Il palloncino

Un palloncino. Un palloncino lo prendi. Lo stringi. Senti la superficie liscia. Soffice. Continui a stringere un po’ di più. La pressione che sale. Le unghie che affondano piano piano. La pressione che aumenta. E poi…

BOOM

L’esplosione. Un cazzo di Big Bang. Il mistero della creazione e dell’esistenza che si sprigiona in un istante. Il Caos. 

Il Brivido. Nonostante ti aspettassi quel botto non puoi fare a meno di scattare. 

Il Piacere.

Sì, hai capito bene. Il Piacere. Perché io a trentacinque anni ho scoperto di essere affetto da globofilia. Attrazione verso i palloncini. Nel mio specifico: piacere nel farli scoppiare.

Trentacinque anni. Trentacinque è un bel numero. A trentacinque anni la tua vita inizia a prendere forma. Ti inizi a conoscere davvero. Lavoro. Casa. Abitudini.

A trentacinque anni anche la vita dei tuoi amici inizia a prendere forma. Si innamorano. Si sposano. Fanno figli. I figli crescono. Tu diventi lo zio preferito. Sei quello matto. Quello che li fa divertire.

Ed è così che ti invitano a un cazzo di compleanno. Pieno di bambini, gente repressa e musica di merda. Ma soprattutto: pieno di palloncini.

Un cazzo di incubo.

E tu dirai «Ma quale è il problema scusa. Fanne scoppiare uno per sbaglio, no?»

E tu credi che non l’abbia fatto? Ne ho beccato uno per terra, indifeso. Piede sopra. Inizio a schiacciare. La sento. Eccola. La pressione. Premo un po’ di più e…

BOOM

Tutti si girano. «Ops» braccia aperte, sorrisetto del tipo scusate.

Ma non basta.

Immagina. 

Immagina di entrare in un harem pieno di donne, o uomini, o quello che cazzo ti piace scopare. È l’harem dei tuoi sogni, ma tu puoi farlo solo con una persona. Ora, ti sembra giusto? Ti sembra equo? NO! È una cazzo di ingiustizia.

Inizio a sudare. Irritato.

«Ah, mio figlio è una benedizione!» sento chiacchierare la tizia vicino a me con l’amica. La guardo. Occhiaie. Capelli spettinati. Vomito sui pantaloni. Devo ricontrollare la definizione di benedizione sulla Treccani.

Rabbia. Agitazione. Bambini che corrono. Musica sempre più a manetta. 

Mi sfogo sul cibo.

Poi dopo qualche minuto arriva. LUI. L’animatore. Il clown. Quello che tutti si chiedono come cazzo c’è finito a fare questo lavoro. Qui. Alle cinque del pomeriggio a fare il coglione davanti a venti bambini strafatti di zuccheri.

Ma poi tutto prende senso. Li tira fuori. Palloncini. Ora capisco. Lui è come me. Glielo leggo negli occhi allo stronzo.

Inizia a fabbricare cani. Tartarughe. Gatti e… BOOM. Ogni tanto uno scoppia. Lo stronzo mima un Ops e ne tira fuori un altro. Come se nulla fosse. «FORTUNATO BASTARDO!»

«Come scusa?» mi chiede la tizia accanto. L’ho pensato ad alta voce?

«Ho detto – È sembrato un petardo» rispondo. Sorriso di cortesia. Spero l’abbia bevuta.

Questo è troppo. Non ne posso più. Mi siedo dove capita. 

Quando arriva la cazzo di torta?!

I bambini corrono con gatti, martelli, spade. Voglio morire. 

Dopo un po’ se ne presenta una. La conosco. Emily. L’amichetta del festeggiato. «Ciao signore!» Mi si vuole mettere seduta sopra, a cavalcioni sulla coscia. Ha un palloncino a forma di cane sotto il braccio «Hai visto che bel cane che ho?»

«Oh sì. Ti vedo. Ti vedo con quella superficie soffice e invitante…» faccio tra me e me.

«Ti vedo, con quelle orecchie tonde che mi aspettano. Con quel muso, pieno d’aria straripante…» Sento una voce in sottofondo che fa «Emily!»


«Ti vedo, con quel color porpora che nelle pieghe va quasi a scolorirsi…» Allungo lentamente la mano verso di lui.

«EMILY!»

«Ti vedo. Che mi aspetti. Qua davanti. Pronto. Pronto sì! PER IL PIACERE ULTIMO!»

«EMILY! VIENI VIA DAL SIGNORE!»

La bambina viene strattonata via con forza. Il cane con lei. Torno in me. Stavo sbavando un pochetto. Mi pulisco con la manica della giacca.

Non penso di poter più resistere.

Dopo un po’ arriva finalmente. La torta. Sono quasi arrivato alla fine. Alla salvezza.

Succede qualcosa però. Qualcosa che non avevo calcolato. I bambini.

I bambini hanno lasciato i cazzo di palloncini tutti INDIFESI per correre verso la torta. E da terra ora mi guardano. Mi guardano, con i loro musi inespressivi e sussurrano «Galleggiamo. Galleggiamo tutti qua sotto.»

Cinque minuti dopo.

Cinque minuti dopo sono fuori a fumare una sigaretta. Come si fa dopo un cazzo di orgasmo. Cinque minuti dopo ho un occhio nero. Sangue che cola dal naso. Sento l’eco dei pianti. Dell’innocenza traumatizzata che viene dall’interno.

Cinque minuti dopo ho perso qualche amico. Probabilmente, dopo qualche telefonata, anche qualche parente. Forse dovrò cambiare paese. 

Cinque minuti dopo ho un cazzo di sorriso da ebete sul volto. 

Sono qui. Ora. 

Non me ne importa nulla di tutto il resto.

Guardo il sole che tramonta. 

Sembra un cazzo di palloncino.

Un racconto di Gianpaolo Moscetti

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