Ext12 si avvitò l’orecchio: il timpano bionico gli dava ancora problemi. Gli sembrava di sentire una voce che ripeteva il suo codice per intero. Sperava che stringendo un po’ i circuiti, il problema si sarebbe risolto, almeno per il tempo della caccia. Verificate le funzionalità del sistema, si guardò intorno, nel deserto in cui lo avevano portato le coordinate. In quei momenti invidiava gli altri componenti della sua tribù, a cui bastava trovare un accesso elettrico libero, al momento del bisogno, per ricaricarsi – cosa non difficile nella grande città cibernetica. Per lui era diverso. Era ancora troppo organico.
L’anello di trasporto l’aveva portato lontano, non si vedeva più neanche la città-macchina, all’orizzonte. Sopra di lui, il cielo sembrava immenso. Il diaframma del suo occhio artificiale si restrinse per filtrare meno luce. Non c’erano uccelli in volo, il sensore di movimento gli evidenziò solo il lento passaggio delle nuvole chimiche. Cominciò a camminare sulla terra arida, dove qua e là sopravvivevano ciuffi di erba gialla. C’erano addirittura delle rocce, in giro. Ext12 usò la propria mano umana per sentirne il contatto – quando faceva così i robot della sua tribù lo prendevano sempre in giro. La pietra era calda per l’esposizione al sole. Il sensore di movimento lampeggiò. Ext12 prese in mano il fucile elettrico e le sue gambe a propulsione si attivarono, facendolo scattare in avanti. Il visore mostrò l’immagine di una creatura squamosa con delle sfumature rosate. Ext12 lanciò un’imprecazione e innescò i freni. Una lucertola radioattiva. Immangiabile. I congegni motori si stavano ancora rilassando, quando la terra sotto di lui cedette per l’attrito, facendolo cadere.
La modalità notturna gli mostrò un ambiente naturale roccioso e umido. Alzò la mano e saggiò le pareti di quel pozzo. I polpastrelli si bagnarono di un velo d’acqua – autentica acqua. Poteva esserci vita organica da quelle parti. Cercò di rialzarsi: sembrava che il propulsore delle gambe fosse danneggiato, ma ci avrebbe pensato più tardi. Per il momento gli conveniva inoltrarsi nella grotta. Digitò una cifra sul display dell’avambraccio, attivando la luce frontale integrata nel torace. Percorse un corridoio stretto. Le orecchie bioniche percepivano il suono di minuscole gocce che cadevano dal soffitto roccioso, il rumore infinitesimale del sale che cristallizzava, l’eco dei propri passi che si propagava nella terra, e una voce. Scosse la testa, per scacciare quel suono. Arrivò alla fine della galleria, la luce illuminò l’ampio spazio di una caverna. Un vento gli rinfrescò le guance sudate. L’occhio cibernetico si spalancò.
Su tutte le pareti della grotta erano stati tracciati dipinti rossi e neri. Sembravano figure umane stilizzate che cacciavano animali, bisonti, forse, o elefanti – i nomi non erano nel suo archivio. Ext12 si avvicinò a quelle immagini, mentre il visore gli comunicava la sostanza minerale di cui erano composte. Passò le dita meccaniche sul contorno di una mano umana, accarezzandolo.
«Extremus Dodici».
Ext12 si voltò. Di nuovo quella voce.
«Morirai di fame, Extremus».
L’androide percepì una fitta al di sotto degli strati metallici.
«Codice e programmazione» gridò.
«Non ho codice né programmazione» rispose la voce «sono un essere spirituale».
«Spirituale?»
«È una parola antica. Significa che non sono fisico».
La vibrazione che produceva non sembrava di un suono sintetico – era forse simile a lui?
«Devi toglierti il visore, se vuoi vedermi» continuò.
Ext12 fece come gli diceva la voce, e il suo occhio biologico intercettò una figura bianca, in fondo alla grotta. Emanava una luce fredda e intensa che non creava ombre.
L’essere spirituale si sedette sul pavimento di pietra e alzò i suoi occhi completamente neri su Ext12.
«È da tanto che ti chiamo», disse.
L’androide impallidì.
«Chi sei?»
«Sono il creatore dei sigilli. E questo» disse aprendo una mano «è per te».
Ext12 si avvicinò alla figura luminosa e guardò cosa aveva in mano. Sembrava un oggetto in pietra raffigurante una figura umana nuda, deforme.
«Cos’è?»
«Un idolo. Costruito dagli uomini, molti anni fa».
Extremus raccolse l’idolo di pietra e se lo rigirò tra la mano organica e quella bionica. Una serie di dati gli attraversavano i circuiti e non sapeva per quali input cercare una risposta.
«Cosa dovrei farci?»
L’essere spirituale sembrò sorridere. Per un istante gli si aprirono delle pupille nere sulle guance.
«Devi distruggerlo».
«Perché?»
«Io imprimo sigilli dopo la creazione dei mondi. Chi distrugge un sigillo, distrugge il mondo».
L’androide sentì il proprio corpo farsi più pesante e le gambe meccaniche cedere sotto il suo stesso peso. Erano decisamente danneggiate. Si trovò faccia a faccia con l’angelo dagli occhi neri, che seguitava a sorridere.
«Che fantasia che avevano gli uomini, mi piacevano». Sospirò, «Non come le macchine, progenie non creata».
Ext12 ebbe un tremito, ma forse era l’umidità della grotta che gli stava danneggiando gli impianti.
«Perché dovrei distruggerlo io?»
Gli occhi neri dell’angelo sembravano risucchiarlo.
«Hai sempre saputo di essere diverso da quelle cose. Tu sei l’ultimo essere con un frammento di energia spirituale, sei destinato a farlo».
Extremus accarezzò la pietra bianca, mentre la voce fredda penetrava nei suoi circuiti nervosi.
«E poi te l’ho detto» sussurrava, «le tue gambe sono rotte, non c’è più vita su questo pianeta. E tu morirai di fame».
Un racconto di Eugenia Bardanzellu
Illustrato da Babsie

