Il deserto al confine col Messico cuoce l’aria a grosse ondate tremanti. Di giorno splende di un oro lancinante che stravolge la visuale. Non è un problema: Elias Johnson, la guardia del tornello 12 bis, ha imparato a prendere la mira anche di fronte alle storture del calore.
Sul finire del tramonto l’aria diventa immobile e fredda. Le uniche luci sono quelle della sua postazione e del GODBLESS MART poco distante: un ipermercato nel deserto e che, fino a poco tempo fa, molti definivano “il primo benvenuto” a chi entrava nel paese.
Adesso il GODBLESS MART è diventato il posto dell’addio. Le automobili per il Messico, di solito così rare, si sono decuplicate nel giro di pochi mesi. Non solo messicani – cosa che, almeno all’inizio, aveva dato a Elias Johnson un raro senso di gioia – ma anche cinesi, coreani, italiani, nativi. Questi ultimi lo incuriosiscono di più. Hanno le automobili traboccanti e danno risposte vaghe, sempre uguali. Si stabiliscono in Messico o si spingono fino in Brasile e Argentina.
Succede da quasi un anno.
Ci sono colleghi che stanno abbandonando il lavoro. Diventano pigri, annoiati: nel paese non entra più nessuno. Johnson ormai alterna i suoi turni con persone che durano solo pochi mesi. Lui, invece, non cambia le sue abitudini. Variano a seconda del turno: di giorno, fucile a tracolla, segue i movimenti dell’aria bollente alla ricerca dei clandestini; di notte, invece, si spinge fino al GODBLESS MART per comprare un caffè e affrontare il turno.
Johnson ama il GODBLESS MART per le lunghe scansie silenziose, il ronzio discreto dei neon e la possibilità di comprare qualsiasi cosa voglia anche nel posto più lontano dal mondo civile. È il baluardo del nuovo secolo, il simbolo della grandezza della terra americana, il motivo per cui tutto il mondo vuole entrare nel suo paese.
Voleva.
Questa sera non ci è ancora andato: il nuovo collega tarda ad arrivare, e lui non può lasciare il tornello incustodito. Quando accende la radio, il suono statico riempie la guardiola senza connettersi. Gira la manopola.
«Qui 12 bis. Mi sentite?»
Pausa. Secondo giro di manopola. Niente.
«Qui 12 bis. C’è qualcuno…?»
Proverebbe di nuovo, se non fosse per i fari che appaiono in lontananza. Da come traballano nel buio, intuisce un grosso e vecchio pick-up. Ruote sgonfie, forse, unite alla strada sterrata e una guida imprecisa. Come sempre, all’arrivo di una macchina, Johnson tocca la pistola nella fondina. Il metallo duro lo tiene a terra, stabile.
Il ragazzo tende i documenti prima che glieli chieda. Accanto a lui c’è un uomo anziano. Hanno la stessa espressione immobile e lunghe trecce che pendono sul petto, rispettivamente nere e grigie.
«Dove andate?»
«Città del Messico.»
«Motivo del viaggio?»
«Religione.»
«Starete via molto?»
«Il necessario.»
Johnson guarda il retro del pick-up.
«Mi sembrano molti bagagli.»
«Non sappiamo quando torneremo.»
Johnson si china per guardare meglio. L’anziano guarda davanti a sé, nel buio immenso del deserto messicano. Improvviso, forte, sente che qualcosa dentro di lui non vorrebbe vederlo partire. La domanda sorge spontanea, prima che possa frenare la lingua.
«Ma tornerete, vero?»
«Avverrà.»
Johnson annuisce. Vorrebbe non sentirsi sollevato all’idea.
«Buon viaggio», dice, restituendo i documenti. Si sposta per aprire il tornello. Guarda gli uomini un’ultima volta prima di premere il pulsante. Il tornello si alza e la macchina cammina piano, oltrepassando la frontiera
cofano
ruote anteriori
abitacolo
retro e bagagli
ruote posteriori
fanalini di coda
l’improvviso silenzio lo fa sobbalzare. Niente soffi di vento, niente ritmo ipnotico dei grilli né ululati distanti dei coyote, scricchiolii, tonfi. Niente. Le orecchie si adattano quel tanto che basta per sentire il neon della sua guardiola e lo statico della radio che, in quel momento, sembra un graffio di metallo.
Johnson scuote la testa. Ha davvero bisogno di un caffè. Vuole il GODBLESS MART, i corridoi luminosi, il silenzio, la certezza di avere il mondo a disposizione.
Lascia il posto di blocco alle spalle, la sbarra abbassata. Pensa ci vorrà poco, non verrà nessuno.
A ogni metro il neon del confine perde potenza, e quello del megastore comincia a delinearsi. L’insegna alta, geometrica, promessa di aria condizionata e scaffali in ordine. Johnson inspira più a fondo, sentendo già l’odore di plastica e caffè bruciato.
Per un istante va via anche quella luce. Il parcheggio resta visibile, ma la struttura scompare. Johnson rallenta e si ferma. Esce dalla macchina tenendosi alla portiera e guarda. Eccola di nuovo.
Il profilo discreto del GODBLESS MART riluce a distanza per un altro secondo. Poi torna l’ombra veleggiante che parte dal basso e passa in diagonale sull’ipermercato, facendo ripiombare il deserto in un breve buio.
Adesso Johnson la vede chiaramente: è una zampa. Una di tante. Artiglio di gigante, di bestia o divinità che non riconosce i confini decisi dall’uomo. Un’enorme creatura che azzittisce il deserto e copre le insegne come una mano coprirebbe una candela. Johnson tocca la pistola per sentirsi stabile, ma è come un granello in una bufera. La guarda avanzare insieme alle sue sorelle: oltrepassano la frontiera umana senza neanche fermarsi ai tornelli.
Un racconto di Daniela Montella
Fotografia di Federico Dilirio

