Sigilli

Mi sveglia a notte fonda. È un gracchiare che arriva da lontano. Tu continui a russare. Con la torcia del telefono raggiungo la cucina. Dischiudo la finestra. L’auto si sta avvicinando, dall’altoparlante la voce si fa chiara. Dice di salire ai piani alti, in basso bisogna sigillare le porte e le finestre. Armeggio sul cellulare quando la luce si accende nell’ingresso, la tua sagoma ingombra il riquadro della porta. Mi guardi, vuoi sapere.

– L’onda di piena è attesa tra due ore.

Dai un calcio a piedi nudi contro il muro.

– E ci avvisano soltanto ora?!

– C’è stata una bomba d’acqua nell’interno. Il mare è grosso. Secondo la Protezione Civile potrebbe non ricevere la piena. Stanno chiudendo i ponti.

Viviamo in una casa singola a un piano rialzato, rialzato di solo due gradini, in una zona a rischio. “L’appartamento in condominio mai. E nemmeno la bifamiliare a due piani.” Certo, perché una volta chiuso il cancello dovevi mettere il sigillo. Dentro il recinto, saresti rimasto solo tu. E io, naturalmente.

– Cercami il nastro sigillante! Vado in garage a prendere la paratia.

La paratia per il portone l’hai fatta fare solo dopo l’ultima alluvione. Prima, in casa, avevamo spalato fango per una settimana. Le finestre invece “non serve cambiarle, tanto sono in alluminio”. Sono in alluminio, ma vecchie. E ora siamo costretti ad affidarci al nastro sigillante.

Ansimi mentre appoggi la paratia sul pianerottolo. Ansimi mentre srotoli il nastro. Tiri così forte che ogni strappo diventa una frustata. Per attaccarlo quasi lo schiaffeggi. Poi mi guardi come se la piena la stessi alimentando io.

– Stacca le spine dalle prese! Metti tutto sui ripiani alti!

Corro per le stanze inseguita dalle scudisciate del nastro sigillante. Ammucchio sopra l’armadio i computer e tutto ciò che ha un cavo, metto le cartelle dei documenti negli scaffali alti della libreria, i piatti sopra la credenza. Stacco tutte le spine che incontro. Quando torno in cucina, ansimo anche io.

Ti trovo in ginocchio. Hai sigillato la seconda finestra.

– Continua tu. Hai visto come si fa. Io porto l’auto al sicuro.

– Ma dove?

– Nel parcheggio della chiesa. È la parte più alta del quartiere.

– Saranno due chilometri! Devi tornare a piedi…

– Ci riesco. In un’ora ci riesco.

Sparisci nell’ingresso. Poco dopo ricompari con indosso la mimetica da caccia e gli stivali. Dai una manata alla paratia.

– Questa la mettiamo quando torno. E sigilla anche le prese!

Resto appoggiata al tavolo della cucina. Penso a Ugo, che dopo l’università non è tornato. A te, che non hai mai avuto amici. Al lavoro che ho lasciato.

Fari all’improvviso puntano il cancello. La tua auto si immette sulla via. Scompari.

Non ho molto tempo. Vado in sala, in ginocchio comincio a srotolare il nastro. Faccio piano per limitare lo stridore, ma un gemito s’infrange ogni volta contro le pareti. Mi concentro allora sulle strisce. Premo forte tra l’alluminio e il muro, tra l’alluminio e il davanzale. Ripasso più volte sopra lo stesso strato. Come un bendaggio. Una fasciatura contro il male. Da una finestra all’altra mi inginocchio e curo le ferite. Sigillo. Proteggo. Davanti al portone d’ingresso guardo l’orologio. Ormai starai tornando. Afferro la paratia. È pesante. Riesco comunque a farla scorrere sulle guide. A far scattare i fermi. Rifaccio il giro delle stanze. Controllo. Torno in cucina. Mi siedo. Respiro, respiro… Attendo.

Ecco, sei tornato, suoni il campanello. Chiami. Adesso urli. Calci. Bestemmi. Probabilmente stai cercando d’infilare le mani tra la paratia e il portone. Ancora calci. Ancora urla. Poi arriva un colpo secco. Un altro. Sei riuscito a sganciare le chiusure ermetiche. Riconosco gli scatti della serratura. Corro in bagno. Mi chiudo a chiave proprio mentre il portone sbatte contro la parete.

– Come ti è venuto in mente di mettere la paratia? Perché non aprivi?!

Esco trafelata.

– Avevo paura della piena… ti avrei aperto, ero in bagno.

Pieghi la testa in basso, come un toro.

– Ti avevo detto di sigillare le prese!

Afferri un altro rotolo di nastro. Ogni strappo di nuovo una frustata. Fuggo in cucina. Tu giri veloce per la casa. Strappi, schiaffeggi. Quando mi raggiungi ancora strappi, ancora schiaffi. Poi, finalmente, ti fermi.

Sembri quasi soddisfatto. Ti siedi addirittura in terra. La schiena contro la parete. Non hai nulla da temere. Mi guardi, forse ti aspetti un complimento. Invece vado alla finestra. Albeggia. Dico che l’acqua ha cominciato a invadere il giardino. Non rispondi. Fissi le linee del nastro. Sei sereno. Hai trasformato questa casa in una cella. Un altro sigillo. Sto per dirti che ci ho messo anche del mio, che mi sono lasciata sigillare, ma all’improvviso un getto scuro ti schiaccia il petto contro la parete. Entra come spinto da un idrante. Cerchi di alzarti, di ripararti con le mani. Arriva dal foro di areazione del gas. In poco tempo schizza fango su mobili e pareti. Ti dimeni come un forsennato. Cadi. Ti rialzi. Cadi ancora. Con la mimetica inzuppata, la faccia lurida. La melma che invade il pavimento.

Come vorrei che anche nostro figlio ti vedesse.

Un racconto di Roberto Rocchetti

Illustrato da Melissa Brusati

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