La buca

L’avevo visto sotto il sole di mezzogiorno alla buca. Mio padre, affacciato sulla cavità nel terreno tra il bosco ceduo e i campi arati, aveva sollevato Oliva con il suo ventre rigonfio di vita e, in un soffio, l’aveva buttata giù. Nell’ultimo istante, la cagna lo aveva guardato con la fiducia di chi era abituato a mangiare da quelle mani sporche e ruvide, ma lui non si era tirato indietro. 

Sempre in mezzo al fango e agli animali, s’imparava presto a fare come le bestie per garantirsi la sopravvivenza. Capitava che la gallina beccasse le proprie uova, la coniglia abbandonasse la nidiata, la capra ingoiasse – come se fosse carnivora – placenta e cotiledoni, imbottendosi la bocca di polpa appena dopo il parto.

Anche Oliva se la sapeva cavare in quanto a riempirsi la pancia, ma a noi non portò mai nulla. Non seppe catturare nemmeno uno dei tanti piccioni che nel vecchio fienile facevano incetta del nostro sorgo, steso ad essiccare.

«Ne prendesse uno, almeno lo mangeremmo al posto dei polli. Invece, no. Sei mesi di lavoro a fare crescere sorgo, e nemmeno ho da mangiare» diceva mio padre.

La sola che aveva la pancia gonfia era Oliva. E lui la lasciò cadere. Giù nel buco nero, nel punto più profondo, tanto che non si sentì nemmeno il guaito. Eppure deve esserci stato un lamento – come minimo – per la delusione di chi si vede tradito.

A cena, solo poche ore più tardi, davanti un uovo fritto a testa, lo misi alla prova.

«Papà, hai visto Oliva? È da ieri sera che non la vedo».

«Stamattina ha mangiato» disse mia madre.

«Chi glielo ha dato?» chiese lui.

E lei rispose: «Io».

«Male. Hai fatto male. Cibo andato sprecato. Quella cagna non ci dà da mangiare, ricordatelo». 

«A me dà affetto, però. Più di certi uomini». Per istinto, mi accarezzai la pancia.

«Un parassita, ecco cos’è chi inizia a mangiare troppo e non contribuisce in niente». Lui aveva gli occhi tristi e a me si chiuse lo stomaco per quelle parole.

«Non hai fame? Non mangi?» mi chiese mia madre.

«Oggi no» dissi «Forse, nemmeno domani».

Come potesse farcela a crescere il figlio che portavo dentro, non me lo spiegavo. Mi domandavo perché continuasse a resistermi: non volevo nutrirlo, educarlo, vederlo fiorire e correre. E poi soffrire. Quanto tempo ci avrebbe messo un bambino a imparare a contribuire? E quanto mio padre a rendersi conto della mia paura?

«Papà, a te costa davvero così tanto una cagna che sta per diventare madre?» provai a chiedergli.

La pancia che si gonfiava, quanto meno, era garanzia che io, nella buca, nello stato in cui ero, non ci sarei passata. Di buche ce n’erano tante, ognuna aveva il suo nome: la sprugola, l’inghiottitoio, la spelonca – quella di Oliva –, il pertuso. Mia madre era convinta che ogni buca fosse così profonda da arrivare al mare. Nessuno di noi aveva mai assistito a una sparizione e questo bastava per considerarle solo superstizioni. Ma io avevo visto Oliva cadere nella buca e, come è tipico dei disperati che hanno, come unica arma per sopravvivere, la speranza, cominciavo a crederci per davvero che fosse finita in mare.

La certezza arrivò un mese dopo, quando dall’acqua tirarono su pezzi  di pelo che tenevano le ossa incollate tra loro. Un collare – con scritto OLIVA 33131315 – aveva permesso di rintracciare il proprietario. Al telefono i pescatori dissero a mio padre che avevano trovato roba sua in mare e il suo modo per liquidare lo scheletro fu portarselo via in una cassetta della vendemmia. Però, una volta a casa, invece di scavare una degna fossa per Oliva, appese quel mucchio di ossa in cantina con delle corde accanto alle cotenne, alle pancette e alle spalle coperte con la retina. Quando mia madre gli chiese spiegazioni, lui si limitò a dire che in certi casi non si ha scelta, che per i cristiani ci sono le tombe e per gli animali la natura.

Mio figlio era riuscito a nascere, a crescere e a mangiare senza farci finire, abbracciati insieme, nella bocca scura e vorace della buca. Un giorno – Elia aveva già tre anni – durante una storia della Pimpa, sentimmo abbaiare. A me sembrava venisse da fuori, invece, Elia disse: «Mamma, qui. È Olià!». 

Mi indicò il corridoio con insistenza, poi aggiunse: « È stato nonno!»

Aprii con cautela la porta. Una cagna del tutto simile a Oliva – ma viva – con addosso il collare di Oliva, corse incontro a mio figlio e gli leccò la faccia. Erano come due buoni amici che si rivedono dopo una lunga separazione. Dovevo immaginarlo che fosse un rischio mettere al mondo un figlio maschio; gli uomini si coalizzano sempre tra di loro – il calcio, i motori, i trattori, persino il decespugliatore. A tre anni Elia era già complice di suo nonno, ma quell’intesa dove l’avrebbe portato, una volta adulto?  

Quando mio padre tornò dal lavoro, sorprese Elia e me – e la nuova Oliva – stesi per terra, davanti al camino. Eravamo intenti a imboccarci a vicenda e ogni tanto allungavamo al cane qualche scarto della nostra cena. 

«Hai riutilizzato il collare di Oliva. Non ti sei preoccupato nemmeno di togliere il tuo numero» gli dissi.

Lui, mentre andava a sdraiarsi nel letto, senza neppure passare dalla cucina per un boccone pur di lasciare tutto il cibo a noi, puntò Elia con il mento e borbottò: «Aspetta che si faccia uomo, poi il padrone sarà lui e anche il  numero scritto sulla medaglietta diventerà il suo».

Vidi due mani ancora giovani e senza calli afferrare il testimone che il destino gli aveva passato, sostituire il collare, sollevare il cane e poi lasciarlo cadere giù. Vidi cosa avevo fatto mettendo al mondo mio figlio a cui sarebbe toccato, tra alcuni anni, ricevere una telefonata dai pescatori.

Un racconto di Marta Pavesi

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