Ancora qui

Ieri mattina erano ancora qui, ne sono certa. Li sentivo sul cuscino, sono stati loro a svegliarmi. Anche la preside ci aveva avvisato: per favore controllate i vostri figli…che l’abbia sognato? Accendo il telefono, le dita cercano svelte l’app della scuola. Merda, è tutto nero, ha un bug. Chiudo e riapro, al terzo tentativo sbatto l’iPhone sul comodino. È impossibile, non è così che funziona, ci vogliono settimane, forse mesi, prima che spariscano. Respiro: uno, due, tre, in; tre, due, uno, out. Ripeto fino a quando la palpitazione si riassorbe. Riprendo in mano il telefono con la prudenza di un gatto che cammina sul cornicione. L’app gira, frugo tra le rubriche; il messaggio è lì, nessun sogno, ne ero certa. Guardo l’orologio, sono le sei, ho ancora tempo. Mi infilo come un ladro nella doccia, lo scroscio caldo colpisce il collo e scioglie gli ultimi depositi artritici; prima che abbia il tempo di abbassare la temperatura l’acqua raggiunge la testa. Diminuisco la potenza del getto, inizio a rastrellare le ciocche con le dita, le ispeziono nella speranza di trovare un qualche segno della loro presenza. Invano. Mi giro verso l’angolo e sfilo dal contenitore la spazzola ovale. I denti, densi e regolari come un prato sintetico, penetrano a fondo e raschiano lo strato di pelle morta ancora aggrappata alle radici: la esamino e ritrovo solo poltiglia informe, forfora umida. Il mio sguardo rassegnato scivola verso il basso e si inchioda al suolo. Un punto scuro emerge solitario sul bianco candido della superficie antiscivolo: mi abbasso di scatto, finalmente! L’entusiasmo svanisce non appena le mie cornee compensano l’astigmatismo e mettono a fuoco la solita cazzo di macchia grigio antracite, un difetto della porcellana, che è lì dall’inizio dei tempi ma che puntualmente dimentico. Mi rialzo e decido di provarci lo stesso. Stampo la schiena sulla parete del box, appoggio il palmo della mano all’interno della coscia e risalgo fino all’inguine. Mi faccio strada tra la peluria, ricresciuta vigorosamente dopo l’ultimo passaggio di rasoio. Chiudo gli occhi e faccio come se fossero lì: con l’indice e l’anulare divarico le labbra e stiro le pareti della cavità vaginale fino a sentire l’aria fredda che entra senza ostacoli. Aperto il varco, il medio scivola dentro. Il polpastrello cerca avido il fondo, vinco le resistenze meccaniche e lo spingo ancora più su. Mi viene voglia di far entrare anche l’indice, ma so che a loro non piace. Esco delicatamente e con il liquido raccolto inizio a massaggiare il clitoride: loro sono all’interno, risalgono la vagina, li sento, si muovono invadenti. Attaccano la pelle vergine, affondano il muso nella carne e succhiano famelici, si ingozzano, si moltiplicano. Soffocano lo spazio: non c’è più vuoto, più aria, non esiste più fuga. Sono dentro, voraci, insaziabili, si gonfiano nei pori, frenetici, in trappola. Io mi siedo, sfrego e contraggo, sudo. Poi di colpo mi fermo. Non sento, non li sento, l’eccitazione effimera costruita a occhi chiusi svanisce non appena li riapro. Senza di loro non va. Le pareti congelano, rigide come gesso, secche come cemento al sole.

Mi rialzo ed esco dalla doccia: devo trovarli. Sono le sette, la piccola è sveglia, mi chiama: mamma! Arrivo amore. È pronta la colazione? Sì amore, ma vieni prima in bagno, che il pancino è gonfio di pipì. Non ho voglia, dice; ho fame, dice. Non discutere, che poi hai male. Quando si presenta sullo stipite la prendo in braccio, le bacio le guance a nocciolina e l’accompagno verso la tazza. Ha ancora gli occhi incollati, l’aiuto ad abbassarsi i pantaloni del pigiama, poi le mutandine, la sollevo e la faccio sedere. Senza perdere tempo accendo la torcia del telefono e inizio a frugarle tra i capelli. Mamma, non ora dai! Tesoro, lo sai che dobbiamo, sono mesi che ce li hai, mamma non ne può più, occorre liberarcene. Ti ricordi cos’ha detto la maestr…sì mamma, mi ricordo. Si rassegna e comincia a svuotare la vescica mentre io finalmente ho le mani libere; inizio facile, ormai so dove cercarli. Frugo tra i capelli giovani che spuntano sull’attaccatura della fronte, in quel punto sottili e biondissimi. Ma stavolta non ci sono. Sollevo le ciocche centrali, hanno imparato a nascondersi, i luridi. Mamma basta, hai finito? Quasi amore, quasi. La nuca è l’ultima spiaggia, è quello il posto dove vanno a deporre le uova. Scosto i boccoli con l’indice e agito la torcia in cerca del loro inconfondibile riflesso perlato. Niente uova, nessun riflesso. Lascio la presa, mia figlia ne approfitta e scatta oltre la porta, pochi secondi ed è già seduta a tavola reclamando i cereali. Non ho la forza di pensare a un’alternativa, mi accascio sul water. La piccola inizia a urlare: mamma, cereali! Sì, amore, arrivo. Mamma, cereali! Arrivo, cristo! Mamma, non urlare! Mamma! Sì amore, scusa, lasciami un attimo, mamma è un po’ stanca. No mamma vieni dai, cereali! 

Mamma? Ecco, ci mancava anche Camilla, dio cristo di dio. Mamma? Sì Camilla, do i cereali a Leti e vengo da te. Mamma vieni, non riesco più a dormire, ho la testa che prude.

Un racconto di Guendalina Bruni

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