Trottolino torna a casa, Trottolino mio ma che belle orecchie che tieni, Trottolino mio fatti toccare il culo che porta fortuna. Non avevano mai pensato che potessi giocare anche io: mi credevano di cartapesta.
Il giorno in cui fu annunciato lo scommessone io ero appena entrato in sala. L’odore di magrezza misto a quello di sigarette spente nel vino mi fece sentire a casa. Aldo, il gestore, appese cerimoniosamente al muro il grande cartellone su cui erano stati riportati tutti i nomi. Diede due colpi di tosse come farebbe un tricheco e iniziò a parlare.
«Allora, miei cari, vi voglio bene, a parte a voi che venite a trombarci le donne» disse rivolgendosi a Idrissa e Yaya, due nigeriani senza cognome. «Però lo sapete, è quel periodo dell’anno in cui c’è poco da essere amici. Forza, iniziamo: Aldo, che sono io, dice ventitré. Bissio? Te che dici?»
«Ventisette», scoppiettò una voce annegata nel bitume.
«E tu, Crocetta?».
«Quindici».
«Quindici? Sei sempre stato matto, te. Se ti va male finisci come un cappone nel brodo».
E proseguì fino alla “T”.
«Tucano, tu cosa…».
«Prima ci sarei io», abbozzai. «Trottola. Dillo pure: Trottola».
«No, te non giochi».
«Ne ho tutto il diritto. Guarda che anche io mi do da fare».
«Ma Trottola, puvrèt, dico io… Ma chi ti fila a te?»
«Sono storpio, ma l’uccello funziona».
«E chi metteresti in palio?»
«Lei».
Dal bagno emerse Diana: coperta da un vestito di paillettes rosa di una taglia in meno, la parrucca glam-rock e un paio di orecchini a forma di cornucopia, ci guardò tutti con un sorriso di desiderio.
«I finocchi non valgono come donne», disse severamente Aldo.
«Diana non è un finocchio. Diana è una donna», risposi con sicurezza accademica.
«Senti, Trottolino, ci stai facendo perdere un bel po’ di tempo. Il tuo amichetto piselloide non vale come donna. Al gà l’usèl. Hai capito?».
«No, Aldo, non ho capito».
«C’ha l’uccello. Ed è anche in bella vista».
Diana si passò la mano sul pube e lanciò con un gesto un po’ del suo profumo verso i due neri.
«Aldo, fammi giocare», insistetti.
«La regola era mettere in palio la propria donna. Qui nessuno vuole scoparsi Tina Turner coi maroni». Aldo si accese una sigaretta.
«Se tua moglie vale come donna, perché Diana non dovrebbe…»
Aldo non mi fece finire la frase, scavalcò il bancone e diede un calcio alla stampella con una forza di coscia da esattore di crediti. Caddi sulla gamba monca, e mi si staccò la protesi.
«Ora stai lì per terra e io ti piscio addosso».
Idrissa e Yaya lo bloccarono quando già aveva sbottonato le mutande da ospedale, mentre io tentavo di rimettermi in piedi. Mi aiutò Frik, che gabbava il fisco da vent’anni fingendo un ritardo cognitivo.
«Sessantaquattro!», gridai.
«Non hai una donna e non puoi giocare» mi sputò in faccia insieme a un po’ di cenere, dopo avermi preso per la collottola. «Esci da qui, Pistorius».
In quel momento, mentre premevo le palpebre con i pollici per non fare uscire il cervello, la porta del centro scommesse si aprì:
«Buonasera, perdonate il disturbo…» Un signore dall’aria hollywoodiana si toglieva il cappello.
«Lei,» chiese Aldo al nuovo arrivato, aggiustandosi i capelli di paglia: «lei quanti anni ha?»
«Io? Sessantaquattro».
«Ha vinto Trottola! Figa, ha vinto Trottola!». Bertinelli stava saltando di gioia.
«Mi dispiace avere interrotto quello che mi sembra un momento privato, seppur concitato. Avete visto una ragazza alta, magari un po’ eccessiva, ma luminosa, ecco, luminosa? Si chiama Diana». Il sessantaquattrenne si aggiustò il trench sulle spalle.
«Sono qui». Una voce ferma ma suadente cadde dalla parete.
«Diana, amore mio. Torniamo a casa».
«Mi hai promesso una cena al ristorante greco», abbozzò Diana.
«Su, vieni con me». Con la rassicurante bellezza di una buonanotte, l’uomo ci salutò:«Vogliate scusarci. Buona serata».
Dopo che la porta si fu richiusa dolcemente, Bertinelli sputò gli occhi fuori dalla fronte:«Figa, avete visto? Un busone coi baiocchi!».
*
Il giorno dopo, tornato al centro, Aldo mi accolse con un sorriso.
«Abbiamo fatto una riunione. Hai vinto tu. Puoi scegliere chi scoparti».
Mi guardai attorno. C’erano tutti. Yaya mi carezzò il capo, Tucano mi beccò con le pupille.
«Voglio scoparmi tua moglie».
Il corpo di Aldo smottò, impercettibilmente: «Stai scherzando, vero?». Sapeva di non potersi sottrarre all’inferma sacralità dello Scommessone.
«Tua moglie», risposi.
Anche Bertinelli si fece serio. Qualcuno mise in mano ad Aldo il telefono. Poco dopo, ero a casa sua.
*
Tornato nel mio appartamento, mi gettai sul divano.
«Come ti senti?». Dita dolci e robuste mi passarono tra i capelli come mille volte prima.
«Come un astronauta. Vedo il mondo dallo spazio, ora lo possiedo».
«Se lo è cercato».
«Se lo meritava. Non ha mai smesso di bere, nemmeno dopo avermi schiacciato come una busta di latte con quella macchina da giostrai». Guardai per la prima volta con riconoscenza la mia gamba appoggiata al mobile della televisione.
Dalla cucina apparve un signore con un meraviglioso completo in tartan. « Diana, quella parrucca bionda ti donava particolarmente». Poi si rivolse a me: «Che tempismo! Non è vero, Trottola?»
«Finalmente, posso iniziare a vivere», soffiai. «Grazie, papà».
Un racconto di Pierfrancesco Trocchi

