La fortuna non conta. Conta solo la bravura.
L’ho sempre saputo, anche se ora comincio a non crederci più tanto.
Guardo velocemente le carte che il croupier mi ha appena dato. Due di fiori e sei di quadri. Poteva andar meglio. Ma se la fortuna non conta, che problema c’è?
Sono stanco. Potrei aspettare, dovrei aspettare. È una vita che aspetto e in cambio cosa ho ottenuto?
“Apro di 3000”.
Il croupier prende le mie chips. Gli altri passano.
Nell’ultima ora ho sempre passato. Se ora apro, è perché dovrei avere qualcosa di buono. E invece non ho niente.
Monica è stata l’ultima cosa buona che ho avuto tra le mani. Parliamo di parecchio tempo fa. Stiamo al presente.
L’ultimo giocatore a parlare chiama il mio rilancio. Il croupier gira le carte. Sette di quadri, sette di fiori e asso di cuori.
Devo parlare per primo. Non sono contento di quello che vedo. Sette e sette, le gambe delle donne. Non riesco a togliermi dalla mente le gambe di Monica.
Guardo quanto mi rimane. Se punto ora e lui chiama, poi mi resta poco. In pratica, la mano si decide qua.
Le gambe di Monica, quando sono rientrato prima del previsto quella sera. Erano belle larghe, ma l’asso di cuori che c’era in mezzo non ero io.
“Punto 4000”.
La fortuna non conta. Conta solo la bravura.
È da quando sono ragazzo che tutti mi dicono che sono bravo. A scuola sono sempre stato il primo della classe. Anche al lavoro tutti mi volevano bene. Il problema è che io non ho mai saputo cosa farmene, dei complimenti degli altri, e non ho mai voluto bene a nessuno. Io volevo bene solo a Monica, ma evidentemente lei voleva più bene a qualcun altro.
A cosa serve essere bravi se poi non riesci a tenere quello che ami? Allora forse non è questione di bravura. È solo questione di fortuna. Ma se è così, che cosa cazzo ci faccio ora, con due scartine in mano e un flop che non mi dà nessun aiuto?
Il mio avversario chiama. Indossa un paio di occhiali scuri per non far vedere quello che gli passa dietro gli occhi. Non ho bisogno di guardarlo in faccia. Sono sempre stato bravo a leggere il linguaggio del corpo. In questo momento, però, non mi va di farlo. Tanto ho già deciso.
Ho pagato l’iscrizione a questo torneo con gli ultimi spiccioli che sono riuscito a recuperare, rovistando cassetto per cassetto. Dopo che Monica se ne è andata, ho mollato il colpo.
La bravura non conta niente. Conta solo la fortuna.
“Fortunato al gioco, sfortunato in amore”. Varrà anche il contrario? Non lo so, ma voglio scoprirlo. Tanto ormai non ho più nulla da perdere.
Il croupier gira la carta, io quasi non la vedo. Per la cronaca, è una donna di picche. Devo giocarmela bene ora. La cosa fondamentale in un bluff è scegliere i tempi, non dare mai l’impressione di avere fretta di liberarsi delle chips. Forse è questo che vuol dire essere bravi?
“Punto tutto il mio resto”
Bene, è andata. Ora devo solo aspettare quello che farà il mio avversario. Se chiama, è finita e da domani posso cominciare a cercarmi un ponte sotto il quale dormire. Se passa, sono ancora dentro al torneo e me la posso giocare.
Ma ormai Monica è andata per sempre, e allora a che serve il resto?
Il mio avversario ci pensa su un attimo, poi chiama la mia puntata.
La fortuna non conta niente. Conta solo la bravura. E giocarsi tutto con un due e un sei di semi diversi non è proprio quello che chiamerei essere un mago del poker. Ma tanto lo sapevo già.
Il mio avversario gira un sette di cuori e un re di fiori. Mi ha pure chiamato con una mano di merda, ma questa volta è stato più bravo di me. O forse solo più fortunato?
Un racconto di Andrea Pozzali

