Quella prima notte era stata scomoda. Si era svegliata spesso al bordo del letto. Un braccio nel vuoto, l’altro che si ancorava alle lenzuola, per non cadere giù. Le faceva male il collo per la quantità di volte che si era ritrovata con la testa penzolante. Aveva il corpo infreddolito: durante la notte si era rigirata spesso, portando con sé quel brandello di coperta che le era rimasto. Una parte di lei rimaneva sempre scoperta. Una metà.
Guardò il telefono: era tardi. La sveglia non era suonata.
Si girò verso la parte del letto mancante. La sveglia era sempre stata sul comodino di lui. Non c’erano più, né la sveglia né il comodino. Solo una polvere sottile sul pavimento segnava il confine esatto di dove stavano prima.
Infilò le ciabatte e andò al bagno. Sedersi su mezzo water era davvero scomodo. La tazza non conteneva la pipì e l’acqua, che allagavano tutto il pavimento. Lo stesso per il lavandino. Lo aprì per lavarsi il viso e il getto finì direttamente a terra. Mentre si spazzolava i denti, con il poco dentifricio che era riuscita a spremere dal tubetto dimezzato, si osservò allo specchio, che si interrompeva al centro. Riusciva a vedere solo la parte destra del volto. Si truccò metà viso: una riga di matita su un occhio, una guancia colorata, un lato delle labbra.
Tornò in camera. Aprì la metà dell’armadio. Indossò un paio di jeans e un maglione verde. Sentì lo stomaco brontolare: non mangiava da giorni. Si toccò la pancia, con i polpastrelli premette attraverso la lana. Il lamento non cessava. Andò in cucina. Abbassò lo sguardo mentre passava per il corridoio. Le aveva già viste ieri sera, dopo essere tornata a casa dall’appuntamento con gli avvocati: le foto incorniciate, in cui era presente solo lei. Davanti alla chiesa, con l’abito da sposa, sorrideva, con una mano teneva in alto il bouquet, in segno di trionfo. Con l’altra teneva il nulla. In un’altra cornice era al tavolo del loro ristorante preferito, nella sua mano un calice di spumante che faceva cin cin con il vuoto. Poi aveva smesso di guardare.
Il tavolo della cucina l’avevano scelto piccolo, per non ingombrare quello spazio che era angusto. Ma ora, tagliato a metà, non conteneva nemmeno un piatto. Aprì il frigo. Prese la bottiglia di latte che aveva comprato il giorno prima. Era mezza vuota. Lo versò nella sua tazza e si spostò davanti alla macchinetta del caffè, anche questa divisa a metà. Bevve il suo cappuccino di fretta e poi lasciò la tazza nel lavello, dimenticandosi che non era intero. La tazza cadde al suolo, i suoi cocci si sparsero sul pavimento. Li lasciò lì e uscì di casa.
Salì in macchina, dal lato del guidatore, l’unico che era rimasto. Mise in moto. Non si chiese come facesse l’auto a rimanere in equilibrio, stando solo su due ruote. Pensò solo che fosse più facile cercare parcheggio, in questo modo.
Tornò a casa. In ufficio i termostati avevano dato problemi tutto il giorno. Le dita non avevano smesso di tremare sulla tastiera. Aveva passato ore a sognare una doccia calda. Quando entrò nel box doccia, tagliato a metà, con una linea di silicone a segnare il confine, si accorse che le era rimasta solo la parte dell’acqua fredda. Scoppiò in lacrime. Si lasciò cadere nuda, con la schiena contro il vetro, e le ginocchia piegate sotto il suo peso. Le venne da ridere, tra i singhiozzi, pensando che anche le lacrime stavano scendendo da un solo occhio. Il suo corpo si stava adeguando alla situazione.
Si fece coraggio. Si rialzò a fatica, afferrò il rubinetto e lo aprì. Dalla metà del soffione iniziò a colare un filo d’acqua ghiacciata. Era una punizione. Uscì tremando, avvolta in mezzo asciugamano. Si sedette sul letto spezzato. Guardò il crocifisso appeso sopra il letto. Anche lui, troncato. Prese il cellulare e compose il numero. Lui rispose a metà del secondo squillo. Io non riesco a vivere così. Non so cosa dirti. Torna, ho bisogno della vita intera. La mia lo è. La mia no. Io ho Teresa. Mise giù e lanciò il telefono nella parte di letto mancante. Cadde a terra.
Passarono delle settimane, o forse dei mesi. Aveva perso il senso del tempo. Sopravviveva in quella vita spezzata. Una mattina, davanti allo specchio, mentre si truccava, si fermò. Guardò la propria bocca riflessa. La parte destra era già colorata. La sinistra, invisibile. Riprese a colorarsele tutte, pur vedendone solo una parte. Poi, con lo stesso rossetto, si avvicinò al bordo spezzato dello specchio e disegnò i contorni di ciò che mancava.
Aprì lo sgabuzzino. Lì dentro c’era ancora la metà di un secchio. Lo prese e lo incastrò accanto al water, riempiendo il vuoto. Si sedette. Era comoda.
Passò la giornata a ricostruire la casa. Attaccò una tenda davanti al box doccia dimezzato, come se volesse proteggere anche l’assenza.
In cucina mise uno sgabello accanto al mezzo tavolo. Non era troppo funzionale, ma bastava per appoggiare un secondo piatto. Al posto della macchinetta del caffè segata, comprò una caffettiera da due da una tizia su internet. Quando la aprì, profumava ancora di arabica. La usò subito. Una tazzina la bevve, l’altra la lasciò lì. Come promemoria.
Le fotografie, invece, le prese tutte e le mise sulla metà del divano. Le guardò a una a una. Da vecchie riviste e giornali ritagliò mani, profili, ombre, animali, piante. Li incollò nei buchi. Dove c’era il marito, ora c’era una giraffa con un cappello a cilindro, un uomo con il viso cancellato, una bambina che rideva a occhi chiusi.
A cena, si cucinò un piatto intero di spaghetti. Li mise in due piatti, uno rosso e uno blu. Si sedette al centro del tavolo. Poi, li mangiò entrambi.
Un racconto di Sara Giordano
Illustrazione di Ghirigori

