Terrazza con vista

Poi era mattina. Il sole entrava diagonale dalle gelosie della camera da letto. Si era levata la trapunta di dosso e per prima cosa aveva scelto di spiare il cielo, come a volersi convincere di essere davvero lì, dopo averlo desiderato per tanto tempo.

Forse era stato il trasloco, la fuga dalla città, la stanchezza accumulata tra carte da compilare e spiegazioni da dare per aver comprato una villa da ristrutturare lì, in una borgata anonima in montagna. Eppure ce l’aveva fatta. Questa era la sua nuova casa. La sua nuova vita. E non importava se amici, parenti, colleghi erano ancora laggiù, nella città che si perdeva a chilometri di distanza nella nebbia a valle, a chiedersi come, perché. 

Una volta tanto nella vita aveva scelto di lanciarsi. Che aveva da perdere? Di soldi ne aveva per generazioni, di notti passate in call con Hong Kong ne aveva sprecate abbastanza. C’erano solo lei e il suo futuro adesso. C’era la villa da sistemare. Le piastrelle da ordinare, la grande terrazza da riempire di piante e comode poltrone su cui si sarebbe persa a osservare innumerevoli notti stellate. 

Ancora intontita dalla sveglia, voltandosi si era assicurata di trovarsi realmente nella sua nuova vita. Aveva scorto i suoi due gatti, ancora immersi in sonni profondi per via dei tranquillanti che avevano attutito il trauma del viaggio. 

A piedi scalzi, nonostante il gelo di ottobre che già si faceva sentire tra le fughe del vecchio pavimento – che di lì a poche settimane sarebbe stato rinnovato da mani esperte – aveva imboccato la traballante scala a chiocciola che portava di sotto, dove la cucina e la sala l’aspettavano per la colazione. 

Tra pacchi da aprire e altri da lasciar sigillati fino a dopo la ristrutturazione, le possibilità di un’esistenza differente, che dalla sera prima poteva iniziare a definire “sua”, si schiudevano di fronte a lei come la valle dalla foschia, fuori dal finestrone che illuminava il lavello e i pensili color senape. Sarebbe diventata una di quelle da pane fatto in casa, ancora morbido per la colazione del giorno dopo o da yoga all’aria aperta, per poi nutrirsi solo delle verdure dei pochi orti casalinghi rimasti nel paese?

Le avevano dato della folle per aver scelto proprio quelle valli, da cui persino vecchi montanari fuggivano per ritirarsi in lidi più accessibili, più serviti. Ma se pazzia doveva essere, non era disposta ad accettare compromessi, comodità. 

Effettivamente non aveva visto anima viva, pur avendo passato la giornata precedente a sentir bestemmiare più volte il conducente e svuotare il furgone dei traslochi in forte pendenza fuori dalla casa, che si districava nell’ultima viuzza della borgata, prima del suo cancello. 

Nessuno, né dentro né fuori le altre case arroccate su quel versante della montagna. Il più soleggiato, il più bello, il più pittoresco. E anche al suo arrivo, nonostante la pioggia che cadeva a secchiate, scatenando ulteriori improperi tra gli operai della ditta di traslochi, aveva cominciato ad assaporarne i contorni, le luci, le ombre e la natura che si manifestava incontaminata, selvaggia, a due passi dagli ultimi rustici. I fiumi d’acqua creati dal temporale avevano ingrossato il torrente e quando si era coricata, la sera prima, il suo fluire violento, terrificante l’aveva accompagnata in un sonno profondo, nonostante il materasso fosse sfondato e vissuto in più parti. 

Quella mattina sembrava impossibile pensare che una sola goccia di pioggia avesse mai bagnato quelle montagne. Con la tazza di caffè in mano, si perdeva a studiare i profili delle altre borgate gemelle che, come la sua, venivano svegliate da una luce che, a quelle altitudini, arrivava senza filtri, in tutta la sua vitalità.

Non sapeva bene come definirsi. Fortunata, ambiziosa, coraggiosa, visionaria. Ma una cosa la sapeva bene. Era serena, proprio come il cielo sterminato che si stagliava fuori dalla sua cucina che cadeva a pezzi, per la prima volta dopo tantissimo tempo. 

L’agente immobiliare l’aveva avvertita delle scosse e dei boati che di tanto in tanto potevano agitare la valle, facendo volar via gli uccelli dai nidi dei boschi là vicino. Perciò, uscendo sulla terrazza per godere meglio della vista, aveva sorriso a sentire che la montagna, a suo modo, sembrava volerle dare il suo benvenuto. Ora, oltre a cervi, gufi, scoiattoli e cinghiali faceva anche lei parte della famiglia. 

Era stata la seconda scossa a riportare la sua attenzione alle cementine rotte e all’erbaccia che emergeva dalle fughe della terrazza con vista. Più che un gesto di accoglienza, cominciava ad apparire come un triste presagio.

Si era infilata le scarpe giusto in tempo per mettere piede fuori casa e sentire il terzo, forte boato che l’aveva fatta vibrare fin dentro all’intestino, alla milza, ai polmoni. La montagna sembrava dirle: qui non ti voglio. Dopo qualche passo in salita, si era accorta dell’acqua che scendeva copiosa nella via parallela. L’argine del torrente non esisteva più, forse già dalla sera prima. 

I segnali sono tali solo per chi li sa interpretare. E lei non sapeva decifrarne totalmente il senso in quel momento. Una cosa, però, l’aveva capita bene: prendere le chiavi del fuoristrada. 

Mise la retro giusto in tempo per vedere le colonne della terrazza creparsi e disperdere ciottoli sul suo parabrezza. Ora la sua pancia le diceva: cosa diavolo hai fatto, smarcandosi da qualsiasi responsabilità per averla condotta fin lì, al volante tra vie strette e soffocanti, in una giornata apparentemente perfetta per vedere la casa dei propri sogni sbriciolarsi nella bocca di una frana. 

E mentre imboccava la penultima via lontano dalla borgata, da un’esistenza di pace che ribolliva di un pericolo che non aveva saputo annusare, frenò con tutta la forza che aveva nel piede. 

I gatti. Che di solito queste cose le sentono. Le prevedono. E invece erano ancora sul letto, probabilmente intontiti e assonnati.

Ce la facciamo ce la facciamo ce la facciamo, ripeteva come un mantra imboccando contromano la via più lontana dal torrente, che intanto si insinuava con i suoi gorghi di fango tra le case del paese, tra le crepe di un asfalto e di fondamenta su cui nessuno aveva messo mano da prima che lei stessa nascesse. 

Mentre saliva rumorosamente le scale a chiocciola, gli ultimi corvi abbandonavano i boschi.

E mentre già scendeva di sotto, i corpi dei gatti molli, abbandonati tra le sue braccia, il torrente e il frontone della montagna sotto di lei dilagavano, mischiandosi l’un l’altro in una marea sporca, violenta, fragorosa. Non riusciva a capacitarsi della velocità con cui tutto stava precipitando, con cui tutto crollava, andava a rotoli, si sporcava di fango e veniva trascinato giù. Non doveva andare così. Non si meritava che andasse così. Dal caffè sorseggiato in terrazza all’acqua lurida che saliva e saliva sempre più, fino alle portiere del fuoristrada, ormai inutilizzabile.

E allora aveva scelto di correre correre correre lasciandosi tutto alle spalle. 

Le case vuote degli anziani morti o fuggiti da quei versanti. Le piastrelle, la cucina da rifare, le altre mille future manutenzioni, gli orti, il pane fatto in casa, lo yoga la mattina. Correva correva correva mentre la montagna si avvicinava a lei. Ne sentiva l’ombra, la odorava, la sentiva toccarle le caviglie. E mentre le prime case alte della borgata venivano giù insieme alla frana che da tempo la gente della zona attendeva con timore, lei continuava a correre, a dimenarsi, a sprecare fino all’ultimo respiro che aveva in gola per non finire insieme a tronchi, macerie, arredi di chi era morto o scampato al disastro giù a valle. Bastava correre fino all’ultima abitazione, fino all’incrocio con la strada principale, fino a uscire dalla borgata. 

E all’improvviso, invece, tutto si fece buio.

Un racconto di Gabriele Sebastiani

Illustrato da Esther Bondì

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