Una volta era un cinema, più precisamente un capannone dove si proiettavano film alternativi, nulla di sovversivo, giusto un po’ più azione e realismo rispetto ai film edificanti che davano all’oratorio. I frequentatori del Cinema Impero, così si chiamava, erano considerati tipi sospetti e le donne poco serie.
Poi in paese sono sorte nuove fabbriche e il Cinema Impero è diventato un casermone grigio di alloggi popolari con il bagno comune in fondo a una lunga terrazza che collega tutti gli appartamenti. Ci vivono gli operai con le famiglie, i bambini giocano in cortile tra ciarpame e pozzanghere, su per le scale c’è puzza di piscio e cavolo bollito. La miseria non ha un buon odore.
Quando sono tornato dal servizio militare, abbiamo venduto le nostre mucche e anche noi ci siamo trasferiti qui. Vivo con mia madre e mia sorella, mio cognato e mio nipote di otto anni. Nessuno di noi ha il coraggio di lamentarsi, abbiamo l’acqua corrente e lo stipendio fisso, non siamo più in balia della tempesta che danneggia il raccolto. Ce lo raccontiamo ogni giorno, poi aggiungiamo che è una situazione provvisoria.
Insomma, non è male, ma non è neppure la casa luminosa e accogliente che vorrei per mia madre.
Un pomeriggio torno dall’officina e vedo che sul marciapiede stanno facendo dei lavori, ci sono transenne e una betoniera, faccio un giro largo ed entro in cortile da un passaggio stretto che non usa mai nessuno. Il Griss è seduto di tre quarti sul muretto, è girato verso un bambino, sorride, gli parla, ma con una mano lo tiene fermo e con l’altra … mi è parso che gli accarezzasse le gambe. Si accorge della mia presenza, in un attimo si ricompone, accende una sigaretta. Il bambino schizza via, io tiro dritto con un fastidio alla bocca dello stomaco.
Penso per giorni a quella mano che non sono riuscito a vedere bene.
La sera vado con mio cognato in un garage qui vicino a tirare di boxe. Aspetto il momento giusto per parlarne con lui, chiedergli se non ha mai notato niente di strano nel comportamento del Griss, ma non ci riesco. Prendo a pugni il sacco con tutta la forza che ho in corpo, ma finora ho perso tutti gli incontri e l’allenatore mi guarda con un sopracciglio alzato.
Comincio a tenere d’occhio il Griss. Quando torno dal lavoro salgo in solaio e nascosto tra ragnatele e assi sconnesse guardo il cortile.
Due giorni dopo, dal mio punto di osservazione vedo Griss e la sua mano esperta che s’infila tra le gambe di un bambino e sale su per i pantaloncini corti, vedo lo sguardo da faina con cui controlla i dintorni prima di slacciarsi la patta. Mi appare evidente l’imbarazzo dei bambini che non osano ribellarsi a un adulto e rimangono irretiti, paralizzati tra le spire di un serpente. Quel grandissimo bastardo agisce indisturbato sotto il naso di padri distratti e madri troppo stanche che lui saluta ossequioso.
All’improvviso mi spiego certi capricci di mio nipote, gli sbalzi d’umore, i pianti immotivati.
Ho voglia di prendere il Griss e incollarlo al muro.
Mi impongo la calma e decido di affrontarlo quando va a pesca. Di mattina presto in riva al lago passa ben poca gente e io non voglio scatenare un putiferio intorno a questa storia. Voglio solo che finisca.
Ho ben chiaro in mente quello che gli devo dire: raccogli i tuoi stracci e vattene da qui o ti riempio di botte e poi denuncio.
La mattina dopo lo incontro sotto il ponte della ferrovia, una figura infagottata dai contorni sfumati nella nebbia. Anche lui mi vede, fa un cenno di saluto e un sorriso storto, è talmente tranquillo che per un momento dubito di ciò che ho visto in cortile. Dice qualcosa che non capisco, il primo treno del mattino passa sferragliando sul ponte sopra di noi, allora lui si avvicina, mi tocca il braccio per attirare la mia attenzione, ed è in quel momento che sento l’odore di nazionali senza filtro e una puzza acida. È un balzo indietro di quasi vent’anni, è domenica pomeriggio sto guardando un western al cinema dell’oratorio. Mi viene la nausea.
Apro la bocca, ma mi esce solo una nuvoletta di condensa, dal mio braccio sinistro invece parte un gancio forte e preciso.
Il Griss vola indietro e sbatte la testa su un sasso, una macchia di sangue si allarga per terra. Mi giro e inizio a correre, sento uno sciame di api che mi ronza nella testa. Incontro il mio amico Renzo, anche lui va a pesca, e gli dico che ho appena trovato il Griss ferito, deve essere scivolato sui sassi bagnati. Non so come mi sia venuto in mente. Ansimo come un mantice, forse Renzo pensa che sia per la corsa o forse non ci fa caso, va a vedere e torna con calma, si accende una sigaretta e dice che ormai è morto, bisogna chiamare i carabinieri.
Il maresciallo arriva in fretta, non sembra molto sorpreso, osserva le impronte nel fango, passa in rassegna i presenti, mi individua tra la gente che nel frattempo è arrivata e mi fissa per un paio di lunghi secondi. Il mio cuore manca un battito. Poi alza la voce e dice di andare tutti a casa, con una mano spazza l’aria, non c’è niente da vedere, forza, è stato un incidente.
In paese si parla solo del Griss, nel Cinema Impero si bisbiglia che forse qualcuno l’ha aiutato a scivolare. Tanto meglio!
Un gruppo di ragazzini fischia sotto la finestra, mio nipote si accende in un sorriso, afferra il pallone che gli ho regalato e scende di corsa.
Gioco a tresette con gli amici del bar, due ragazze improvvisano un twist davanti al jukebox e io perdo la partita tra le risate generali.
Con la boxe ho chiuso. Non sono abbastanza veloce, dice l’allenatore.
Non importa: sono arrivato in tempo.
Un racconto di Ornella Zambelli

