FORSE POTEVA ANDARE PEGGIO, O FORSE NO

Poteva andare peggio, ne sono convinto, ma poteva anche andare meglio, e di questo sono altrettanto convinto. Se dovessi guardare al bicchiere mezzo pieno mi verrebbe da considerare tutta questa esistenza come un grande errore commesso da una distrazione innocente, e quindi accetterei, senza nessuna obiezione, quel poteva andare peggio.
Ed è sempre stato questo, forse, il problema; il dover guardare, per abitudine indotta infantile, sempre al meglio. Insomma, una tendenza a guardare le cose da una sola irrefutabile prospettiva, dunque, a non contemplare tutto quello che non rientra nei piani convenzionali.

Poteva andare meglio, ma poteva anche andare peggio, e in tutto questo non c’è differenza; o meglio, la differenza c’è, ma riguarda soltanto il punto di vista. 

A sei anni non mi è stata inizialmente riconosciuta una broncopolmonite; quando il pediatra se n’è accorto sono stato ricoverato d’urgenza, salvato da quella si è presentata la nefrite. Al secondo mese in ospedale è arrivata una grave forma di asma e sono stato messo sotto una tenda a ossigeno per due settimane. “Poteva andare peggio” mi dissero, e subito pensai che sarebbe potuta andare anche meglio.
Poi, a dodici anni ho iniziato a fumare: avevo deciso di sperimentare la resistenza del mio apparato respiratorio, volevo vedere fin dove mi sarei potuto spingere. L’asma finalmente si ripresentò e venni ricoverato di nuovo; anche in questo caso, dopo le cure, mi dissero che se non avessi smesso mi sarebbe andata peggio. Sorrisi e, appena fuori, accesi una sigaretta. 

L’asma, dopo qualche anno, come era arrivato andò via, allora, per testare un nuovo organo, a quattordici anni ho iniziato a bere. Con il fegato sapevo che non avrei avuto vita facile, quindi decisi che sarebbero stati i reni a rimetterci: volevo capire quanto li avesse danneggiati la nefrite. In questo caso l’esperimento fallì clamorosamente, per qualche misterioso motivo i miei reni sembravano stare benissimo.

A diciotto anni sono stato mandato da uno psicologo, dicevano che sarebbe andata meglio, anche in questo caso non mi trovarono d’accordo. L’esercizio freudiano funzionò soltanto per quel breve lasso di tempo che mi permise di occupare l’esistenza con una girandola di preoccupazioni indotte. 

Appena finite le superiori decisi che era arrivato il momento di trovarmi un lavoro, e per accelerare il processo di deterioramento del mio corpo ho iniziato a fumare il crack.

Poteva andare meglio, ma poteva anche andare peggio. A ventitré anni, per smettere con il crack, sono stato mandato da uno psichiatra che mi ha fatto conoscere e diventare dipendente da psicofarmaci e antidepressivi. Quel mondo non era migliore, ma era un mondo accettabile, in un certo qual modo, se guardato attraverso il caleidoscopio della dopamina, risultava anche più colorato. Nello stesso anno ho provato a riprendere gli studi, ho iniziato a fare sport e per tre volte alla settimana meditazione. All’età di quasi trent’anni il mio fisico riusciva a sopperire alle carenze dell’esistenza senza farmi pesare troppo i vuoti ovattati delle mie giornate. Anche gli psicofarmaci e gli antidepressivi, come fu per l’asma, una volta entrati a far parte della mia vita, sparirono insieme alle ricette che li prescrivevano. Non passò molto tempo, dopo un paio di mesi dalla sospensione farmacologica ripresi a fumare il crack. La seconda discesa negl’inferi non fu nemmeno lontanamente paragonabile alla prima. Non tanto per la consapevolezza di esserci ricaduto, sapevo benissimo a cosa sarei andato incontro e le implicazioni che avrebbe portato. Quel secondo dirupo fu devastante perché mi accorsi di non essere in grado di accettare l’esistenza per come mi si presentava davanti.   

Alla fine siamo fatti così: al supermercato scegliamo la cassa con meno fila, al ristorante il tavolo più bello, sul lavoro la posizione più vantaggiosa. Per uscire il vestito migliore, per correre le scarpe più costose, l’orologio più brillante da mostrare e il cazzo più lungo e i porno più soddisfacenti da raccontare. Tutto per cercare di guadagnare quell’insignificante centimetro di gioia e regalare a un’inutile vita di merda un po’ di soddisfazione sterile, per cercare di colmare quel vuoto che ogni notte si sdraia silenzioso e pesante accanto a noi. Il ritorno di fiamma con il crack non durò molto; non fu facile, ma ne uscii senza bisogno di cure mediche. Ero riuscito ad accettarmi, per assurdo quella ricaduta mi aveva fatto capire che non dovevo farmi corrompere la mente da paure assurde e infondate. Le cose sarebbero andate meglio; dovevo solo decidere.

Detto questo, quando presi la decisione era estate, non un’estate troppo opprimente e, a scanso di equivoci, neanche un’estate metaforica, era proprio una bella estate. Ricordo anche il giorno, era il Ventisette Agosto. A quel tempo le cose non mi andavano male, o quantomeno, tutto sembrava scorrere nel verso giusto; avevo un lavoro, una fidanzata e tutto quello che si può desiderare nella vita. C’era solo quella vocina nella mente, l’appannamento agli occhi, il magone nello stomaco, un sibilo nelle orecchie, un affanno nel petto e quel tremolio costante nelle mani. Poteva andarmi peggio. 

Effettivamente poteva andare peggio, ma poteva anche andare meglio; quel mix di barbiturici avrebbe potuto, se non mi fosse stato tolto dal corpo in tempo, adempiere al compito che gli era stato affidato. Oggi sarebbero stati sette anni, sette lunghi anni nei quali non ho ancora capito la differenza tra il “poteva andare peggio”, e il “poteva andare meglio”. 

Un racconto di Simone Frau

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