Mansarda

Quando lei arrivò alla mansarda, lui era ai fornelli.

Sminuzzava il prezzemolo, schiacciava l’aglio, affettava i pomodori che condiva con olio, sale, origano, qualche fogliolina di menta; snocciolava le olive verdi che metteva su fette di pane abbrustolito insieme a una manciata di capperi dissalati, di pinoli tostati e un po’ di harissa; frullava i ceci nel mixer e aggiungeva qualche goccia di limone e la tahina, che gli ricordava la sabbia e il caldo secco del Nord Africa.

Lei lo osservava seduta sulla poltrona a quadri, che ormai aveva preso la forma del suo corpo; ne seguiva i movimenti, si sforzava di riconoscere i suoni: lo sguisc-toc del coltello che scivolava nel pomodoro fino a cadere sul tagliere di legno; il toc-toc-toc di quando lui passava a triturare il prezzemolo.

Ogni volta che lui poggiava la bottiglia di olio sul tavolo di legno, lei si copriva gli occhi.

Parlavano poco, solo dopo cena discutevano per chi dovesse lavare i piatti: lui si rilassava con le mani nell’acqua; lei starnutiva per il detersivo che le saliva dal naso, ma non sopportava che lui allagasse ovunque per terra.

Spesso lei andava alla mansarda già dal pomeriggio e faceva sempre le stesse cose: spazzava via le briciole delle fette biscottate, chiudeva il barattolo della marmellata di datteri che lui aveva lasciato aperto, strofinava il tavolo di legno. Non smetteva di pensare ai cerchi: quelli della bottiglia di olio e quelli delle tazzine di caffè.

Ne contava sempre tre: uno grande, due piccoli. Li puliva con un panno di microfibra inumidito con un po’ di acqua e aceto – aveva letto online che l’aceto era un ottimo rimedio per smacchiare il legno -, li asciugava con un foglio di Scottex ma il giorno dopo li ritrovava sempre allo stesso punto: uno grande, due piccoli. Gli aveva regalato pure due tovagliette plastificate, che aveva messe nella scaffalatura di metallo Ikea, proprio sotto la confezione di fette biscottate, accanto alla marmellata di datteri, così che lui le avesse sempre sotto gli occhi.

Accendeva il computer – alla mansarda sperava di lavorare – ma non resisteva.

Annusava l’aria: quando i fornelli erano spenti sentiva un tanfo, ma non capiva da dove venisse, di cosa fosse.

Si grattava il naso, starnutiva.

Controllò il tavolino bianco accanto alla poltrona, vide i fogli di lui, macchiati e pieni di note, di appunti, di numeri di telefono.

Aggrottò la fronte quando si accorse che avevano tutti un prefisso straniero; prese i fogli e li rinchiuse nel cassetto. E così fece con gli hard-disk che occupavano il piano del mobile del televisore, dove il televisore non c’era perché alla mansarda nessuno guardava la tv, benché lui scaricasse di tutto: film, serie, documentari. Poi spalancò la finestra ma non si affacciò, non si affacciava mai.

Dal porto arrivavano grida, parole indistinte, metà italiano metà arabo: era il pescatore tunisino – l’unico pescatore tunisino del porto – che cercava di piazzare le ultime cassette di pesce. Era l’ora in cui la lattaia del negozio sotto casa chiamava la sua Moustache per i croccantini. Era una giornata di maestrale: il vento muoveva le tende ocra alla finestra e spazzava via l’odore di chiuso.

Lui tornò verso le nove con un pacco di giornali e riviste che ammucchiò sulla pila di giornali e riviste accanto alla porta d’ingresso, a terra. Tolse la giacca e la camicia, si lavò le mani e si mise ai fornelli ad abbrustolire, affettare, schiacciare, sminuzzare.

“Com’è andata oggi?”, chiese lei.

“Al solito”, disse lui.

Dopo cena lui fece una doccia, lasciò la porta del bagno socchiusa, lei sentiva l’acqua scorrere così forte che si affacciò per controllare che lui non allagasse ovunque per terra.

Lui uscì dal bagno, con l’accappatoio ancora umido si buttò sul letto a fissare il soffitto, sospirò: “Chissà se fossi rimasto giù”.

Lei sbuffò: le dava fastidio che lui bagnasse il letto.

Alla mansarda faceva caldo, sulla finestra si era formato uno strato di condensa: lei resistette alla tentazione di scrivere il proprio nome sul vetro.

Lui prese il cellulare dal comodino e si mise a leggere: non sopportava che lei non lo assecondasse.

Lei andò a prendersi un succo di ananas dalla scaffalatura di metallo Ikea che aveva messo in ordine quel pomeriggio.

Sul piano più in alto aveva allineato i succhi di frutta, su quello più in basso le scatolette di ceci, quelle di harissa, le acciughe, la tahina: aveva disposto tutto in ordine di altezza.

“Non smetto di pensarci”, disse lui.

Lei notò una luce azzurrina in una stanza del palazzo di fronte, non ci aveva mai fatto caso, rimase a fissarla, non capiva se fosse una lampada o un televisore.

Sentì di nuovo il tanfo, iniziò a grattarsi il naso, a starnutire.

Si avvicinò alla porta d’ingresso, sollevò il pacco di giornali e riviste che lui aveva portato quella sera, non riusciva a capire da dove venisse quell’odore, di cosa fosse.

Poi spalancò la finestra, ma non si affacciò.

Lui bofonchiò qualcosa, aveva freddo con l’accappatoio ancora bagnato e quell’aria così umida, le disse di chiudere.

Lei si sedette in poltrona, accese il computer, si mise a cercare online un rimedio contro l’odore di chiuso nelle case.

Potresti tornare in Nord Africa, gli disse, al caldo secco e alla sabbia.

Un racconto di Serena Grassia

Illustrazione di Raffaele Cataldo

Lascia un commento