Ogni cosa sulla terra era opera di Dio: tutto, a parte l’enorme buca che ora li separava. Lui ricordava che fosse stata lei a cominciare, battendo i pugni a terra e strappando i primi ciuffi d’erba, in una delle sue giornate no. Le giornate no quando vivevano nell’Eden non esistevano, non esistevano nemmeno le giornate. Era solo un unico incanto, momenti di luce intervallati da un buio stellato. Mangiavano, facevano l’amore e dormivano abbracciati. Tutto avveniva naturalmente, come respirare. Lei invece incolpava lui di aver dato inizio all’enorme buca quando, con un grosso ramo, aveva tracciato un solco a terra tra di loro, gridando che ogni tanto aveva bisogno dei suoi spazi, che se Dio li aveva creati come due esseri separati un motivo doveva esserci. Chi avesse iniziato poco importava, pensò lui che ormai a stento riusciva a scorgerla dall’altra parte. Un tempo l’enorme buca non era ancora enorme e misurava la distanza di un bacio dato in punta di piedi, ma più si allungavano i tempi per fare la pace più la buca si allargava, come se il rancore fosse una unità di misura e non più un sentimento. Quando lei, stremata dalla fatica, tornava in superficie e incrociava il suo sguardo, lui non scorgeva l’eco delle sue lacrime ma un’aria di sfida, e allora si gettava dentro alla buca per riprendere a scavare; lei, a sua volta, sentendosi aggredita da quel suo scatto immotivato, scacciava i pensieri tristi e, una volta scesa giù, con altrettanta foga, riprendeva a scavare dall’altro lato. Una sera, non si vedevano da chissà quanto tempo, lui si incamminò per andare da lei e, quando a metà strada la vide, le sorrise. Per alcuni giorni mangiarono, fecero l’amore e dormirono abbracciati. Tutto avveniva ancora naturalmente, come respirare. Poi discussero per l’ennesima volta e ripresero a scavare. Il buio rincorse la luce molte volte, fino al giorno in cui cominciò a piovere e non smise più. Una pioggia fittissima. All’inizio la buca si riempì d’acqua, poco a poco, poi sempre più velocemente. Una mattina, dopo una notte insonne, lui si rese conto di quello che stava realmente accadendo: se si fosse messo a correre sarebbe riuscito a raggiungerla prima che l’acqua lo rendesse impossibile, ma qualcosa lo tratteneva. Lei nel frattempo stava già correndo da lui, perché aveva capito tutto prima, ma faceva sempre più fatica e quando l’acqua le arrivò alle ginocchia, fu costretta a tornare indietro per non annegare. Stremata, uscì dall’acqua e, seduta sulla riva a fissare l’enorme buca che si era fatta oceano, portò la mano alla pancia, incurvandosi leggermente in avanti. Era da quando lo riusciva ancora a scorgere in lontananza, ma non più a sentire la sua voce, che la pancia aveva cominciato a ingrossarsi e a farle male. Poi di colpo, quando ormai pensavano entrambi che non avrebbero più rivisto il sole, smise di piovere, e il livello dell’acqua calò, ma lentamente, mentre lentamente la sua pancia continuava a crescere. Aveva l’impressione di berla lei tutta quell’acqua. Il buio dovette rincorrere la luce molte volte ancora, prima che la buca tornasse asciutta. Finalmente pensò lei, perché la sua pancia ormai non poteva crescere più di così. Provò ad andare a cercarlo, ma il fondo della buca adesso era pieno di fango che la faceva sprofondare, e la pancia le faceva sempre più male. Fu allora che alzò il pugno al cielo e maledisse Dio: una volta, due volte, tre volte, prima che tutta l’acqua che aveva bevuto uscisse di colpo da lei, portandosi appresso un piccolo uomo. Pianse di gioia, gridando qanah! qanah!*, e decise di chiamarlo proprio così: Caino. Si sentiva euforica, ma solo quando udì gridare il suo nome e alzando la testa vide Adamo correre, cadere e rialzarsi, il suo cuore si riempì di gioia e si ripromise che d’ora in avanti sarebbe andato tutto bene, che ci avrebbero messo del tempo, sì, ma che l’avrebbero ricoperta tutta quella buca, insieme, e ci avrebbero costruito sopra la loro casa. Pensò che avrebbe anche fatto uscire da lei altri piccoli uomini e poi delle piccole donne, che sarebbero andati d’accordo e avrebbero ricreato sulla terra il giardino dell’Eden da cui Dio li aveva scacciati. Tutto questo pensò, mentre Adamo continuava a inciampare, Caino piangeva per la fame e Dio li guardava con gli occhi chiusi.
*qānāh (Caino in ebraico) “possedere”, giacché vi si riferisce che sua madre esclamasse per gioia alla sua nascita: “Posseggo un uomo!
Un racconto di Daniele Israelachvili
Illustrazione di Ghirigori

