Il bambino

Un bambino sedeva per terra. Su una pietra. 

Aveva gli occhi neri.

Portava un paio di scarponcini con la suola maciullata, un berretto bianco e una maglietta del Catania ricoperta di sabbia e fili d’erba.

In mezzo alla campagna c’era un cammino di carri, camion, vagoni gommati; tutto intorno, uomini, donne e altri bambini, disciplinati in file perfette.

Non c’erano vecchi.

La notte era marziale e il cielo una spuma di un violaceo fluorescente.

L’aria sapeva di ferro, terra zuppa e piscio.

I vagoni gommati marciavano lenti. A volte acceleravano a vuoto, s’impennavano e ripiombavano giù, sulla terra divelta. Puntavano lo spiazzo grande. I militari davano loro una mano infilando grosse assi di legno sotto le ruote impantanate. I camion e i carri avanzavano più svelti, provocando sferragliamenti così violenti che la gente era costretta a tenersi le mani a pugno sulle orecchie. Gli uomini, le donne e gli altri bambini marciavano anche loro, nel fango fino ai polpacci.

Solo il bambino se ne stava fermo, con le mani sopra le gambette. 

Guardava dritto, verso una mucca magra e sporca, che una donna pregando e bestemmiando cercava di far muovere.

Io lo avevo di fronte.

A pochi metri.

Lo guardavo, ma non riuscivo a muovermi, un po’ perché la situazione era quella che era e un po’ perché non smettevo di immalinconirmi. Ogni tanto osservavo la Babele che mi si allagava intorno. Poi però tornavo a guardarlo e lui era sempre là.

Così a un certo punto mi sono avvicinato.  

«Come ti chiami?» ho detto.

Avrei voluto domandargli se stava bene; o perché diamine se ne stesse lì, tutto da solo; o se per caso c’era qualcun altro insieme a lui. Ma alla fine non l’ho fatto.

Avevo paura.

Bisogna capirlo questo, avevo paura.

«Primo» mi ha risposto, con una voce cupa e due occhi che non offrivano niente.

Gli ho sorriso. Credo.

La mucca adesso camminava, seppure un poco traballante. 

«Non trovo il mio cane» ha detto di colpo. 

«Forse è con mamma e papà?» ho detto io.

«Non può essere…» ha detto lui, come se gli avessi chiesto una scemenza.

Allora io mi sono guardato le scarpe, ma più per posare gli occhi da qualche parte che per altro. Sapevo cosa avrei dovuto dire, ma tutta quella situazione intorno mi rendeva poco lucido. Appena cominciavo a dire le cose che andavano dette mi rimontava la paura e le parole mi morivano in bocca. 

«Che cane è?» mi è venuto a un certo punto.

«Un cane bello…nero…era qui con me e poi è scappato dietro a una gallina» adesso mi guardava.

«Secondo me è con mamma e papà, e adesso ti stanno cercando, chissà quanto sono preoccupati.»

«No… non può essere» ha detto lui. 

Allora mi sono messo a cercare fra la gente qualcuno o qualcosa, uno sguardo, una mano alzata, persino un abbaio, ma era come se tutti scivolassero solo in avanti e pensassero solo a marciare verso il grande spiazzo.

Nessuno. Maledizione.

E io intanto cominciavo a chiedermi quanto tempo rimanesse.

«Da dove vieni?» ho detto.

«Acitrezza.» 

«Siete dovuti scappare…»

Non volevo dirlo così, anzi non volevo dirlo affatto, ma avevo i suoi occhi addosso e mi sentivo come nudo.

«Sì…» ha detto «per la grande onda…papà aveva detto che bisognava andare…»

«E dov’è papà adesso? Dov’è la tua famiglia?»

L’ho detto tutto d’un fiato, mentre per non guardarlo scorrevo la distesa che intanto aveva preso a svuotarsi.

Il bambino però non ha detto niente, continuava a fissarmi.

Dio quanto erano neri i suoi occhi.

«Devo trovare il mio cane… gli viene paura quando non ci sono io.»

«Adesso lo troviamo, certo che lo troviamo…» 

«Ha dodici anni e si è fatto tutta la strada con me e sarà stanchissimo…»

«Lo troviamo, Primo…solo questo non è un posto buono per aspettarlo.»

«Ah no?» adesso gli tremava un poco il labbro di sotto.

«Dobbiamo andare verso il grande spiazzo…dove ci sono le persone e tutti gli animali…lo vedi laggiù? Lo vedi? Lì, può darsi che lo troviamo, dico davvero…»

«E se poi torna e non ci sono?»

«Si è messo a correre dietro a una gallina, Primo, si è solo messo a correre dietro una gallina, e le galline stanno andando tutte lì, lo vedi? Dobbiamo andare…»

«Fammi aspettare ancora un po’…poi vengo, poi vengo, promesso…» 

Così mi ha tolto gli occhi di dosso e si è messo a guardare lungo la distesa che ormai però s’era fatta vuota. Era già vuota, mannaggia. 

«Primo…» ho detto «devi fidarti di me, lo troviamo insieme, ti prego, vieni, fa’ come ti dico…»

Ho messo su la faccia migliore che potessi e gli ho allungato una mano, ma il bambino continuava a guardare il cammino di terra stravolta.

«Fammi aspettare solo un altro po’, soltanto un altro po’…»

«Devi venire con me, Primo, devi fidarti, lo troviamo insieme, giuro che lo troviamo insieme… Primo, santiddio, vieni con me…»

«E se poi viene e pensa che non lo voglio più?»

Il bambino adesso piangeva. 

Ma non come fanno i bambini. Piangeva piano, pianissimo, con la bocca stretta e i pugnetti chiusi.

Allora io l’ho preso in braccio e mi sono messo a correre perché non c’era più un minuto che si potesse perdere. Gli tenevo una mano sulla testa e continuavo a dirgli in quel suo piccolo orecchio che sarebbe andato tutto bene. 

«Io voglio solo il mio cane…voglio solo il mio cane.»

Era il giorno di natale. 

Un racconto di Michele Arezzo

Illustrazione di Gemma Orlando

Lascia un commento