«Puzzi come un rumeno».
Era tardi. Mio fratello stava davanti alla porta, mia mamma con una mano sullo stipite gli sbarrava la strada.
Io li guardavo dalla scala, accucciato in un plaid.
Mamma non disse altro, nemmeno quando mio fratello corse verso camera nostra, passandole sotto il braccio. Era il mio eroe.
Lo seguii, cercando di non fare rumore; incespicai nella coperta.
«E tu vai a dormire». Mamma non faceva prigionieri.
Antonio fumava alla finestra. Entrava un’aria gelida. Neve e vento. Neve, vento e tabacco.
Lo guardai appena, mentre mi infilavo sotto il piumone. Controllai il comodino: termometro, acqua, Tachipirina, c’era tutto.
«Stai meglio?»
«E chi lo sa».
Affondai nel letto e chiusi gli occhi, mentre ascoltavo i rumori: la finestra, le scarpe. Mio fratello le sfilava senza slacciarle, spingendo dal tallone, come se mamma non gli dicesse sempre che così le avrebbe rotte.
«Anto?»
«Dimmi».
«Domani, se sto meglio, posso venire con te?»
«Solo se ti passa la febbre, sennò mamma si incazza.»
«E che ci fa?»
«Ci fa che ce la ritroviamo addosso, lascia stare». Si avvicinò e prese in mano una scatolina. «E questo qui?».
«Un Crystal ball.»
«Non sei troppo grande per queste cose?»
Mamma ci voleva bene, ma non capiva niente di noi.
Quando mi svegliai, il letto di mio fratello era vuoto. Le coperte sfioravano il pavimento, in terra c’era un cimitero d’asciugamani, mutande, calzini. Anto doveva essere uscito presto e mamma non era ancora passata. Mi alzai e raccolsi tutto, in fretta. Lei entrò senza bussare.
«Da’ qua». Mi tolse i panni dalle mani. «Ti senti meglio, tu?»
Sì, sergente istruttore, pensai.
«Misurati la febbre». Indicò il comodino con il mento, poi uscì.
Sbirciai fuori. Non c’era traccia del gelo della notte, e tornai a letto. Mi toccai la fronte e presi il blister della Tachi; ne ingoiai una: mi faceva sempre stare bene, febbre o no.
L’orologio segnava le 11:08 quando riaprii gli occhi. Li stropicciai a pugni chiusi, con tutte e due le mani. L’intestino si svegliò con me, mi precipitai in bagno. Calati pigiama e mutande insieme, restai raggomitolato e infreddolito finché non buttai fuori tutto. In quel momento, sentii un rumore. Doveva essere mamma di ritorno con la spesa. Mi pulii, tirai su i vestiti e andai a salutarla.
La porta della sua camera era socchiusa. La spinsi.
«Che fai?»
Mio fratello era lì. Diecimila in una mano, la borsa di mamma nell’altra. Mise i soldi in tasca e portò un dito alle labbra, «shhh».
Feci un passo indietro e tornai in camera. Misi la testa sotto il cuscino. Aspettai finché non sentii i passi sulla scala, la porta d’ingresso che si chiudeva. Solo allora riemersi dal carapace. Mi guardai intorno, verso il letto di mio fratello, verso il comodino che divideva lo spazio. Guardai il Crystal ball che aspettava. Presi il termometro, lo infilai sotto l’ascella e controllai l’orologio, le 11:42. Aspettai mentre i minuti si allungavano come gomme sotto le scarpe. Controllai ancora, le 11:45. Sbuffai e chiusi gli occhi.
«Si può sapere che fai ancora così?» Antonio era in piedi davanti a me.
«Io non… non lo so», biascicai.
Mi trascinai giù dal letto. Qualcosa mi dava fastidio sotto la maglia. La tolsi e il termometro cadde giù. Ci avevo dormito sopra. «Ma che ore sono?»
Mio fratello non rispose. Si stava già preparando una sigaretta. Controllai, le 17:48. Controllai anche il termometro: 38,3.
«Quindi hai la febbre o no?»
«No».
Era domenica e il sergente era in chiesa. Nessuno mi avrebbe controllato prima di qualche ora. Presi coraggio e mi vestii.
Sudavo mentre mi infilavo il giubbotto, forse per la febbre, forse per la paura di diventare grande. Quando salii in macchina non ci pensai più. Antonio aveva preso la patente la scorsa estate, era bravo a guidare e si sarebbe preso cura di me. Mi avrebbe presentato ai suoi amici, alla sua ragazza, avrei assaggiato la birra e forse una sigaretta. Poi, saremmo tornati a casa.
Non pensavo che le vie potessero essere tanto buie. Quelle volte che la mamma mi aveva portato con lei, i lampioni erano accesi e sui marciapiedi c’erano delle persone. Qualcuno si teneva anche per mano.
«Dove andiamo, Anto?»
«Ora vedi».
Ci pensava lui a me.
Fermò la macchina in un posto ancora più buio. Aprii lo sportello e scesi. Non c’era vento ma l’aria era fredda come mai l’avevo sentita.
«Che facciamo qui?»
«Ora vedi».
Antonio si accovacciò.
«Ma che fai?»
Rialzandosi, rise. «Andiamo, fifone. Aspetta però».
Mi tirò su il cappuccio e me lo strinse in modo che del mio viso si vedessero solo gli occhi.
«Ecco, così va meglio».
Più avanti, la strada era più illuminata. Ci incamminammo in quella direzione.
Aumentò il vento, e anche un rumore che non riuscivo a distinguere.
Poi ci fermammo. «Che figo». Eravamo in alto, sotto correvano le auto.
«Ti piace?»
«Sì Anto».
Mio fratello accese una sigaretta. «Ecco, tieni».
Non capii subito cosa mi stesse passando. Ero pronto a fare il mio primo tiro.
In mano mi trovai una pietra.
Racconto e illustrazione di Sabrina Tosto


Toccante!!! Racconto corto ma pieno di significato ed emozioni. Brava!!!