Lei dice di non arrabbiarmi. Ma come si fa? Uno non può avere una passione che subito tutti pensano che abbia un problema. Come se fosse stata la prima volta che mettevo il cellulare sul tavolo per guardare una partita. In sottofondo, col volume al minimo, l’occhio mi ci sarà scappato due volte in cinquantatré minuti di gioco. Sono stato dietro a tutti i discorsi, quando Klaus ha parlato della cassa integrazione che si prolunga per il sesto mese consecutivo non ho sparato qualche commento generico, ma ho parlato della situazione del mercato dell’auto in questo momento storico. Però lo vedevo che quel giorno il cellulare era un problema.
Joana se n’è uscita con un “ma alla fine è tutta questione di fortuna, no?” Poteva avere almeno il coraggio di fare un’affermazione invece di mascherarla da domanda, perché tanto la risposta la sapeva già, l’avrò ripetuto non so quante volte quando il discorso saltava fuori. E un conto è fare battutine, scherzare sul fatto che i calcoli reggono fino a un certo punto, farsi raccontare le sfighe perché è chiaro, le eccezioni restano nella memoria più della regola, ma la regola è che se una squadra in trasferta ha fatto meno di dieci gol e gioca contro la prima in classifica che in casa ha vinto SEMPRE, allora quella squadra perderà. Non importa conoscere il campionato di riferimento, può essere quello olandese come quello del Laos. È statistica, e a me piace la statistica. E mi piace il calcio. Ecco perché ho la passione per le scommesse, non per il brivido del gioco.
Un conto è quando ridono con te, un altro è quando ridono di te, ma è quando smettono di ridere che le cose si fanno pesanti come una finale persa cinque a zero.
Lei ci vive con me, dovrebbe far capire ai nostri amici che non stiamo mica parlando di chissà che cifre. E che vinco, cazzo. Il mio gruzzoletto ogni mese lo tiro fuori, anche quando va di sfiga e l’ultima in classifica della serie B belga, che non ha mai vinto in trasferta, espugna il campo della prima che non aveva mai perso, che è l’eccezione ma che, siccome ho fatto quell’esempio una volta a cena, diventa la regola. Pronostici, statistiche e proiezioni sono cose tangibili, mentre per loro sembra che tutto funzioni per magia. Il “caso”, questa bella parola che non sanno nemmeno cosa vuol dire.
E lei che, cazzo, ci abita con me e lo vede che facciamo una vita normale, invece di difendermi pensa sia normale che si preoccupino, che ne senti di storie in giro di gente che si mangia lo stipendio. Io conosco anche gente che si è mangiata i soldi sposandosi con la persona sbagliata, un collega e una con cui ho fatto il corso d’inglese per la precisione. Perché non lo dicono a loro che hanno un problema? “Forse avresti dovuto smetterla prima con questa scemenza della ricerca dell’amore, non pensi?” Ma no, mandiamo me in qualche centro di azzardopatia, anche se Klaus i pochi soldi che ha li butta in modellini da collezione mentre noi ci possiamo permettere di andare in vacanza due volte l’anno.
Marcus Thuram ha segnato tredici gol in ventotto partite, ma in campionato non segna dal diciannove gennaio. Ha avuto qualche infortunio, ha giocato dall’inizio solo cinque delle otto partite a cui ha preso parte da quella data, ma ha fatto anche due gol in Champions League. Ora è di nuovo infortunato e dovrebbe recuperare per inizio aprile, quando l’Inter avrà la semifinale di Coppa Italia con il Milan. Anche ammesso che torni in forma per tempo, e non è affatto detto, Inzaghi potrebbe preservarlo per la settimana successiva, quarti di finale di Champions con il Bayern Monaco, magari facendogli fare uno spezzone contro il Parma in campionato per valutarne la forma fisica. E la domanda ora è: scommetti due euro su un suo gol in una partita a cui rischia di non prendere parte, contro una squadra che ha cambiato l’allenatore ma che non ha ancora registrato del tutto la difesa?
C’è gente che sul cesso guarda TikTok o si mette a cercare vestiti del cazzo su Zalando, come Joana, che se non le piacciono poi se li fa rimborsare senza porsi il problema dei corrieri costretti a viaggiare a vuoto per riprendersi della roba che probabilmente non le piaceva neanche così tanto. Io invece guardo le statistiche, pondero, valuto attentamente come impiegare quei pochi euro che gioco al giorno. Pochi. Euro. Tutta quell’attenzione, paragonata al tempo perso con i video di gatti e il consumismo compulsivo, e a me viene detto che la mia fortuna è frutto del caso e mi viene “suggerito” che “forse” ho un problema.
Alla fine, la farò contenta. La prossima volta eviterò di tenere il cellulare a tavola, anche se sarà proprio quando giocheranno Parma-Inter e una scommessa live sul gol di Thuram mi stuzzica un sacco. Eviterò di tenerlo sul tavolo, perché ci tengo a lei e anche a Klaus e Joana. Sono buoni amici, ci conosciamo da anni e lo so che per loro è un periodo un po’ così, col lavoro che non ingrana e il bambino che non arriva. Però non mi va che cerchino di trovare problemi in me per non pensare ai propri. Posso dimostrargli empatia anche tenendo il cellulare nella tasca, ma temo che così emergerà il tema di quello stesso cellulare mancante sul tavolo e non so se riuscirò a trattenermi se faranno qualche battuta di spirito sul fatto che mi sono disintossicato o cose così. Che ridano con me, e non di me, altrimenti sarà dura mantenere la calma.
Comunque vada, stavolta col cazzo che pagheremo noi per tutti e quattro.
Un racconto di Stefano Ficagna

