La penna è ancora sul foglio bianco, immobile come una tavola da surf in attesa di vento.
La Minniti l’aveva detto che sarebbe arrivato un tema a sorpresa. Nella voce, il tono di chi preannuncia l’apocalisse. Così oggi è entrata in groppa alla sua scarsa benevolenza, avvolta in uno scialle di naftalina e avversione al mondo e mi ha dato in pasto alla sorte. Parlate dell’amore nelle sue molteplici sfaccettature ha precisato e tutte le teste si sono chinate sui banchi. Tutte le penne hanno iniziato a pattinare sulle righe dei fogli, al ritmo di narrazioni familiari come strade già percorse.
«In che senso, le sfaccettature?» chiedo.
Lei solleva gli occhi oltre le lenti. E i nostri sguardi si urtano sulla stessa traiettoria: due duellanti consapevoli di chi avrà la meglio.
Osservo il foglio vuoto. Le molteplici sfaccettature mi restano oscure. Oscura la definizione dell’amore che ho cercato sfogliando pagine di memoria, lo immagino piuttosto come un poliedro dalle tante facce, tutto spigoli, vertici e angoli acuti.
Non ci sono rotondità, se mancano gli abbracci.
Le sfaccettature sono per me il rimando a un gioco d’inganni come gli specchi deformanti del Luna Park. Quello in cui mi portava lo zio Adriano.
In un attimo il ricordo dell’infanzia mi raggiunge e mi inghiotte intera. Non mi mastica nemmeno. Eppure li sento ancora i denti affilati bruciare la pelle.
L’amore era mia madre che mi cedeva agli zii, perché non avevano figli. Un cuore smisurato di generosità, così immenso, da voler riequilibrare i destini.
Era l’odore rancido della periferia mischiato a quello di zucchero filato che caramellava l’aria. Era un animale di stoffa in premio dopo il tiro a segno. Lo zio aveva una buona mira. In un colpo solo aveva fatto cadere la piramide di metallo dietro le spalle di una nana sdentata. Lei gli aveva sorriso e consegnato un coniglio di stoffa lisa. Anche lui le aveva sorriso ammiccando dall’alto. La mira puntata ora alla scollatura. Poi si era chinato su di me. Negli occhi la nebbia della follia.
Mi arrivavano il suo ghigno, un coniglio e fiato di vino. Puntuali come i Re Magi ma senza nulla da celebrare. E poi un sussurro di voce quanto bene mi vuoi?
Interminabili minuti a definire la misura che più lo inebriava, mentre l’aria si faceva mosto.
Lo zio sapeva mirare con precisione. Così andavamo spesso al tiro a segno e poi a seguire facevamo un giro nella casa dei fantasmi, perché l’oscurità potesse suggellare il suo patto d’amore. Era lì che simulava di proteggermi dalle sagome che uscivano dall’ombra. Scostava ragnatele e mi stringeva a sé e le sue mani ingombranti allibivano persino quel girotondo di mostri, tenutari da sempre dello scettro degli orrori.
Le mani dello zio erano grandi e grandi erano pure le braccia. Conoscevano l’arte di sgretolarmi in un abisso da cui non facevo ritorno. Le ricordo spalancate insieme agli occhi quando madre mi consegnò con un biglietto di sola andata. Avere quattro figli da sfamare ti dava il diritto di cedere il maggiore ai parenti più prossimi: zia Tina e Adriano, simili a un paio di scarpe spaiate e sporche di fango.
Vedrai qui starai bene diceva madre voltandosi. E sembrava che le spalle avessero più cose da dire rispetto alla bocca e agli occhi che si allontanavano sino a sparire perfino dai sogni.
Zio non perdeva la mira nemmeno quando in corpo aveva meno sangue che vino. Ululava come un cane affamato in guerra. E la sua mano atterrava sulla guancia sinistra. Sempre lì. Un rituale che si ripeteva nella circolarità dell’ineffabile. Allora correvo a spalancare le finestre. La luce lo avrebbe investito e decomposto come i vampiri.
Muoviti che il tempo corre! la voce della Minniti è una sciabola che taglia l’aria e colpisce con la precisione di un lanciatore di coltelli. Taglia zio, mani, coniglio, Luna Park e nana sdentata. I ricordi si frantumano e diventano polvere. Tornerò a nasconderli sotto il tappeto della mia adolescenza. Ma la nausea resta.
Il foglio è ancora vuoto.
Accanto a me Luca invece scrive deciso. Chissà se trovo posto nel suo tema insieme ad altri nomi sfoggiati come medaglie da esibire in petto.
Era lui che prometteva amore e poi spariva alzando barriere frangiflutti per arginare la piena degli slanci. Come quel braccio che adesso tiene in mezzo per marcare un confine. Un filo spinato per inutili segreti d’inchiostro.
Sei troppo diceva e in un avverbio restava prigioniera la vaghezza che oscilla tra un’ingiuria e un complimento.
Per esprimere la profondità di un solido su carta ci vuole un tratteggio. Luca è così, una profondità mancata, un tratteggio. Un’alternanza di vuoto e pieno, di voce e silenzio, dove la voce può ferire, ma il silenzio di più.
Il suono della campanella sancisce la resa. Il tempo corre davvero quando la clessidra della vita è manomessa.
Tutti si alzano e posano il tema sulla cattedra, mentre io completo linee e tratteggi e consegno direttamente nelle mani della prof.
Lei sgrana gli occhi, si fa stretta dentro lo scialle di naftalina. Forse si è riconosciuta in una delle facce del parallelepipedo che ho realizzato al posto del tema.
«E questo cos’è?» chiede inorridita.
«Geometria dell’amore».
Un racconto di Daniela Albano

