…chi sei – c-c-c-c-…
Al karaoke stanno massacrando Contessa; me ne accorgo, anche se l’ondeggiare della fiamma – nella zucca intagliata – mi ha ficcato in testa il Great Pumpkin Waltz. Sotto al tavolo, la mano destra lo sta suonando sulla ciniglia nera della mia coscia.
Mezzo minuto seduta, per finire il mirto mentre scrocchio le caviglie, torturate dai tacchi.
Pietro mi sta ben distante – non mi ha parlato per tutto il viaggio; da inizio serata è appostato al bancone, chiacchiera con Giovanni. L’argomento è chiaro: Gomez dà le spalle a Morticia e una mummia lancia occhiate, per niente furtive. Ci sarebbe da ridere.
E forse sorrido, se dall’altra parte della stanza Luana attrae il mio sguardo – solleva la Adelscott e mi fa l’occhiolino.
«Dammi un motivo logico!»
«Non mi sembra sia ancora il moment-»
«Puttanate! Cosa cazzo c’è che non va? Dopo due anni sarebbe anche ora!»
«Te l’ho detto. Speravo che la tournée – i soldi…»
«Cazzate! Tutte cazzate! Te ne ho proposte mille, di soluzioni. Ma non c’è mai un cazzo che vada bene!»
«Ti prego, calm-»
«Col cazzo! Che t’aveva detto, quello là? Che ti fai un fottio di alibi! Lo sai? C’aveva ragione, che cazzo! Ragione aveva! Non fai mai un cazzo di passo in più e ti ci costruisci sopra mille cazzo di scuse! Ricordatelo, c’aveva ragione!»
Un brivido: due mani sulle spalle, da dietro, e un pollice che mi accarezza la nuca, sotto la parrucca; Michele mi bisbiglia all’orecchio: «È il tuo turno, bellezza…».
Le sue dita sono ancora sul mio collo, mentre introduce il main event della serata. Se n’è accorto anche Pietro; mi degna di uno sguardo – interrogativo? Accusatorio? Riesco a non sogghignare.
Distendo le gambe, mi appoggio allo schienale della sedia; tra le scapole sento la fibbia della cintura di Michele. Piego il collo all’indietro; guardo da sotto in su la crasi tra Eddie Vedder e Danny Zuko che mi sovrasta; seguo con gli occhi il pomo d’Adamo, mentre Michele si interrompe un istante, per deglutire.
Sotto al culo, lo sgabello mi conferma d’essersi assestato col suo solito scricchiolio. Roberto mi dà il segnale d’attacco; ha appena iniziato a cantare e Luana sta già piangendo, con Claudia e Marta, commosse, che le passano fazzoletti di carta e le stringono mani e braccia: le Tre Marie, vestite da Sorelle Sanderson; nascondo una risatina a singulto con un mezzo ghirigoro sulla tastiera del verticale.
Pietro è estremamente affascinato dal suo – cosa, quinto? – boccale; Giovanni tamburella le dita bendate sul bancone; Michele lascia ciondolare un braccio giù dalla spalla di Pietro.
Mi squadra.
Infilo gli occhi tra i tasti e le unghie smaltate di nero.
«La vita da musicista maledetto!»
«Certo, allora cosa? Mh? La droga? Così, scusante maxima – l’ho fatto perché ero piena fino al midollo.»
«Mi stai diventando troppo filosofa, bellezza. Puntiamo all’istinto animale, no? Tiè, ti piazzo lì pure Gazzè…»
«No, ‘Chele, non puoi buttarla in caciara-»
«Rilaaaassati… Stavo scherzando, sta’ calma… Cristo, uno non può neanche fare il piacione, che te…»
«’Chele, dai…»
«Lo so, lo so. Tranquilla…»
«…»
«… Guarda che io lo so, come sei».
Luana è appesa al collo del suo zombie; qualcuno applaude, qualcuno accenna una marcia nuziale con stonatura alcolica; Giovanni ulula, rovescia un boccale mezzo pieno sul pianale proprio mentre Michele si allunga al di là del bancone e spilla due pinte.
La fiammella abbandona la zucca, vola sulla sigaretta che Pietro si sta accendendo prima ancora di chiudersi la porta a vetri alle spalle.
Riesco a vedere solo una cosa: il gomito liso del suo gessato.
Trascinare Michele in bagno – levargli la maglietta umida di sudore e di birra – leccarlo – alzarmi da sola il vestito – strapparmi i collant – farmi scopare come una cagna, piegata sul lavandino.
Regola numero uno, anche per un turnista: sorridere.
Rientro nella parte, ma non c’è bisogno di un bis: la play-list di sottofondo è già tornata volume dominante. Michele sta finendo di tamponarsi la maglietta con un canovaccio, mentre recupera il suo migliore amico, fuori dalla porta; gli ruba un tiro di sigaretta – prima di lanciarla, praticamente integra, verso il tombino in mezzo alla strada. Lo spintona, sghignazzando e spiegandogli qualcosa che non riesco a sentire; vedo Pietro ridere, mentre raggiunge sua sorella, le tira giù il cappuccio fino al naso e pare confidare un segreto a Roberto.
A farmi sbattere le palpebre sono i Supertramp.
…it’s been nice – hope you find your…
Lo sgabello scricchiola ancora, mentre torno a voltarmi verso il pianoforte.
…tried to see your point of view…
Seguo gli accordi posando appena i polpastrelli sui tasti;
…feel no sorrow – feel no shame…
sfilo i piedi dalle scarpe, distendo le dita;
…it’s not for me…
poggio il destro sulla sordina,
…feel no sorrow – feel no shame…
sento il freddo del metallo anche attraverso i collant.
…come tomorrow – feel no pain…
Un racconto di Chiara Almici

