sensi, lui ora non era più nello smartphone, era tra le sue mani, lo toccava, com’era possibile, lo toccava!, lo sentiva, lo sentiva parlare, oh mio dio sto svenendo mi hanno drogato, fu il pensiero di Sandra prima che sentisse lui sussurrare “Vieni con me….”

Sandrà riaprì gli occhi e si guardò intorno. Non sapeva da quanto tempo fosse svenuta, se davvero era svenuta.

Un paio di cose le sapeva, però.

Era legata su una sedia in legno.

E, attraverso quello che sembrava un vetro, vedeva il divano di casa sua. 

Iniziò ad urlare.

Un racconto di Sara Maver

Fotografia di Esther Bondì

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