Survivor

Allo specchio c’è questo pallore stellare, ma poi guardo la lampadina e capisco che è quella che mi fa sembrare una morta vivente. Provo a buttarla in ridere ascoltando Sciccherie.

Mi serve solo un po’ di sangue freddo: fammi prendere ’sto cazzo di foglietto così iniziamo e la facciamo finita.

Punto 1 – Sciacquare bene la bocca, stendere la lingua, dopo averla disinfettata con acqua ossigenata, attaccare la pinza ai lati della lingua ben distesa

«Ma che è?» urlo, sfilando la pinza.

La guardo. Forse non ero preparata, però da qualche parte ricordo di aver letto che i dentini davano fastidio.

PORCA PUTTANA SE DANNO FASTIDIO!

Mi siedo sulla tazza del cesso. Le hanno inventate apposta, no? Scoppio a ridere e intanto piglio fiato.

Ecco, ora ricordo: dà più fastidio la pinza dell’ago cannula.

Sembrava una cazzata e invece eccola qua: era tutto vero e chissà quanta gente si spaventa e si ferma.

«Io no. È solo una cazzo di pinza.»

Lo dico qui sotto, alla mia me riflessa nello specchio lassù.

Mi alzo e metto Madame daccapo. Disinfetto tutto di nuovo, che non si sa mai, caccio fuori la lingua e respiro. 

E proprio adesso sento suonare alla porta.

«Chi cazzo sarà?»

Anche se è presto per la marescialla, entro in modalità panico e mentre mi guardo in giro per capire dove posso imbucare tutto in tre secondi, mi arriva un altro paio di squilli, brevi brevi, e allora capisco che non può essere lei perché, se non trovasse le chiavi, al campanello ci si appenderebbe. Così riesco a respirare, appoggio la pinza in equilibrio sul vassoio e vado ad aprire.

E chi ti vedo? La scassacazzi.

«Ben svegliata!»

Guarda te che stronza.

«Mamma non c’è.»

«E dov’è?»

«Al lavoro.»

«E quando torna?»

E che cazzo.

«Non lo so.»

«Ah! E ce l’hai una cipolla? Sono rimasta senza e devo fare la frittata.»

«Una cipolla?» ripeto.

Ma che cazzo.

«Ma certo!»

E socchiudo l’uscio solo quel che basta a farla passare, ma lei mi guarda e resta impalata sul tappetino perché si aspetta che io vada e la serva.

Stai fresca, bellina.

Allora apro la porta un po’ di più, ma non del tutto perché capisca che, quando non c’è mia madre, quello non è l’antro suo e la guardo fissa fissa, sorridendole con la mia migliore faccia da tola. Allora lei finalmente capisce e, girata di fianco e con le ginocchia un poco piegate, come a fare un mezzo balletto, sguscia dentro. Anche perché non può esserle sfuggito dove mia madre tiene le cipolle se riesce a vedere un paio di mutande nuove stese in balcone.

E, infatti, eccola qua che subito torna con la sua cipolla tonda tonda e pure con una bella testa d’aglio.

«Prendo anche questa.»

«Fai bene a metterlo nelle uova» dico. «Disinfetta!» E dalla faccia si capisce che si risente.

«Ne prendo una capa per non imbrogliarmi coi conti.»

«Eh, non c’è niente di peggio che imbrogliarsi con il conto degli spicchi.»

Se ne va infastidita, ma non è colpa mia se lei mi fa scattare qualcosa nella testa.

Però lo devo dire alla marescialla che è perché non sa contare che Imma c’ha preso una testa intera, mica perché le parrebbe brutto dover restituire solo qualche spicchio sparso.

Rientro in bagno, accendo la luce e copro di nuovo il ronzio dell’aspiratore con Madame, però vedo che ormai mi resta poco tempo: allora sciacquo la bocca in fretta, disinfetto mani e pinza e infilo i guanti.

E ricomincio il mantra: «È tutto ok. Le vene sono laterali e non può succedere niente! Non mi succederà NIENTE!»

Faccio un respiro profondo, ma scende troppo in fondo, la saliva si mischia all’aria e comincio a tossire. Vigliacca!

Mi sorrido allo specchio per tenere a bada la paura ma, al netto dello sforzo, basta la vista della pinza a fare andare fuori tempo il cuore.

«Ecco» ripeto. «Ora sto facendo sul serio» e con una mossa sicura infilo la lingua dentro all’aggeggio infernale. Non sento più il dolore di prima, ma forse è solo perché già lo conosco.

Punto 2 – Disinfettare l’ago cannula e inserirlo al centro della lingua facendo attenzione a non ledere le vene laterali. Fermarlo subito sotto la lingua con l’apposita seppa

Alito sulla pinza e, con quello, mi esce un suono gutturale come un lupo. E, a socchiudere gli occhi, è proprio una lupa quella che mi sta di fronte. Le sorrido perché ora ho il coraggio e sono pronta per l’ago.

Quando lo appoggio, resto sorpresa che la cannula entri nella lingua come un cucchiaio dentro il budino.

Punto 3 – Posizionare la semisfera sopra l’ago cannula, sfilare l’ago da sotto, chiudere il piercing con l’apposita barretta, facendo attenzione a lasciare tra la lingua e la chiusura uno spazio di gioco nel caso che questa si gonfi

Fatto. Non ho sentito nessun dolore, appena un formicolio. È stato facile come prendere nove all’interrogazione di educazione civica. Controllo ancora il foglietto, ma ho proprio finito. Mi libero da quella specie di tagliola e torno di nuovo a respirare.

«Paura di cosa? Io non ho paura di niente, neanche della marescialla.»

Faccio scorrere la barra sotto la lingua con il dito ancora inguantato. È la più alta che c’era: c’è un sacco di spazio se la lingua dovesse gonfiarsi.

Mi disinfetto la bocca e sputo nel lavandino un grumo di sangue che  sbiadisce un po’, si mischia con le gocce d’acqua e scivola nello scarico. La scia che resta mi dà la vertigine, ma mi fa anche sentire una survivor: apro il rubinetto e la sciacquo via.

Sollevo gli occhi e la vedo riflessa nello specchio che mi guarda atterrita.Allora canto, ci provo anche se la lingua incespica sulle parole: «Mamma mia, bella mia, che mi manca la voce», ma lei non mi sta certo ascoltando.

Un racconto di Francesca Turchet, illustrato da Eugenia Festa

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