Per la prima volta dopo settimane Ned uscì con il peso nella tasca.
Da quando si era imbattuto in quelle pagine per caso, non aveva potuto fare a meno di tornarci. Faticava a immaginare la Nottingham di inizio ‘800. Botteghe, strade fangose e muschio, umidità, nuvole basse. Poi? Le prime fabbriche, quelle della rivoluzione industriale, che avevano fatto dell’Inghilterra una potenza mondiale e bla bla bla. Luddismo: sembrava aver a che fare col gioco, un fatto ludico. E invece no, c’era fermento nella Nottingham di inizio ‘800, e alcuni operai avevano perso la voglia di scherzare. Non avevano inventato i nuovi macchinari tessili, né avevano chiesto di farlo. Perché accettare che diventassero parte delle loro vite?
«I nuovi telai portano progresso» dicevano i padroni.
«Il progresso lo avete disegnato voi» rispondevano gli operai.
Ma i padroni non avevano orecchie e i lavoratori si unirono. Distruggevano le macchine per ricordare che esistevano anche loro. Distruggevano per costruirsi una voce.
Da quando aveva guardato l’icona di Ned Ludd si era sentito chiamato in causa. Ecco di cosa aveva bisogno! Non di piccole riforme né di discussioni social senza fine, ma di una voce: aveva bisogno di una voce. Lo smartphone, il telefonointelligente, l’intelligentetelefono che abitava le tasche di tutti, lo aveva stancato. Era diventato impossibile farne a meno. Non l’aveva inventato né aveva chiesto di farlo. Perché aveva accettato che diventasse parte della sua vita? Il progresso lo avevano deciso in pochi e adesso tutti dovevano aderire alle nuove regole.
Era successo in un giorno di pioggia. Aveva stampato l’icona di Ned Ludd, fascia azzurra stretta intorno alla testa e sguardo grave, e l’aveva appesa in camera. Avrebbe organizzato una manifestazione per distruggerli, quegli invasori. Ma come radunarsi senza usare gli smartphone? Aveva stampato trecento volantini: data, ora, numero di telefono, al centro l’immagine di un uomo che spaccava un intelligentetelefono.
Smartphonepeople
Distruggere per costruire
Incontro per liberarci
Per la prima volta dopo settimane, il giorno della manifestazione, Ned uscì con il peso nella tasca.
Percorse la via del centro senza guardare l’intelligentetelefono. Gli schermi pubblici proiettavano le bacheche social di chi voleva condividere il proprio profilo con tutti e non solo con i follower. Arrivò in piazza e gli parve quella di sempre: i getti stanchi delle fontane, turisti, non troppi, un cane che girava su se stesso, un artista di strada che ingoiava il fuoco. Sedette vicino al punto indicato sul volantino. Mezz’ora più tardi erano in dieci e non sapevano cosa dirsi. Da dove iniziare? Cerchio umano e gambe incrociate. Presentazioni. Ned parlò del luddismo e dei macchinari tessili e della tecnologia di oggi che regna indisturbata e della voce: la voce soppressa, la voce tagliata, la voce da recuperare. Vide negli occhi degli altri la stessa rabbia che sentiva nei suoi: avrebbero distrutto per liberarsi.
Camminarono verso il centro della piazza e si posizionarono gli uni di fianco alle altre. Ned fece un passo in avanti. Fece un passo in avanti e strinse l’intelligentetelefono tra le mani. Era l’ultima volta che lo vedeva. Lo fissò nell’occhio indiscreto poi boom crash, in cento, forse mille pezzi sull’asfalto. I suoi compagni l’avrebbero seguito e crash boom, frammenti di schermi, rimasugli di microchip, occhi indiscreti accecati. Scagliò a terra l’intelligentetelefono e lo calpestò saltellando come in un ballo intorno al fuoco. Si voltò cercando la furia dei compagni. Si muovevano eccitati. Reggevano gli intelligentitelefoni e li puntavano verso di lui, che li incitava a liberarsene e più li incitava più i loro sguardi correvano alla ricerca delle inquadrature migliori. Quando vide il suo ballo intorno al fuoco sul grande schermo social della piazza, Ned guardò prima la carcassa dell’intelligentetelefono e poi le decine di persone che in pochi secondi si erano assiepate di fronte allo schermo.
«Sono qui!» gridò.
Nessuno si voltò.
Allora prese a correre verso casa inseguito dagli altri manifestanti che continuavano a riprenderlo. Era ancora possibile distruggere le macchine? Li sentiva respirare. Quando si voltava per controllare dove fossero, quelli allungavano il braccio per filmare meglio. Era ancora possibile distruggere le macchine senza distruggere gli esseri umani? Gridavano di fermarsi, che il mondo doveva sapere, che il suo gesto andava diffuso. E la voce? Sarebbero mai riusciti a recuperare la voce? Altri si aggiunsero lungo la via e altri ancora lo bloccarono sbucando da un angolo con gli intelligenti telefoni spiegati. E se mai ci fossero riusciti, a recuperare la voce, che suono avrebbe avuto? Metallico? Monotòno? Programmato? Cadde e guardò gli schermi sopra di lui e gli occhi degli inseguitori eccitati. Pensò a Ned Ludd e alla Nottingham di inizio ‘800: botteghe, strade fangose e muschio, umidità, nuvole basse. Poi? Le prime fabbriche, quelle della rivoluzione industriale, che avevano fatto dell’Inghilterra una potenza mondiale e bla bla bla.
Un racconto di Matteo Marenco
Illustrazione di Giorgio Luppino

