Sono tornato e le crepe delle pietre bisbigliano. Nell’aria ferma del salone si sente ancora la voce della nonna che stende la tria. Le zie preparavano le conserve, e gli ulivi piangevano fuori della finestra. Un dito di polvere confonde i decorativi sul calcare bianco. Un giorno, seguimmo una scia di sangue lasciata dal nonno. Si era tagliato la pianta del piede con un amo. Alla sera, la struggente pizzicata del bouzouki, quando zio Michele si metteva fuori, sotto il porticato di Castrignano, e suonava a noi e agli alberi di fichi. Sono partito con Oria s’afinno dentro la testa. Sono andato nella città delle opportunità dove il sole era coperto da uno velo malinconico, perché qua la terra era povera, come dicevano tutti quanti. Mentre il treno lasciava la stazione, l’adrenalina bruciava nelle vene, fervida. Pensavo che la canzone avesse ragione, e che per cercare il pane era meglio andare lontano, ma la verità era un’altra. Mi chiamo Nikolas, come il nonno, impavido pescatore che sulle acque placide ha perso la vita, perché non sapeva nuotare. Tra queste pareti, lo scalpiccio ovattato dei tacchi *riverberati come un’eco antica. Zio Velo si metteva seduto sotto la fontana di pietra, e batteva le mani a ritmo con la musica, mentre le zie ballavano la pizzica. La scuola a casa era meglio di quella vera. I balli qui sono sempre stati coreutici. Zia Caterina era la più brava di tutte. Non riusciva ad avere figli e poi morì di parto. Il figlio Alexandros, fino ai sedici anni, se lo crebbe la Zia Aurelia. Zio Panos raccontava barzellette sconce. Poi per dimenticare il dolore si ubriacava nella contrada, addormentandosi sotto le fronde dentate dei lecci e alla mattina bisognava andare a cercarlo. Noi ragazzi ci buttavamo un secchio d’acqua quando lo trovavamo con ancora la bottiglia di krasi fatto in casa, stretta in una mano. Era la nonna che ci comandava, e noi andavamo, pattugliando le siepi e gli alberi di giuda, ma in quei frangenti eravamo noi i traditori. Una volta abbiamo dovuto cercarlo tre giorni e tre notti. Fu mio nonno a trovarlo, e a riportarlo a casa con la carriola.
Le stanze da letto, al piano di sopra, odorano di mobilio vecchio. Nella grande stanza dei bambini, i profumi si mischiano al passato e al naso mi arriva l’aroma fritto delle pittule, della salsa al pomodoro. Durante le feste natalizie ci svegliavamo con l’odore di cannella che aleggiava nella casa, quando la nonna friggeva i purceddhruzzi. Solo per quelli scendevamo, correndo le scale, facendo a gara a chi ne riusciva a mangiare di più. Gioivamo così nemmeno per i regali sotto l’albero.
Mangiate piano pedài, diceva la nonna, mentre imbandiva la tavola di colori e sapori.
Il tempo aspetta il modo per farti tornare all’origine, anche dopo cinquant’anni.
L’ipogeo è tetro, spento. La torcia del cellulare illumina il buio come olio lampante. Chiudo gli occhi e il rumore dello sfregamento della ruota acquista tono e l’odore sprigionato dalla molitura mi riempie le narici. Nachiro è proprio lì a sovrintendere i lavori. Uomini, donne e animali sono mischiati alla struttura come una cosa sola. Nachiro stava nel frantoio insieme al nonno, per poi, durante l’estate, partire per mare, mentre io, mia sorella e i miei cugini, prendevamo la macchina di zio Michele che puzzava di sigarette, la riempivamo come una piscina gonfiabile e ce ne andavamo a Gallipoli. Una volta al porticciolo vecchio si vedevano solo canne pendenti, uomini in fila uno di fianco a un altro, pazienti come Giobbe, aspettando l’abboccata. Un giorno ero riuscito a convincere mia sorella a prendere Kalimera, la barca del nonno, e ce ne siamo andati a Sant’Andrea, al faro. Al ritorno, mio padre mi rincorse con una skupàri finché mia nonna non gli disse di lasciarmi stare. Mio nonno lo scoprì solo qualche settimana dopo che qualcuno si era fottuta la sua barca, ma non disse niente.
Al posto delle siepi un tempo lussureggianti, ora ci sono solo sterpaglie, e tra esse il casolare fa ancora più nostalgia. Sono tornato da lontano per sradicarle. Dicono che sono l’ultimo di quest’antica famiglia, e che la casa è mia, con tutte le cose intorno. I ricordi si cristallizzano davanti agli occhi velati, le voci e gli odori sono acri e fanno piangere, per il tempo che sono stato via. Evò panta, se sena pensèo, perché ti amo anima mia, e ovunque andrò, in qualsiasi cosa sarò trascinato, ovunque io mi trovi, ti porterò dentro al mio cuore. Ma qui, non ci posso restare perché la colpa è troppo grande. Nel grande giardino, dietro la casa, c’è un telone adagiato su quattro mattoni. Sotto immagino ci sia Kalimera, la colpa della mia partenza, l’abbandono della terra dove il nonno imputridisce senza riscatto. Mi avrebbe perdonato, se fosse tornato indietro. Invece se ne è andato sotto il mare insieme alla sua barca. Ho dovuto lasciare questa terra per un attimo di incoscienza. Un’asse si è incrinata, e mio padre non è più stato lo stesso. Mi porto addosso questa condanna. Sono andato via e mai più fatto visita. È come se partito, avessi trovato la mia America, e qua dove ora sono tornato, la mia tomba. Non la sua.
Agrippino Caiazza è nato e vive a Napoli. Laureato in Lettere e Filosofia si è avvicinato alla narrativa fin dalla giovane età. È uno scrittore emergente e i suoi testi attraversano paesaggi urbani, noir esistenziali, narrativa contemporanea e distopica, esplorando i confini tra realtà e immaginazione. Scrive per cercare le crepe dove si nascondono verità e sogni.
Un racconto di Agrippino Caiazza
Illustrato da Victoria Sabelnykova

