Un bacio

Siccome ha preso 7 in latino, Erica Pellegrini oggi mi ha baciato. Mentre la prof andava via, lei mi è passata accanto, si è piegata su di me, mi ha detto grazie per averle suggerito, e mi ha stampato un bacio sulla guancia. Aveva il naso freddo, dalla punta tonda, e le labbra piccole, morbide, chiuse in una noce di burro. Erano umide però, e mi sarei asciugato con il palmo della mano, se avessi potuto. Non l’ho fatto solo perché so che lei ci sarebbe rimasta male se mi fossi tolto il suo bacio dalla guancia. Con mia madre e mia nonna, che mi stringono e mi baciano con le loro bocche unte di rossetto o burrocacao, non ho nessun riguardo. Ma con Erica Pellegrini è diverso. Lei è troppo magra, troppo bionda, troppo profumata, e anche se è pure troppo scarsa in latino, il suo bacio non me lo posso levare. 

Mentre si allontana, la mia pelle assorbe l’impronta umidiccia delle sue labbra e per resistere all’impulso di asciugarmi con la manica, ficco le mani sotto il sedere. Resto così a lungo, in attesa di non sentire più niente.

All’uscita da scuola, ho ancora le labbra di Erica  sulla mia guancia. Durante l’ora di scienze con le dita ho toccato il punto in cui sono stato baciato, ma c’era solo la mia pelle  grassa, nessuna traccia della bocca di Erica, che parlava con la sua compagna di banco due file dietro di me. Eppure pareva che mi avesse appena baciato. Mi sono grattato fingendomi pensieroso, ho aspettato un po’ ma niente. Il suo bacio mi si era letteralmente stampato sulla pelle. Soltanto fuori dal cancello della scuola ho avuto il coraggio di strofinare la manica del giubbotto contro la faccia: dopo essere stato appeso per sei ore sull’attaccapanni in fondo alla classe, mi lasciò addosso il freddo nel nylon, liscio e gelido. Ma poi il bacio è tornato lì. La sensazione è andata crescendo, come un sussurro indistinto, infine è diventato chiaro: la bocca di Erica si era impressa sulla mia epidermide.

Me la sono dovuta portare a casa, ci ho pranzato appresso, pensieroso, mangiando rigorosamente dal lato su cui sono stato baciato. Ho pensato che il movimento della mandibola, il gonfiarsi della guancia e il tendersi della pelle durante la masticazione, potessero aiutarmi a liberarmi da quella traccia indelebile. E invece nulla. 

Mentre aiutavo mia madre a pulire i piatti, lei mi ha chiesto: “Come è andata a scuola?”.

“Il solito”, ho detto scuotendo le spalle e asciugando un piatto. Poi ho inclinato il viso verso di lei. “Vedi niente qui?”

Lei ha guardato la mia guancia perplessa. “No, perché?”

“Niente”, ho fatto.

Sono andato in bagno e ho aperto il rubinetto. Ho lasciato scorrere l’acqua fino a che non è diventata ghiacciata. Allora l’ho raccolta con le mani e me la sono gettata in faccia, con un brivido. Mi sono asciugato sfregando con insistenza con una salvietta di cotone divenuta troppo dura dai continui lavaggi. Nello specchio il mio viso si è arrossato, ma a parte questo nessun cambiamento, nessuna traccia visibile della bocca di Erica. Ho lanciato via l’asciugamano e ho afferrato lo spazzolino da denti. Me lo sono portato alla faccia e le sue setole spettinate mi hanno punto la guancia. L’ho passato su e giù, a destra e a sinistra, prima piano, poi più veloce. 

Mi sono fermato solo quando mia madre mi ha chiamato per andare al doposcuola. La pelle pulsava, rossa, graffiata. Per un po’ non ho sentito altro se non quel dolore caldo e appuntito e mentre uscivo dal bagno ho pensato di aver vinto. Invece non appena il bruciore è sparito, poco sotto lo zigomo, al centro della mia guancia, quell’umida sensazione è riaffiorata sulla mia pelle.

Ci ho fatto i compiti, distratto, svogliato. Me la sono tenuta dopo, durante gli allenamenti di calcio e ho sbagliato troppi tiri. Per tutto il tempo ho provato a non pensarci, come quando d’estate cerchi di non grattarti quella puntura di zanzara sul polpaccio che sta per infettarsi. Ho fatto la doccia, ho cenato masticando dal lato opposto, mi sono lavato i denti e sono andato a dormire. 

Mi sono steso sul lato del bacio e ho chiuso gli occhi, ma mi ha scosso un pensiero. 

E se anche Erica Pellegrini avesse avuto la sensazione della mia pelle grassa e sudata sulla bocca? Sono scattato a sedere, mi sono toccato la guancia per la prima volta da quando l’avevo attaccata con l’asciugamano e lo spazzolino. Tra pollice e indice ho stretto la mia epidermide abbondante e cascante e ne ho provato ribrezzo. 

Sono corso in bagno, davanti allo specchio.

La mia pelle è lucida, unta, pingue, porosa, macchiata dai segni di vecchi brufoli schiacciati senza pietà. Eppure lì, in mezzo a quel grasso, c’è anche il bacio di Erica. Lo sento ancora, caldo e morbido. Bellissimo rispetto a tutto il resto. 

L’idea che su quella bocca sia rimasta la traccia della mia guancia paffuta e untuosa, mi fa schifo. Alzo lo sguardo. Su uno dei ripiani dell’armadietto ai lati dello specchio, c’è il rasoio di mio padre. Lo afferro e me lo passo sul viso. Piano, leggero, come vedo fare a lui ogni mattina, in attesa che anche a me cresca la barba e mi copra finalmente questa mia dannata faccia. Chiudo gli occhi, penso a Erica, stringo la presa e aumento la pressione. Spero che la lama tagli via tutto. 

Un racconto di Carola Maselli

Illustrazione di Marco Pellino

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