Valzer di provincia

«Oh, Riccardo», dice mentre ce l’ha davanti, e intanto pensa a quella sera di ventidue anni prima: loro due tredicenni a setacciare il bosco, con l’intento di ritrovare un uomo che si dice si fosse perso tempo prima. La storia era una leggenda, ma è proprio dalle leggende che nascono le avventure e dalle avventure le amicizie. Riccardo e Marco, nella buona e nella cattiva sorte: più cattiva, per i compaesani che dovevano subire i loro disastri; più buona, per quei due, fino a una certa età armati solo di petardi, poi di petardi e sigarette e un accendino in due, poi di sigarette e canne e bottiglie – con ancora qualche concessione ai petardi quando c’era da festeggiare qualcosa.

«Oh, Riccardo», dice Marco mentre ha davanti la persona con cui ha fatto il viaggio dei diciott’anni. Loro due a Rimini. Nottate in spiaggia a guardare le stelle, obnubilati da alcol e serotonina, a fantasticare su uno dei futuri possibili. «Se mi sposo con Rosalba, mi fai da testimone?», «Inizia a baciarla, che per sposarsi c’è sempre tempo».

«Oh, Riccardo», dice Marco, fissandolo e ricordandosi di quando, dopo esser finalmente riuscito a baciare Rosalba e poi averci fatto l’amore, e aver condiviso con lei i pomeriggi, le sere, l’estate, l’autunno, l’inverno, la primavera e ancora l’estate e ancora l’autunno, la vide con lui, nel prato dietro il grande castagno. Lei e Riccardo sdraiati su una coperta, incuranti dei ricci sparsi su tutto il prato e che dovevano per forza punger loro la schiena, e non solo la schiena, nonostante il plaid.

«Oh, Riccardo» e guarda quell’uomo, una volta suo collega in fabbrica, a controllare la produzione. Due persone così unite da non nascondersi nemmeno le rispettive password. Troppo semplice, per Marco, entrargli nel pc incustodito, cancellare i report di produzione degli ultimi tre mesi e farlo licenziare dalla fabbrica che dà lavoro a tutta la valle.

«Oh, Riccardo», Marco lo fissa e ricorda la soddisfazione nel trovare Rosalba sotto casa sua, a dirgli che non ce la faceva più, non riusciva più a stare con quell’uomo. Che il licenziamento l’aveva fatto crollare in un baratro da cui non riusciva a tirarsi fuori. Lei aveva provato a aiutarlo in tutti i modi, ma non era più possibile. Era così disperata che aveva chiesto aiuto a lui, nonostante tutto, nonostante gli anni passati con Riccardo e nonostante il plaid e i ricci sulla schiena

«Oh, Riccardo», e la mente di Marco, guardandolo negli occhi, vola alla sua amata Mazda Mx-5, al sacrificio che aveva fatto per comprarla, alla cura con cui ogni domenica la puliva, lavava, lucidava; e che bella sensazione rientrare in casa con le mani che odoravano ancora di sapone per auto, e sedersi a tavola per il pranzo cucinato da Rosalba. Fino a quel sabato notte: il buio della camera da letto improvvisamente rischiarato da bagliori arancioni. Lui che si affaccia alla finestra, la Mazda parcheggiata davanti a casa in fiamme. E mentre brucia e scoppietta e fa fumo, Marco è bloccato a guardare la scena dalla finestra, come se il vetro del serramento fosse uno schermo e quella macchina tanto amata in fiamme facesse parte di una realtà immaginaria figlia di un film fin troppo autobiografico.

«Oh, Riccardo», Marco ce l’ha davanti e gli viene in mente quando riuscì a ritrovarlo, dopo la fuga obbligata: nella valle nessuno era disposto ad assumerlo e la vita gli si era sgretolata fra le mani. Marco lo scovò in un paesino fuori regione, grazie alle informazioni che gli aveva fornito di nascosto l’impiegato comunale. «Siamo stati amici una vita», gli aveva detto per convincerlo. «Poi le cose sono andate male ma ora ha bisogno del mio aiuto, vorrei solo sapere dov’è». Era una casetta indipendente, male in arnese, che diceva già tutto di colui che aveva la sventura di abitarla. Marco si sincerò che non ci fosse nessuno dentro: guardò dalle finestre, si appostò per minuti in attesa di qualche cambiamento, una luce, un rumore; per sicurezza provò pure a suonare il campanello, pronto a scappare come l’adolescente che era stato con Riccardo, con la memoria muscolare, tutt’altro che arrugginita, pronta a costringere le sue gambe a uno scatto, se dietro la porta avesse sentito dei passi,  ma nulla. E allora Marco ruppe il vetro di una finestra usando il cric, accese la molotov e lanciò dentro la bottiglia. 

«Oh, Riccardo», Marco ce l’ha davanti e fissa quella faccia raggrinzita dalle fiamme. Riccardo era ubriaco che dormiva sul divano, quel giorno non sentì nulla, né il campanello, né il vetro rompersi. L’autore del gesto non venne mai trovato. Gli inquirenti pensarono a una vendetta, ché da quando quel Riccardo era arrivato in paese, aveva litigato con tutti.

«Oh, Riccardo», Marco per fissarlo negli occhi deve alzare lo sguardo. Fa così con tutti tranne che con i bambini e con i cani, da quando è su una sedia a rotelle. Lui sa chi è stato a ridurlo così, ma non l’ha detto alla polizia. No, voleva solo rimettersi in sesto e sistemare la faccenda da sé: far finire Riccardo in galera non è sufficiente.

 «Oh, Riccardo, ora basta», e Marco gli punta una pistola. 

«Sai qual è l’unica vendetta possibile, a questo punto?», dice Riccardo. Marco non risponde, è concentrato a tenerlo sotto tiro, il braccio destro in tensione, il dito sul grilletto. «Non lasciarti mai più vendicare», continua. Poi, fulmineo, tira fuori dalla tasca una pistola, se la ficca in bocca e fa fuoco. Marco rimane immobile, con l’arma puntata dritta davanti a sé, verso un muro ora addobbato da schizzi di sangue. È indeciso se rimettersi la pistola in tasca o puntarsela alla tempia. Questa indecisione durerà ancora per qualche minuto.

Un racconto di Stefano Marino

Illustrato da Babsie

Lascia un commento