Pitbull in Glasspiel

Improvviso passi di fusion jazz mentre un Pitbull da centodieci chili lecca bicchieri di cristallo con vodka e sassicaia a ritmo house, la luce della strobo m’illumina d’immenso, “Sì! Sì!” urlo. Il Pitbull abbaia verso di me, “Sì” rispondo di nuovo “Ho visto la luce!”. Prendo la rincorsa e mi tuffo nella luce in fondo al tunnel, mi ritrovo sdraiato, un cerchio di teste mi guarda dall’alto con uno spiraglio di flash in mano, un gorilla mi afferra e mi rimette in piedi “Uh uh” dice il bestione ma parliamo lingue diverse.

Gocce di rame iniziano a colarmi dal naso mentre il pavimento diventa rosa e appiccicoso come una bigbubble, un rumore di stelle cadenti mi si abbatte contro come la caloria di un campo di girasoli, vomito mille volte guardando l’odore della pioggia precipitare sul sapore dell’alba, la mia testa è il pennello e sul muro ho fatto un dripping un action painting un Rorschach.

Alzo da terra un loxosceles rufescens appeso alla mia mano tramite una ragnatela stratosferica, ci soffio ed emette dolcissime melodie da arpa. 

“Testa di cazzo!” urla un coro di terroni naziskin, “Quello è il ragno violino non il ragno arpa”. Sempre a etichettare. Non do conto al loro parere da sfigati segaioli e mi ci butto addosso, sento il tonfo ripetuto dei loro cazzotti sul mio stomaco.

In mio soccorso esce dai cessi un gruppo di punkabbestia tatuati fino alla lingua e strafatti, birre in mano, soffiano nei colli della bottiglia a mo’ di flauti emettendo lo stesso suono del corno da nebbia di una nave, in quel momento cento o poco più salvagenti cadono in acqua ma sia i naziskin che i punkabbestia preferiscono morderli mostrando il dito medio, affondando nell’acqua del loro piscio.

Capisco di essere il capitano quando decido di abbandonare la nave e tutti indicano me e mi esibisco in inchini. Dal buio pestato dalla strobo arriva la melodia di un coro in Si bemolle “Non ci pensare” a intervalli di granelli di zucchero a velo. Ma dalla testa squarciata per le botte al muro escono sentimenti, alcuni li infilo in tasca altri li nascondo sotto il suono dei mille bicchieri di cristallo che il Pitbull continua a leccare emettendo stelle cadenti che m’illuminano la pista, un angelo in mezzo alla sala indica con un dito: — Ci sei quasi, non perdere la frequenza! — I suoi capelli al tatto sono margherite, apro le mani come per recitare il Padre Nostro, mentre il mio corpo è in preda alla potenza di attacchi epilettici.

— Cosa vuoi che io faccia per te figliolo, 

I miei occhi raggiungono l’intensità di due sparklers, — Raggiungere la purezza di un sogno, — un occhio a lui e con l’altro guardo i bicchieri che il Pitbull continua a slinguazzare.

— Brucia fino alla fine, il fuoco modella il diamante grezzo.

— Non voglio sapere come finirà.

— Adorami adesso solo nella spiritualità della melodia e della parola, è un lavoro meticoloso di fiducia. — Mi dà la sua mano da baciare.

In tonaca appaio davanti al tempio dove tutti si dovranno inginocchiare perché è il momento di mettere il guinzaglio al Pitbull.

 Cento bassi emettono un unico assolo che falcia cento tronchi della foresta pluviale che cadono simultaneamente in una bolla, e mi sale sulla schiena una scimmia ma che penso sia un’araba fenice. Un tutt’uno di percussioni, tribù indiane dal piede quarantotto scalciano accanto al fuoco emettendo il botto delle zampate di una lepre sul suolo in preda alla paura, mi tolgo le scarpe per creare una connessione con l’acqua che sale dal pavimento, Il Pitbull richiama al silenzio attraverso una leccata lentissima a una coppa di cristallo emettendo un fischio di decibel indefinibili, è il momento Jim, apri la tua porta. 

La melodia è donna e mi abbraccia, “Adesso io e te saremo una cosa sola, senti?” Saette squarciano il cielo per avere imbizzarrito Zeus, ma io non ho altri dei all’infuori di Te. La sento nel sangue dolciastro io e la melodia del sogno siamo connessi, una luna verde in ceramica sorge dall’acqua ma l’immagine non mi commuove abbastanza,

 — Fammi sentire di più —. Martellate sull’acciaio mi aprono i timpani. — Continua non ti fermare —. Cento batteristi seguono a ritmo stridente sbattendomi mazze da baseball in testa, — Voglio pisciarmi addosso. Fammi collassare come una stella —.
In quel minuto succede di tutto; sparano dieci Berette 92, cento AK 47, mille mortai, un milione di cannoni, un miliardo di missili terra aria, un atomo si scissa, un’atomica scoppia, l’Etna deflagra aprendo un vortice nell’acqua del diluvio universale e mi trascina, provo a rimanere aggrappato con le unghie ma non riesco e mi risucchia. Esplodo.

Rimane solo il buio e un onnipotente voce fuori campo:
— E adesso? Dimmi ciò che desideri.— Non voglio essere come queste mezze schiappe; voglio essere energia pura; voglio che i miei sensi si fondano —.
Dal buio arriva a intervalli il suono tenue di un triangolo a indicare la chiusura del concerto è dolce come una farfalla in primavera che bacia di fiore in fiore mentre stai sdraiato sull’erba a raccogliere la brezza.

Un racconto di Ivan Lo Pizzo

Illustrazione di Giorgio Luppino

Lascia un commento