Mi sono appena svegliata e sudo. Il caldo soffocante si è annidato nei solchi di cellulite e le mie gambe lo portano a spasso da una stanza all’altra, fino al sedile della macchina a cui aderisce colloso come gelatina.
La strada verso il mare, un obbligo, una condanna che sconto con rassegnata abnegazione anno dopo anno, quando scelgo di non avere altra scelta. I preparativi, come sempre, si sono rivelati fallimentari: una settimana di dieta e poi lo sgarro normalizzato, classi di cardio prenotate e puntualmente cancellate, per poi trovarmi con lo stesso ventre flaccido di sempre, il culo dilatato dalla relazione monogama con la sedia per 9 ore al giorno, mentre Instagram, spietato, mi ricorda che la mia promessa d’estate, anche quest’anno, è annegata nella ritenzione idrica.
Non ho aspettative, solo l’ombrellone stagionale in prima fila, quello che i miei genitori affittano da vent’anni allo stabilimento Baia Maris, gestito da Orazio e i suoi figli che ormai si atteggiano a imprenditori affermati e si aggirano per la spiaggia come manichini sgraziati vestiti Gucci, per dimostrare al mondo che ce l’hanno fatta.
Baia Maris è un salto nell’Italia degli anni Sessanta. La rotonda coperta di canne con i tavolini e le sedie di plastica blu, il calcio balilla, il bar con il banco dei cornetti caldi e il frigo con le birre ghiacciate. I bidoni della differenziata all’ingresso della spiaggia, le borse frigo tra le sdraio affondate nella sabbia sotto signore sovrappeso, addobbate come alberi di Natale con bracciali e collane di finto oro comprate su Shein che scoloriscono al sole.
Io cerco di mimetizzarmi sotto l’ombrellone 36, nascondendo la faccia nel libro. Un vociare di storie che arriva da tutte le parti si sovrappone a quella che leggo: e così la donna che dalla Guinea era andata in America per dare alla figlia un futuro migliore, improvvisamente litiga con la suocera di Vattelappesca perché aveva detto che “la frittura di pesce che avevo fatto era unta e lui zitto davanti a sua madre!”; poi “quello della palestra mi ha scritto di nuovo per chiedermi se ci vediamo per un aperitivo e io gli ho ricordato che era fidanzato ma lui ha detto che la vuole lasciare e che non scopano praticamente più”.
L’America, dicevamo.
“Mandorlecoccooo…Coccofrescococcooo…Mandorlecoccooo”, un sottofondo stonato che piano piano si allontana, come una sirena di passaggio.
Quest’anno non ho neppure comprato il costume da bagno nuovo, sarebbe stata una spesa inutile, anche coi saldi Calzedonia al 70%. Mia madre invece ne ha preso uno – ovviamente a prezzo pieno – di Louis Vuitton, chiedendo gentilmente a ogni membro della famiglia di contribuire con un obolo (in)volontario la cui causale sarebbe stata il suo regalo di compleanno.
Su quella spiaggia vince facile: a parte la guccitudine dei proprietari, che lei definisce cafoni arricchiti con una certa aura di superiorità, il resto della popolazione balneare al massimo se la gioca tra Yamamay e altri marchi dozzinali. La verità è che a Baia “Poveris” il suo outfit marino haute couture non viene compreso o, peggio ancora, potrebbero spacciarlo per una volgare imitazione.
Per lei invece è una sublimazione della persona: il suo corpo abbondante e la pelle accartocciata su sé stessa dopo tre figlie e la menopausa, vengono nobilitati dalla regalità del marchio al punto che, quando percorre la passerella per andare al bar, sembra che sfili alla Paris Fashion Week.
Alla cassa, la figlia di Orazio la guarda con circospezione. Si lanciano sguardi come lame di coltelli: la ragazza dietro gli occhiali da sole Prada(ti) con ostentazione, mia madre costellata come un firmamento di LV-LV-LV dalle tette all’inguine.
Intanto: la figlia della donna della Guinea frequentava il college a Boston.
“Figlia mia, tu quoque col costume Calzedonia?” – sembra dirmi lo sguardo di mia madre. Mentre dalla bocca le esce soltanto: “Non avevi un costume più carino da metterti? Questo sembra un po’ vecchio”.
“Mamma l’ho preso l’anno scorso.”
“E quest’anno? Non ne hai presi?”
“No.”
E poi ad alta voce, perché i vicini di ombrellone sentano: “Quando sei stata a Barcellona potevi dare un’occhiata.” Quasi a riabilitarmi agli occhi del mondo: sappiate che questa figlia sciatta che mi ritrovo, in realtà gira l’Europa!
Io fingo di non sentire. Pagina 126: la figlia della donna della Guinea si sta per laureare in medicina.
“…E poi gli ho detto che avevo letto i suoi whatsapp con quella stronza e me ne sono andata…”.
Chiudo il libro, mi tolgo gli occhiali da sole, e mi dirigo verso il mare. L’acqua è calda e torbida come una miso soup, cosce abbondanti come gonfiabili umani mi costringono a uno slalom infinito prima di trovare un po’ di pace.
Quando sono abbastanza lontana dalla riva e i rumori sembrano attutiti come da un tappo che li trasforma in brusio, mi abbandono a Nettuno, fingendo di fare la morta a galla e sperando di esserlo davvero, almeno per qualche secondo.
In lontananza, sciami di spiaggiati, ammassati come mosche su un piatto di pesche lasciate al sole. Un punto tra tutti si distingue chiaramente: LV-LV-LV, come un messaggio d’aiuto. Sarebbe l’unica a salvarsi in un naufragio su un’isola deserta. Forse è per questo che quel costume costa così tanto. In un posto così dozzinale, per lei è l’unico modo per salvarsi la vita.
Un racconto di Francesca Perrone
Illustrazione di Francesca Paola Turco

