Questione di spazi

Le cose occupano meno spazio da morte che da vive. Prendete la mia Renault “Coup de Coeur”, ad esempio. Era un’utilitaria ma io non l’ho mai considerata “piccola”. Per me era una grande macchina. Le sere in cui io e Martina aprivamo il tettuccio e ci mettevamo a scopare sotto le stelle, poi, mi sembrava infinita come l’universo. Quando l’ho rottamata ho voluto assistere di persona alla demolizione. Lo sfasciacarrozze ha brontolato dicendo che era contro le procedure ma quando gli ho passato un paio di banconote da cinquanta il malumore gli è passato. A me non importava, sarei stato disposto a pagare anche di più. Non ce l’avrei mai fatta a lasciarla lì, andandomene come se tra noi non ci fosse stato niente.

Ero lì presente quando l’hanno presa, hanno svuotato il serbatoio, asportato la batteria, smontato gli pneumatici, tolto i vetri. Chissà perché la cosa mi faceva tornare in mente tutte le volte in cui avevo spogliato Martina dentro quell’abitacolo, le mosse necessarie per toglierle la camicetta, slacciarle la gonna, sganciarle il reggiseno, sfilarle le mutandine… Quando hanno finito della mia vecchia Renault era rimasto solo lo scheletro, mi sembrava ancora più nuda di quanto non lo fosse mai stata Martina, ai tempi. L’hanno presa, posizionata sulla pressa, lei si lasciava fare. C’è stato un rumore atroce mentre la pressa si chiudeva. Quando tutto è finito, di lei non rimaneva altro che un piccolo parallelepipedo di materiale ferroso. Mi sembrava incredibile pensare che una volta quello stesso materiale avesse delimitato uno spazio ben definito all’interno di questo mondo e che dentro quello spazio io avevo viaggiato, riso, ascoltato musica, fatto l’amore.

Io e Martina abbiamo divorziato in primavera. C’era il sole e non potevo fare a meno di constatare che se non fosse stato per la triste circostanza, quella sarebbe stata davvero una bella giornata. Mi sentivo un po’ idiota, per questo, anche se in effetti non c’è scritto da nessuna parte che debba per forza piovere quando due persone divorziano. Pioverebbe tutti i giorni, se così fosse. A cose fatte, avevo chiesto a Martina se le andava di prenderci un caffè insieme. Anche questo mi faceva sentire un po’ idiota, perché nell’ultimo periodo avevamo litigato spesso e male, ma mi sembrava giusto provare a costruire un ultimo ricordo positivo per non lasciarci nel risentimento. Lei mi ha detto che non se la sentiva, forse in un altro momento. Che non è arrivato mai. Non ci siamo più sentiti da quel giorno. Non avevamo avuto figli e questo ha reso le cose più facili, o forse no.

A volte penso che sarebbe bello se esistesse una sorta di dispositivo di allarme in grado di indicarci il momento esatto in cui qualcosa sta cominciando a sparire, anche solo per prepararsi meglio, per non farsi cogliere di sorpresa. Purtroppo, non è possibile. Le cose continuano a morire senza preavviso. Noi ci voltiamo e di colpo non ci sono più, o sono ridotte a un pugno di materia senza vita. In effetti, a volte i segnali ci sarebbero anche, è solo che noi non siamo in grado di coglierli.

Avete presente quel romanzo di Hemingway dove ci sono due amici e uno chiede all’altro come abbia fatto ad andare in rovina e quello risponde: “In due modi: gradatamente prima, e poi di colpo”? Con la mia Renault andò esattamente in questo modo. Negli ultimi tempi aveva cominciato a dare delle avvisaglie: le spie di allarme si accendevano sempre più spesso, la batteria si scaricava facilmente, quando era in marcia si sentiva uno strano rumore di sottofondo. Io ignoravo tutte queste cose, infastidito. All’epoca la convivenza con Martina aveva già cominciato a scricchiolare e io ero spesso nervoso, ma se anche fossi stato più attento non sarebbe cambiato molto. Prima o poi avrei dovuto comunque cambiare macchina. Al massimo, sarei riuscito a farla durare qualche mese in più. Quanto sarebbe potuto durare, di più, l’amore tra me e Martina se solo fossi stato meno irritabile e più attento? Qualche mese, degli anni, tutta la vita? La rottamazione è il destino di ogni macchina, ma lo è anche di ogni amore? Il giorno in cui sono andato in quella che per pochi anni era stata la casa mia e di Martina a prendere le mie cose, mi sono stupito di come fosse così semplice riuscire a fare stare tutto in una valigia. Cinque anni in comune e quello che mi restava riempiva a malapena un bagaglio di settanta centimetri per quarantacinque per ventisei. C’erano stati dei giorni, all’inizio, nei quali mi sembrava che l’amore tra me e Martina fosse talmente grande da abbracciare tutto il mondo. Adesso guardavo e di quell’amore non c’era più la minima traccia, a parte qualche vestito piegato alla bell’ e meglio. In quel momento ripensai a quello che era rimasto della mia Renault al termine della rottamazione e mi resi conto che in fondo anche di me, quando sarebbe giunta la mia ora, sarebbe rimasto solo un pugno di cenere dentro un’urna. Sentii un improvviso brivido di freddo e lì per lì provai anche l’impulso di piangere. Poi pensai che fosse inutile, perché in quel momento nessuno si sarebbe preso la briga di asciugare le mie lacrime, così mi feci forza, chiusi la valigia e me ne andai.

Un racconto di Andrea Pozzali

Illustrato da Giorgio Luppino

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