Apocalisse Ska

«Un cappuccino e una striscia di focaccia, per favore.»
Apro il giornale. Mi piace ascoltare il fruscio delle pagine, sentire la carta sotto le dita. Ficco il naso tra le
notizie fresche e mi perdo nell’odore dell’inchiostro. È il mio rito mattutino.
Prima pagina. Droni abbattono capannone industriale in Brianza. Due morti e trenta feriti. «Effetti
collaterali di un’operazione di primaria importanza» dichiara una fonte governativa.
Effetti collaterali: così chiamano oggi le vittime. Sogghigno, immaginando un surreale bugiardino di
guerra mentre puccio la focaccia nel cappuccino: può causare emicrania, prurito e smembramento del
corpo. Se pensate che sia una barbarie, è perché non siete genovesi. Non i morti, l’olio che galleggia nel
cappuccino.
Sto cercando un nuovo bar e quello di oggi non è niente male. Non che avessi una gran voglia di
cambiare, è solo che il mio barista di fiducia ha mutato destinazione d’uso al suo locale. Ora è cratere.
Districandomi tra qualche maceria, mi dirigo verso casa. Saluto con un cenno un gruppetto di militari.
Non vedo l’ora di gustarmi il concerto di stasera: alla terrazza di Castelletto suoneranno gli Skapocalypse.
Hanno dei trombettisti fenomenali, e io adoro quegli allegri soli di tromba.
Le sei e mezza: indosso il casco, giro la chiave e in un attimo sono alla terrazza.
Che panorama… Da quassù i caruggi sembrano l’interno di un formicaio in cui un bimbo dispettoso ha
gettato qualche petardo.
Vado a prendere posto. Il chioschetto alla sinistra del palco stuzzica la mia sete.
«Una media chiara.»
Toon! All’improvviso uno schianto metallico. Sussulto. Mi rovescio un po’ di birra sulla maglietta. Poi mi
tranquillizzo: non è nulla, solo uno di quei poderosi rumori del porto.
«Buona serata a tutti, siamo gli Skapocalypse!» esclama il cantante. «Uno due tre quattro!» La musica
parte con un bel ritmo serrato e la mia gamba batte il tempo. Ecco il momento delle trombe, finalmente.

Bzzz. Una notifica sul telefono. «Cazzo.»
Mi volto verso la ragazza al tavolino di fianco. Lei ricambia il mio sguardo: nessuna complicità, solo
paura.
Trenta secondi dopo è tutto un vociare crescente. La prima a scappare è una signora che corricchia sui
suoi tacchetti stringendo al petto una borsetta: sembra un T-rex.
Mi dirigo al bancone. Il pubblico è in subbuglio. I musicisti continuano a suonare, ma si lanciano occhiate
interrogative. Il cameriere, stranito, fissa il caos crescente. È chiaro che non ha il telefono sottomano.
«Tre birre e una bottiglia di vodka.»
Mi guarda perplesso, sa che sono solo. Vorrei mostrargli il conto alla rovescia, ma prima lascio che mi
serva. Non sia mai che svenga prima di spillare le birre, sarebbe una tragedia. Indosso un sorriso
sarcastico: finalmente posso mostrargli il timer sul mio telefono. In un attimo lui si fa bianco come un
cencio.
23 minuti e 47 secondi. 46, 45…
Il cameriere scappa. Che smidollato.
La musica si è appena fermata. La band deve avere ricevuto il messaggio.
Torno a sedere. La ragazza di prima sta recuperando le sue cose, pronta a scattare via con l’amica. Nella
foga le cadono le chiavi. Si china goffamente per raccoglierle, alza lo sguardo e scorge la mia dissonante
presenza. Si pietrifica come una buffa statua: gambe larghe, schiena curva e mano sul ghiaino. Incredula,
mi punta addosso i suoi occhi spalancati. Sembra una bimba spaventata.
«Bevete?» Mi ignorano.
«Abbiamo venti minuti per raggiungere i rifugi!» grida occhi spalancati.
La guardo e accavallo le gambe. «Mi sono rotto di correre, signorina. Ci offrono i fuochi d’artificio e la
gente abbandona lo spettacolo. Allora è vero quello che si dice dei genovesi, che si sanno solo lamentare.»
L’amica l’afferra per la camicetta e la trascina via. Scappano tutti. Sto gustando la birra in mezzo a un
vortice di panico: sembra tutto così perfetto.
Eppure sento che manca qualcosa.
D’un tratto un lampo. Mi alzo di scatto con la vodka in mano e intercetto i musicisti. «Restiamocene qui e
brindiamo!» esclamo con enfasi febbrile sventolando la bottiglia. «E voi suonate, che ogni spettacolo
vuole la sua colonna sonora!»

Il cantante mi spinge via, il batterista mi lancia un’occhiata sprezzante, un terzo mi dà una spallata per
passare. Lo ammetto, l’idea è un tantino folle, ma mi sarei aspettato più entusiasmo. Avevo anche la
vodka, in fin dei conti.
Torno al tavolo sconsolato: evidentemente nessuno apprezza più il teatro.
Un attimo dopo un tizio magro magro mi si piazza davanti.
«Non ho più nulla. Sono tutti morti.»
Lo misuro con uno sguardo. Il volto è così scavato che i suoi occhi, lucidi di tristezza, sembrano a un
passo da schizzargli fuori dalle orbite. Indossa una camicia un po’ ingiallita, di almeno due taglie più
grandi. Poi un meraviglioso dettaglio dorato cattura la mia attenzione: tiene in mano una tromba! Forse lo
spettacolo non è ancora rovinato. Mi lascio sfuggire un sorriso e gli allungo la bottiglia. Lui gradisce e se
ne fa due sorsate.
Mi si siede accanto e inizia a suonare.
Tre minuti all’apocalisse, così dice il countdown.
Non potevano scegliere un momento migliore per attaccare. Il sole è sceso da poco. Il cielo violaceo è la
tela perfetta per le scie arancioni dei missili ipersonici. La colonna sonora è di gran qualità: il mio
malvestito amico vuole andarsene facendo quello che gli piace.
Tre colpi. Due sul porto, uno sul centro.
Ci scambiamo un ultimo sguardo.
Un quarto colpo. Una luce terrificante. Un soffio caldo che risale dall’inferno.
Poi il fuoco.
Infine il buio.

Un racconto di Nicola Alchera

Illustrato da Esther Bondì

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