L’estate in cui ho smesso di amare mio padre inizia con una brochure che non sta più insieme. L’ho aperta e ripiegata così tante volte che si è consumata lasciando i fogli aggrappati a uno smilzo lembo di carta. Ma non importa perché presto raggiungeremo il campeggio Ultimo Sole e il suo gigantesco groviglio di scivoli che si tuffa dritto in mare.
Siamo in viaggio sulla nostra Ritmo bianca, mio padre al volante e mia madre accanto con la borsa frigo e i panini al prosciutto tra le mattonelle refrigeranti Giostyle. Poi ci sono io e c’è mia sorella con una gamba ingessata e il broncio. In coda la roulotte Adria. Mio padre si accende una Merit e mette fine alla lite rituale sulla scelta tra le musicassette, sempre le stesse, che sono la colonna sonora delle nostre estati: Battisti, Dalla, Nannini, la compilation del Festivalbar ‘95 di mia sorella e l’imbarazzo di sentire le parole “tettine” e “sesso” in Freak di Samuele Bersani davanti ai miei genitori.
Tutte le bambine sono innamorate del proprio padre. Un amore destinato a trasformarsi presto in odio ma non per me, non ancora, perché in vacanza al campeggio Ultimo Sole mio padre vincerà il torneo di freccette e braccio di ferro e taglierà il gesso di mia sorella, liberandole la gamba dopo trentacinque giorni di cattività, tra le risate e il disgusto per la puzza di pelle malsana e il terrore di mia madre che possa ferirla con quel coltello da cucina. No, non c’è bisogno di andare in ospedale, perché ci pensa lui.
“Vieni, Alessia, vieni a vedere,” urla mio padre dagli scogli. Mi faccio spazio tra gli uomini in slip sintetici, berretti da pescatori e mani giunte dietro la schiena. Mio padre al centro, con un ginocchio a terra come la figurina di un calciatore, tiene tra le mani un polpo che arriccia i tentacoli attorno al polso, lì dove una sagoma bianca tra l’abbronzatura svela l’assenza di un orologio che si toglie solo in vacanza. Afferra il polpo e spinge i pollici fino a rivoltarlo come si fa con un guanto di gomma. La povera bestia smette di agitarsi solo quando gli vengono strappate delle parti dalla forma non associabile a nessun organo riprodotto nella mia collezione di Esplorando il Corpo Umano. Dopo averlo privato delle viscere, lo afferra dai tentacoli per sbatterlo con violenza sullo scoglio. Uno, due, cinque colpi secchi, ruotando il polso per non escludere alcuna sezione delle carni di quel mostriciattolo, viscido e sbiadito. Gli altri uomini, in piedi e altissimi, proiettano ombre corte e deformi sul cadavere, nascondendolo alla vista del sole e del resto della spiaggia. E io, l’unica bambina, tra i testimoni di questo piccolo delitto che traccia un ghigno sulle facce degli spettatori e squarcia un sorriso storto sui denti gialli di nicotina di mio padre. Lui, l’uomo che ha catturato e ucciso un polpo a mani nude. Mi prende per mano intanto che il polpo molle pende tra le dita di quell’altro arto, che ricorda l’artiglio meccanico per pescare peluche nella sala giochi del campeggio Ultimo Sole, due gettoni alla volta.
“Carla, Carla!” urla, procedendo a falcate ampie sulla sabbia bollente. “Guarda, Carla, guarda!” Nei suoi passi, il trionfo e l’urgenza di chi ha sconfitto un nemico. Faccio fatica a stargli dietro perché le mie gambe sono diventate molli come i tentacoli di quel polpo smorto e le mie labbra sono fredde limacce schifose. Cado, anzi… frano nella mia pelle perché sono priva di ossa. E poi il buio e niente più, fino al mio risveglio.
Nel campeggio c’è silenzio. Il tempo è scandito dal tintinnio delle posate e dei piatti appoggiati sui tavoli pieghevoli. Qualcuno sta già lavando le stoviglie nei lavatoi comuni. Presto tutti si rintaneranno nei camper e nelle roulotte per riposare durante le ore più calde. Mi alzo dal mio letto e scosto la tenda di perline. La mia famiglia siede a tavola. Scendo i gradini e appoggio il piede sul tappeto verde che delimita il confine della nostra piazzola, lì, dove mia madre stende i costumi bagnati. “Ti ho lasciata riposare,” si giustifica, “vuoi mangiare qualcosa?” mi chiede. Qualcosa. Cosa? Mi chiedo se sia davvero quel polpo che, insieme al prezzemolo e alle patate, si trova nella terrina di coccio. Quel polpo che adesso viene infilzato dalla forchetta e portato alla bocca. Accolto tra le labbra e disintegrato sotto i denti. Soffice, sofficissimo. “Si scioglie in bocca,” commenta mio padre. Le botte servono a questo: a rendere morbido, delicato, duttile, giusto e gestibile ciò che non lo è. I piatti di mia madre e mia sorella sono vuoti. Piluccano sommessamente piccoli pezzi di pane, come quei passerotti che ogni giorno ci fanno visita nella veranda.
Niente polpo per mia madre complice che lo ha cucinato, perché non ce la fa. Niente polpo per mia sorella che odia il pesce e odia da morire mio padre. Dopotutto non sarebbe mai caduta e non si sarebbe mai rotta una gamba se lui non l’avesse inseguita per le scale.
Mio padre mangia il polpo e borbotta deluso, quasi amareggiato. “Non capite niente,” bofonchia ingozzandosi.
Un grosso piccione irrompe tra i passerotti a cui non rimane altro da fare se non volare via.
Così vanno le cose.
Un racconto di Valeria Disagio
Illustrato da Babsie

