Carne viva

Il gruppo di visitatori si avvicina al Padiglione Italia. Guardo un’ultima volta gli appunti, mi abbasso per sistemare un lembo delle calze che sporge dalle scarpe. Il tacco è alto quel tanto che basta a slanciare la figura e farmi sembrare professionale. Un fastidio improvviso mi avvolge le dita del piede destro. Le muovo avanti e indietro. Passerà.

Il mio responsabile si avvicina per indicarmi il gruppo. Annuisco e mi avvio verso l’ingresso del padiglione. Il telefono vibra. 

Mi fermo. Con due dita lo tiro fuori dalla borsa. La scuola di mio figlio. L’ansia mi prende allo stomaco.

Faccio un gesto al mio capo e rispondo.

«Buongiorno signora, Giulio ha la febbre alta.»

Cazzo.

«La febbre? Stava bene un’ora fa.»

«Venga a prenderlo. Scotta, ha gli occhi lucidi, piange…»

«È il mio primo giorno di lavoro. Ho un gruppo che mi aspetta, qui davanti a me.»

«Si organizzi. Non c’è qualcun altro? Un nonno, uno zio…il papà?»

Il responsabile gesticola nervoso. Io apro il palmo della mano sinistra verso di lui mentre digito il numero di mio marito.

Dai, rispondi.

«Andrea, Giulio sta male. Devi andare a prenderlo tu. Io sto per iniziare la guida.»

«Non posso. Sto entrando in call.»

«Ma è il mio primo giorno di lavoro!»

«I tuoi turisti faranno il giretto da soli. Sto gestendo un appalto da trecento milioni di euro.»

Il responsabile cammina verso di me. I sassolini del vialetto tremano sotto i suoi passi. Le dita del piede destro iniziano a prudere. Le muovo di nuovo. Richiamo la scuola.

«Non possiamo venire.»

Sento il pianto di Giulio in sottofondo. Chiama mamma.

«Deve venire: potrebbe configurarsi come abbandono di minore.»

«Ma cosa dice? Non l’ho abbandonato!»

Il mio capo mi urla qualcosa, ma io sono concentrata sugli spilli che incidono il mignolo del piede destro.

«Mi dispiace, mio figlio sta male. Devo andare.»

Mi allontano zoppicando. Il vaporetto attracca alla fermata Giardini, supero i turisti dall’imbarco prioritario e salto su, mentre il marinaio chiude la sbarra e recupera la corda. Il sudore mi scende sul collo, appiccica pelle e tessuto. Prurito. Strofino la scarpa sinistra sulla destra. Non passa. Strofino più forte.

Quando arrivo a scuola le dita mi bruciano. Un dolore caldo martella a ogni passo. Giulio si è addormentato. Lo porto a casa in braccio, arrancando. Lo poggio sul letto, mi tolgo calze e scarpe. Mignolo e anulare sono gonfi, molli di liquido. Immergo il piede nel bidet e apro l’acqua fredda. Sollievo. Poi il prurito riprende, peggio di prima. Mi gratto affondando le unghie nella pelle. Le vesciche si rompono. Le tampono con l’ovatta. Provo il ghiaccio, poi l’alcool. Bruciano. Chiamo il pediatra strofinando un piede contro l’altro. Mi addormento accanto a Giulio, ma continuo a svegliarmi per il prurito.

Alle otto suona la sveglia, avrò dormito tre ore in tutto. La testa è pesante. Andrea resta a casa in smart working con Giulio. Tiro via la coperta incollata alle ferite. Il dolore risale fino al ginocchio. Il piede è gonfio. Avanzo verso il bagno saltellando su una gamba sola. Disinfetto, asciugo, avvolgo le dita con i cerotti. Non riuscirò a infilare una scarpa col tacco. Con una smorfia di dolore metto calzini e scarpe da ginnastica. Raggiungo la fermata mordendomi le labbra. Alla Biennale arrivo trascinando il piede.

Devo sorridere.

Il mio primo giorno di lavoro. Di nuovo. Come negli incubi in cui rifai l’esame di maturità. Il gruppo è già davanti al Padiglione Italia. Il mio capo scioglie le spalle quando mi vede arrivare. Sorrido. Mi cospargo il capo di cenere, scusa e grazie. Iniziamo il giro.

«Sogni e Conflitti. La dittatura dello spettatore. Questo è il titolo di questa cinquantesima Biennale di arte contemporanea. Ci troviamo ai Giardini della Biennale. La mostra è organizzata in padiglioni, ognuno rappresenta un paese.»

A ogni passo sento il cerotto scivolare sul mignolo, una grattugia contro la scarpa.

Padiglione Italia. Finlandia. Ungheria. Stati Uniti.

Il dolore risale. Caviglia, polpaccio, ginocchio, coscia. 

Entriamo nel Padiglione Australia.

«Questa installazione è di Patricia Piccinini. L’artista lavora sul confine tra umano e non umano. L’opera principale è The Young Family. La figura materna è distesa, si prende cura dei suoi cuccioli. Ci ispira empatia, protezione. Eppure qualcosa non va. La loro forma non è del tutto umana, ma neanche animale. Ci disturba e ci attrae, ci costringe a guardare più da vicino. La pelle sembra viva. Ogni piega, ogni vena ci ricorda qualcosa di umano. Ma non lo è.»

Il prurito mi sale al collo. Lo immagino come qualcosa da ingoiare. Deglutisco.

«Quest’opera s’intitola Still Life with Stem Cells. Una bambina iperrealistica, in silicone, gioca con delle piccole creature ibride, delle cellule staminali antropomorfe.»

Sento pungere sulle mani. La superficie è ruvida. Abbasso lo sguardo: minuscole bolle bianche sottopelle. Prudono come le dita del piede. Stringo i denti. I turisti si disperdono nella sala. Si avvicinano ai mostri di pelle finta. Si piegano. Fotografano. Toccano.
La guardiasala scatta in piedi. Strofino un piede contro l’altro. Mi gratto le mani. La musica mi pulsa nelle orecchie. Mi siedo al suo posto. Tolgo la scarpa. Poi il calzino. Mi gratto.
La mia pelle è carne viva.

Un racconto di Monica Andrisani

Opera di Patricia Piccinini

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