La finestra dell’anima

Dal piano di sopra si sentì un tonfo. Alzai la testa per seguire i colpi che andavano da una parte all’altra del soffitto. Mi ero quasi dimenticato della sua presenza. Ero abituato a stare da solo e tutto sarebbe dovuto rimanere così fino all’ultimo dei miei giorni perché era quello che avevo deciso.

Vivo in una casa Walser con grosse travi scure che la sorreggono da più di duecento anni. In questo paese di montagna se ne contano forse una ventina, quasi tutte uguali a questa. 

Sono case di sassi e legno. Ognuna ha la sua particolare voce quando il vento, la grandine o l’acqua corrono sulle loro vecchie pietre.
Una settimana fa, me ne stavo tranquillo seduto sulla sdraio davanti alla finestra a fissare la pioggia che lavava il vetro, quando avevano bussato forte. Avevo pensato di far finta di niente, se qualcuno avesse avuto bisogno d’aiuto non sarei stato certo la persona giusta.  Ma insistevano e a un certo punto avevo sentito gridare la parola papà. Mi ero lasciato andare indietro sullo schienale e avevo stretto il bracciolo. Neanche il tempo di mettere a fuoco quanto mi era passato per la mente che avevano bussato ancora. 

Mi ero alzato non senza fatica e avevo tirato su il cricchetto. La porta era venuta indietro da sola. C’era una bambina, che stava in piedi tra me e mia figlia. Era uguale a lei quando era piccola ma aveva un certo tipo d’occhi che non puoi ignorare. 

Erano cinque anni che non vedevo mia figlia. Lei stava bene, io pure, e a noi andava bene così: ognuno faceva la propria vita. 

Avrei voluto richiudere la porta, ma quegli occhi non si poteva proprio chiuderli fuori.  Mia figlia doveva lasciare a me la bambina. Doveva partire, per lavoro, o altro, non avevo capito. Da quando avevano varcato l’uscio non avevo capito più nulla. Mia figlia aveva cercato di abbracciarmi ma non c’era riuscita. Aveva baciato la bambina e se n’era andata. Non avevo neanche sentito come l’aveva chiamata. 

Ora c’era una macchia di colore all’ingresso: bionda e rosa. Mi sedetti di nuovo sulla sdraio e ricominciai a guardare fuori.

La bambina stava lì in piedi, sembrava un quadro con i contorni sfocati e quasi speravo che fosse davvero così. Si era mossa soltanto quando si era sentito un miagolio. Si era chinata ad aprire una delle sue borse e ne era uscito un brutto gatto pezzato che sembrava avere la mia età. Lo aveva preso in braccio e si era avvicinata un po’. 

“E quello cos’è?’’  le avevo chiesto.

“Il mio gatto, si chiama Pepe”.

“Il gatto starà fuori”.

“Pepe sta sempre con me”.

Guardai la bambina e quel cumulo di ossa e pelo tenuto insieme da un filo d’anima e avevo sentito che sarebbe durato poco. Odiavo quella sensazione. Mi avevano detto che era un dono, ma a me non era servito a niente. 

“Non sporca, è abituato, penserò io a lui” aveva continuato.
Per una strana somiglianza della voce, mi era sembrato di avere davanti un’altra bambina, la mia, che teneva tra le mani un piccolo leprotto. Anche allora avevo saputo subito come sarebbe andata, e anche quella volta non avevo detto niente. 

Avevo guardato fuori, verso il Monte Rosa, e avevo sospirato. 

“Di sopra ci sono altre stanze, puoi scegliere dove stare” le avevo detto indicandola scala.

Non aveva lasciato giù il gatto, che si era appollaiato sulla sua spalla, ed era salita tenendosi al corrimano. 

Era scesa dopo un’eternità urlando che il letto incastrato nel muro sarebbe stato perfetto per lei. 

“C’è anche una mensola attaccata al letto dove può dormire Pepe!” aveva gridato entusiasta.

“Quella serve per sedersi e vestirsi quando ci si alza” le avevo risposto. Ma lei era già sparita, e ora correva sopra la mia testa. 

Era una bambina curiosa e questo mi piaceva, era segno d’intelligenza. Non si era lasciata andare a malinconie e a corto di idee le avevo insegnato a piantare i chiodi su un’asse di legno che avrei dovuto usare per rinforzare un’imposta. 

Picchiava col piccolo martello con tanta forza mancando quasi tutti i chiodi che avevo preparato e intanto faceva ogni sorta di domanda. Io un po’ rispondevo e un po’ no, in attesa di quella giusta: nella sua camera aveva di certo visto la piccola finestra chiusa. 

Nel frattempo, il gatto dormiva tanto, un po’ dappertutto e mangiava sempre meno. Il filo che lo teneva assieme ormai non doveva esser più spesso della canapa dei miei scapin.

“A cosa serve quella piccola finestra su in camera quando c’è anche quella più grande?”

Era la prima volta che la toccavo da quando era arrivata, mi sembrava di poterla rovinare con queste mie mani vecchie e ruvide ma ora l’avevo presa per mano e l’avevo tirata più vicino. Mi ero seduto su una sedia e così eravamo quasi alla stessa altezza.

“È la finestra dell’anima. Quando qualcuno muore è bene aprire la finestrella per far sì che il suo spirito possa raggiungere il Monte Rosa. In tante case come questa ce n’è una”. L’avevo guardata in quei suoi occhi e avevo sentito una commozione grande.
“Credi che potremo aprirla anche per Pepe?” aveva chiesto.
“Quando sarà il momento lo faremo”.

Un racconto di Ilaria Celasco

Illustrazione di Giorgio Luppino

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