Mio padre è morto d’estate.
Sono in vacanza con Gabriele e la notizia di essere diventata orfana arriva mentre lui taglia una cipolla. La lama del coltello che batte sul tagliere sfiora i suoi polpastrelli inumiditi. Fa scivolare gli spicchi nell’insalatiera, poi con la coda dell’occhio s’accorge di me, in piedi sulla soglia della portafinestra. Mi dedica un sorriso curioso, gli occhi verdi arrossati per il pizzicorio. Ha gli zigomi scottati dal sole, la fronte e le palpebre un po’ seccate dalla salsedine. Comunque andrà tra noi – ci lasceremo o diventerà il padre dei miei figli? – temo che questa sarà l’immagine di lui che conserverò più vivida tra tutte: il suo sorriso ignaro mentre ho ancora nelle orecchie la voce di mia sorella che al telefono singhiozza Papà non c’è più.
Come glielo dico, penso. Siamo arrivati a Monterosso da appena quattro giorni e questa è la nostra prima vacanza insieme. Io, lui, il mare, il sole, una casa con giardino tutta per noi: era stata la sua sorpresa per me, in vista dell’estate. Ho sempre preferito la montagna, ma sentivo che la sua iniziativa assomigliava a una direzione e volevo provare a seguirlo, scoprire dove ci avrebbe portati.
Un infarto. L’ultimo dei suoi colpi di scena. Mio padre era sempre stato uno di poche parole e pochi gesti, ma divisivi. Poteva vivere giorni uguali l’uno all’altro per anni, poi gli balenava in mente un’idea, magari mentre leggeva la Gazzetta o mentre salava l’acqua della pasta, e la vita della nostra famiglia non era più la stessa, dopo. Come quando si era licenziato per comprare il nostro ristorante e da quel giorno io e mia sorella avevamo cambiato insieme a lui ambizioni e ritmo biologico. Oppure quando aveva deciso che era finito il tempo immemore del lutto per mia madre e aveva ribaltato la casa, cambiato i mobili di tutte le stanze, per cominciare ad avere nuovi ricordi. Se potevo fidarmi di lui non è mai stata la domanda giusta, quanto piuttosto se ero pronta a reggermi forte insieme a lui, al timone, in caso d’improvvisa virata in mare aperto. Non me l’aveva mai chiesto. Forse non ne aveva mai dubitato. Ma io sì.
Non è affatto uno con cui ridere era ciò che pensava di Gabriele, parole che aveva lanciato come un dado sul tavolo da pranzo, dopo aver deglutito quelle due dita di vino che aveva nel bicchiere. Stavo per ribattere che nemmeno lui lo era, ma la frase mi era morta in gola. Così, avevo semplicemente posato la mia mano sulla sua, poi mi ero alzata e avevo sparecchiato.
Avevo conosciuto Gabriele al ristorante, ci era venuto con degli amici ed era bastato un incrocio di sguardi mentre appuntavo la comanda per avvertire l’ineluttabile. Mi aveva aspettata fino a chiusura e avevamo percorso insieme a piedi, di notte, non so quanti chilometri del centro di Milano. Il bacio che mi aveva dato alla fermata della metro doveva essere la buonanotte e la promessa di un inizio, ma dal giorno dopo era sparito, lasciandomi con il dubbio perfino di averla sognata, quella sera. Non so che cazzo mi hai fatto, voglio rivederti: così era ricomparso, dopo un mese. E io effettivamente me l’ero chiesto ogni giorno, che cazzo gli avessi fatto. Che ancora non gli fosse chiaro, poteva considerarsi come una perdonabile distrazione dalla nostra passeggiata notturna? Avevo risposto Sì.
Mi chiede di portargli i pomodori e l’olio dalla cucina. Glieli appoggio sul tavolo e mi siedo accanto a lui. Mi sento lenta, come appena svegliata.
Mi bacia. Il sole sta tramontando e ci aspetterebbe una cena tranquilla, all’ombra dei pini. Resto in silenzio mentre taglia i pomodori. Mi versa un bicchiere di vino bianco. “Tutto ok?” mi chiede. Ci sono due cose, penso, che non puoi dire altrimenti: la morte e l’amore. Ti amo, ad esempio, come lo puoi dire in altro modo? Chissà se ne avremmo sentito il bisogno, una di queste sere.
“È morto mio padre,” dico invece. “Infarto”. Il suo braccio che tiene la bottiglia di vino resta per qualche secondo a mezz’aria. C’è stupore nei suoi occhi, quasi spavento. Socchiude le labbra per rispondere, ma prima che possa farlo, aggiungo “Devo andare via”.
Sonia, fai come vuoi, io non mi muovo da qua. Al mare con mio padre, più di vent’anni prima, volevo tornare a casa a Milano perché un granchio mi aveva pizzicato il piede. Avevo percorso spaventata saltellando e strillando la via dalla spiaggia all’albergo e lui invece era rimasto lì davvero, con mia sorella. Mi aveva trovata qualche ora dopo, addormentata davanti alla porta della camera, la testa tra le ginocchia. Sapeva che senza di lui non sarei andata da nessuna parte.
“Andiamo insieme,” mi dice Gabriele, ma il mio sguardo assente deve avergli rivelato qualcosa che io stessa non capisco, perciò esitante aggiunge “Se vuoi. Come preferisci.”
Come preferisco. Addento una bruschetta. La mangio in silenzio, poi gli sfioro le labbra con le mie, gli accarezzo la guancia dalla barba ispida. Chissà se è premura o prudenza, quel chiedermi ora dove sia il suo posto.
“Resta,” dico “ti chiamo”. Vorrei anche dirgli che preferire e sentire non sempre sono sinonimi, ma non ci riesco.
Mentre avvio l’auto, mi sembra di avvertire di nuovo quel vecchio bruciore al mignolo del piede.
Un racconto di Elisabetta Ceroni
Illustrato da Babsie

