Gli uomini della pianura

A Terrence Malick e a Richard Yates

La terra era piatta e aperta, senza alberi, sembrava non chiedere niente a nessuno. Al mattino restituiva freddo, alla sera solo polvere. Henry Cole la attraversava ogni giorno a cavallo, seguendo linee che non aveva tracciato lui e che nessuno avrebbe saputo spiegare. Erano linee antiche, forse percorse prima ancora che qualcuno desse loro un nome. Il lavoro era questo: andare, fermarsi, tornare. Controllare che le cose restassero come erano, anche quando era chiaro che non lo erano più.

Henry era un cowboy, sebbene non pensasse mai a quella parola. Pensava al peso della sella sulle anche, al modo in cui il cuoio cedeva lentamente, al rumore secco degli zoccoli che battevano sempre uguali. Pensava all’acqua, a quanta ne restava; a quando sarebbe finita. La terra non gli apparteneva. Non gli era mai appartenuta. Gli era stata solo affidata, come si affida qualcosa che può rompersi.


A sud del fiume c’erano le baracche. Di giorno sembravano vuote, quasi finte. Di notte respiravano. Gli uomini che ci vivevano uscivano prima della luce e tornavano quando la luce non serviva più. Camminavano curvi, come se la terra avesse già cominciato a tirare verso il basso. La terra passava nelle loro mani prima che negli stivali di Henry, ma è nelle mani che restava più a lungo. Uno di loro si chiamava Samuel. Henry lo sapeva perché una volta aveva dovuto leggerlo su un registro macchiato di pioggia e di sangue. Il cognome, neanche sua madre probabilmente lo sapeva. Samuel parlava poco. Come un po’ tutti, lì. Quando parlava, sceglieva parole che non chiedevano risposta. Aveva una cicatrice sul collo, smerlata; un confine tracciato male. Henry non sapeva da dove venisse. Sapeva solo che non spariva, mentre altri – tanti altri – sì. 


Ogni tanto Henry scendeva da cavallo e restava fermo. Non per riposare, piuttosto per sentire il terreno sotto i piedi. Era un gesto che faceva senza pensarci, come togliersi il cappello entrando in un luogo che non ha porte. In quei momenti il silenzio diventava spesso. Sembrava che qualcosa potesse accadere da un momento all’altro, anche se non accadeva mai.


Il padrone arrivava una volta al mese. Portava con sé l’odore dei vestiti puliti e delle decisioni prese lontano. Parlava di stagioni, di confini, di ordine. Diceva che la terra era generosa, che però andava tenuta a bada. Henry Cole ascoltava. Samuel guardava il suolo, come se stesse contando i passi che mancavano – a tenerla a bada, tutta. 


Un pomeriggio il caldo non si mosse. Restò fermo sopra i campi, una scure; l’ennesimo boia. Uno dei braccianti si sedette. Nessuno se ne accorse subito. Quando cadde, non fece rumore. Henry smontò da cavallo. Aspettò che qualcuno intervenisse. Il tempo si allungò. Alla fine lo portarono via in due, lentamente, alla stregua di un attrezzo rotto che non serve più anche se servirebbe ancora.


Da quel giorno Henry ebbe la sensazione che la terra stesse osservando. Ogni passo sembrava registrato. Ogni rumore poteva essere l’inizio di qualcos’altro. La notte dormiva poco. Il vento, anche quando leggero, sembrava un avvertimento. Una sera Henry trovò Samuel vicino al fiume. Stava lavando le mani. L’acqua era scura, correva via senza trattenere niente. Samuel si fermò un momento, come se avesse sentito qualcosa alle spalle. Henry rimase in piedi. Pensò che avrebbe potuto dire qualcosa, poi non trovò parole che non sembrassero un ordine o una giustificazione.


La notte arrivò senza vento, prima. Poi, il vento cambiò idea. Il fuoco partì da un punto che nessuno seppe indicare. Si mosse veloce, come se conoscesse la strada. Gli uomini corsero. Qualcuno gridò. Henry montò a cavallo, fece quello che sapeva fare: girare intorno, contenere, aspettare che finisse. In un momento pensò che qualcuno sarebbe rimasto a terra. Non successe, tuttavia l’idea si fermò a lungo nella sua immaginazione.


All’alba la terra fumava ancora. E ancora. Era nera e silenziosa. Sembrava più antica di prima. Il padrone arrivò il giorno dopo, disse bruscamente che si sarebbe ricominciato. Non lo conoscevano se non così: brusco. Disse anche che la terra si riprende sempre, se le si dà tempo. Non disse altro, e nessuno rispose. Henry scese da cavallo. Si tolse il cappello. Rimase così, con la testa scoperta, come davanti a qualcosa che non aveva nome. Sentì la fatica nelle gambe, la polvere in bocca. Pensò che sarebbe potuto morire lì, in piedi, senza che cambiasse niente. Non c’era nulla di ribelle, in quel pensiero, al contrario era una constatazione semplice e primitiva. Samuel era poco distante, in piedi, con le mani vuote. Sembrava aspettare. Non si guardarono, non ce n’era bisogno.


Quando Henry si rimise in movimento, lo fece senza fretta. Andò verso il campo. Samuel tornò verso le baracche. La terra restò dov’era. Avrebbe accolto altri passi di uomini della pianura, altri corpi. Avrebbe dimenticato anche quelli. 

Un racconto di Roberto Donati

Illustrazione di Elena Giorgiana Mirabelli

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