Blu Motel 23

Il manifesto era stropicciato, incollato male su un muro di New York. Il suo volto era scavato ma non domo. Il nome stava in basso, più piccolo della foto, più di ogni ricordo. Avrebbe suonato quella sera in un locale al Greenwich. Restai a guardarla a lungo. Pensai che non sarei dovuto andare.

Ci andai.

Dentro trovai le luci sciatte di paralumi ammuffiti, odore di rum, svacco metropolitano e vomito fracido. Nuvole di fumo sbiadivano nella calca degli Americans dei bassifondi. Linda salì sul palco come una vecchia diva di Hollywood. La riconobbi dal modo in cui teneva la sigaretta. La piegava ancora sbilenca tra l’indice e il medio.

Cantava un blues più lento di come lo ricordavo, invecchiato ma ancora notturno e sincero. Ogni nota sembrava trattenere la tristezza dei giorni addietro. Quando finì, restò ferma un secondo, come se dovesse decidere se scendere o sparire nel retro. Poi scese. Mi vide subito.

«Can I buy you a drink?» le chiesi. Mi sorrise, sembrava stupita di vedermi. Aveva ormai una curva amara negli occhi, l’unico segno che il tempo fosse riuscito a lasciarle addosso.

Sedemmo a un tavolo laterale, sotto una luce blu-azzurrina che faceva sembrare il locale un grosso cineteatro dei ricordi. Il blues le usciva dalla bocca insieme al fumo, mentre parlava. 

Il Blue Motel tornò così. Senza bussare. Cercai di restare ancorato al presente. 

Non ci riuscii.

Il vecchio Vincent guidava la Plymouth Fury con una mano sola, la testa che dondolava a tempo, la canna accesa tra le dita. La Million Dollar Highway si srotolava nel buio e noi andavamo avanti finché la notte non ci inghiottì e ci sputò davanti a un motel isolato del Colorado.

Fin lì, molto beat — cioè loony and croony, loony and froony, be-Bobby be-Buddy, be-bop be-boppy — poi la carcassa dell’auto tremò come colpita da una scossa e morì hollywoodianamente poco prima del Blue Motel. Il motore non ripartì.

«Cazzo, non potevi rubare una macchina migliore?» bofonchiò Vincent. Aprì la portiera, una coltre grigia sbuffò fuori dall’auto-fumeria e, quando il cielo schiarì, vedemmo in lontananza una luce al neon blu che tremolava.

Bestemmiammo spingendo la Fury fino al parcheggio e, una volta entrati nel motel dai muri scrostati e caliginosi, fummo investiti da litri di buon odore di whisky. Dentro trovammo una mandria di motociclisti ubriachi con i gomiti appiccicati ai tavoli.

Poi apparve lei: La Grande Visione d’America. Una Fata Bocca di Blues che cantava alla luce dei neon, svaporando nei fumi di alcol e catrame.

«Le pende il blues dalle labbra», dissi stupito sottovoce.

Non mi ero mai perso così tanto in anni di zingaraggio come quando guardai per la prima volta Linda, Occhi Angelici da Blues. Signorile, defilata nel fumo della sera, al di sopra di tutto. L’unica dea a cui mi sarei chinato e a cui avrei fatto bere il sangue delle mie ginocchia. Dalle labbra rosse le usciva il mito, e i piedi smaltati, fasciati nei sandali, trasudavano una sessualità greca.

Quando smise di cantare scese dal palco e si fermò proprio davanti a noi, come se sapesse già chi eravamo. Sedemmo io, Linda e Vincent in un cantuccio sotto le luci al neon, respirando i fumi dello sballo tra vagabondi e hippy, registi da cinebrivido, beatnik e poeti della Grande Notte Americana.

«Where do you come from?» chiese Linda.

«Italy. We came to help you fight the American Dream».

Lei rise piano. Solo un attimo. Come se ridere fosse ancora possibile, ma costasse fatica.

Ci bevemmo i fiumi dell’innamoramento. Ci giurammo uno Shakespeariano Amore guardandoci negli occhi e sfiorandoci le gote arrossate. Vincent parlava, rideva, beveva più di tutti. A un certo punto sussurrò: «La fata è tua, tranquillo».

A notte fonda galleggiavamo nella piscina stagnante del whisky quando scoppiò una rissa tra motociclisti, e nella bolgia Vincent le rubò un bacio, poi la prese per mano e la trascinò via verso la camera 23 del Blue Motel.

Ascoltai il frinire dei grilli, lo scricchiolio del letto della loro stanza che sembrava una barca in tempesta, le violente botte d’amore, gli strazianti stupefacenti gemiti blues di Linda. Vincent suonò le note feroci del nostro tradimento, mentre io, nella mia ruggente solitudine, svapavo la tristezza con le mie cigs e mi immergevo nel fondo del bourbon, fino ad annegarci.

Al mattino un raggio di sole illuminò l’epicentro della mia emicrania cinese. Bussai alla porta di Vincent. Non rispose nessuno. Mi voltai verso il parcheggio. La macchina era ancora lì.

Vincent invece no. E nemmeno Linda.

Il resto fu un lungo ritorno fino a New York, con l’Angelo della Solitudine sulle spalle, tra autostop e notti sentenziose sotto il cielo fumoso d’America, a vomitare il tradimento del vecchio Vince.

«You Know», disse Linda. La sua voce mi riportò al tavolo. Al bicchiere mezzo vuoto. «Vincent arrived in Los Angeles with promises. One day he said he would come back. He didn’t.»

Si era trasferita a New York nell’ottantatré. Giorni di speranza e silenzio. Restò a suonare per monete e pane rubato alle ore. Ogni tanto aveva pensato a me, disse senza guardarmi, soffiando il fumo verso il soffitto.

Il blues sfumava ancora dalla sua bocca, col fumo della sigaretta. «He never knew how to love», disse. «He only knew how to run away, disguising his escape with a caress.» Poi aggiunse: «I should have stayed with you.»

Non le dissi che avevo ceduto subito al tentativo di riaverla. Che davanti alla stanza del motel ero rimasto in ascolto dei grilli, perché il loro frinire era l’unico canto che riuscissi a sopportare. Il suo, invece, mi aveva reso sordo a ogni altra felicità.

«Where will you go now?» chiese. 

«Where the sky is less dirty.»

Uscendo dal locale pensai che certi motel non chiudono mai. Cambiano città e insegna, ma continuano ad aspettarti.

Un racconto di Daniele Distefano

Illustrazione di Babsie

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