Un ricordo di famiglia

Quando ci si ama e la passione non è nascosta dietro le abitudini, può capitare di trovarsi a fare l’amore anche d’improvviso, le lingue si incontrano nello stesso momento in cui si socchiudono gli occhi, in pochi istanti cambia completamente l’odore della stanza, se ci si trova al chiuso, e poi bisogna aprire le finestre per arieggiare.

Aldo e Nicola si amavano moltissimo e facevano l’amore ogni volta che gli andava. Quella sera, Nicola fece appena in tempo a spegnere il fornello del gas prima di bruciare le lenticchie al curry che Aldo gli era già addosso. Allo stesso tempo sudati e infreddoliti, perché l’inverno quell’anno era piuttosto rigido, si ritrovarono a prendere fiato abbracciati sul pavimento della cucina.

L’odore del curry in dissolvenza si mescolava a quello dello sperma. Si sorridevano pieni d’amore, quando suonarono forte i rintocchi della campana della chiesa in fondo alla strada, una piccola chiesetta di campagna, ma il prete ci teneva che la campana si sentisse in tutte le case disperse tra un campo e l’altro. Erano le nove in punto e Aldo smise di sorridere all’istante.

«Non è arrivata» disse Aldo.

«Chi?» chiese Nicola.

«Eh, chi… Carla, no!»

«Carla?» chiese ancora, stordito dalle endorfine del sesso.

«Nico’, quante Carla conosci tu? Soprattutto, di quante Carla ci dobbiamo interessare? Doveva riportarci il trattore. Vuol dire che non è riuscita a ripararlo» disse Aldo mentre si rivestiva. «Magari arriva domattina, in qualche modo ci riesce, ci è sempre riuscita, ma non può andare avanti così. Si sta fermando una volta al mese. Non è più sostenibile.»

Nicola riaccese il gas e il profumo di lenticchie al curry tornò a pervadere la cucina. Avrebbe avuto voglia di rispondere, ma non sapeva cosa dire. Ne avevano parlato così tante volte e la verità è che Aldo aveva ragione. Il fatto che il trattore si fermasse di continuo rappresentava un problema, di questo erano consapevoli entrambi. Quella che mancava era la soluzione.

«Ormai è tardi.»

«Però se non fosse in grado di ripararlo ci avrebbe avvertiti. Vedrai che domattina è qui.»

 «Se ci va bene sono altri seicento, settecento euro come minimo. Non può funzionare, Nicola.» Aldo camminava lungo il perimetro della cucina senza uno scopo.

«Amore mio, però cosa ci ripetiamo a fare la stessa cosa ogni volta? Io cosa posso dirti?»

«Niente, cosa mi vuoi dire…».

Nicola aprì una bottiglia di vino, tanto per bilanciare il clima pessimo che si era creato.

«Non ce l’ho con te, tesoro. Però sono incazzato. Ce lo siamo chiesto tante volte: dov’è l’inculata? Eccola. I patti col diavolo non bisogna farli, perché puoi solo perdere. E ti dirò di più, questi guasti sono una tendenza, il trattore si sta rompendo sempre più di frequente, l’hai notato?»

«Certo che l’ho notato. Non te l’ho detto perché mi sembrava inutile, ma l’ho notato anch’io» disse Nicola.

«Senti, però i raccolti sono buoni. Ci ha fregato, questo è chiaro, ma la nostra parte c’è» aggiunse.

Aldo bevve un bicchiere prima di rispondere, con l’obiettivo preciso di stordirsi leggermente e non essere aggressivo.

«Nico’, è stregato. Prima o poi non funzionerà più e noi perdiamo casa, raccolto, anime e tutto quanto. Sta aumentando. Lo vedi anche tu. Io non lo so qual è la soluzione, ma non ci raccontiamo che ce la faremo, perché per ora stiamo bene, ma di questo passo tra poco i soldi non ci bastano più, anche se i raccolti sono sempre buoni. I conti li abbiamo fatti, li conosci. I raccolti vanno sempre bene, ma il campo è quello, non è che si moltiplica. E invece i soldi per riparare ‘sto cazzo di trattore sì.»

Nicola guardò Aldo senza rispondere nulla. Era d’accordo con lui, preoccupato quanto lui e in più gli dispiaceva vederlo così.

Aldo se ne accorse, bevve ancora un sorso, poi si alzò per baciarlo. «Quanti ne abbiamo oggi?» chiese.

«Ventidue» rispose Nicola.

«Abbiamo ancora quasi dieci giorni per pagare il mensile al demone, più l’eventuale proroga. Perché non è detto nemmeno che Carla possa venire qui sempre all’ultimo secondo. Va bene che siamo amic*, ma non ci siamo solo noi.»

«Tu però domattina chiamala, mi raccomando.»

«Ma certo. È che anche questo è un problema. Siamo strani con questo trattore, Nico’. Ma strani forte. Ripeto, Carla è un’amica, però siamo strani pure per lei. Sono quasi tre anni che siamo in questa casa e l’abbiamo chiamata ventitré volte per riparare un trattore antico con la scusa che era del nonno, i ricordi di famiglia e altre cazzate. Non è normale.»

«Neanche noi siamo normali. Siamo bellissimi! In questo paesino del cazzo poi, non farsi notare è impossibile» rispose Nicola.

«In questo paesino del cazzo la gente crede ancora in Dio. Se si scopre che abbiamo fatto un patto col diavolo ci danno fuoco senza pensarci due volte. E il prete li benedice pure.»

«Amen.»

«Non scherzare. Ti amo, testa di cazzo, ma ho ragione e lo sai.»

Nicola si grattò con insistenza la testa pelata e questo bastò a intenerire Aldo, che smise di parlare del trattore fino al giorno seguente. Non fu sufficiente a dormire bene, però. Entrambi si ritrovarono svegli che il sole non era ancora sorto. La fonte d’ansia era sempre la stessa, parlare d’altro in quel momento era impossibile e Nicola, per provare a trovare un lato leggero, tirò fuori una descrizione molto accurata del demone che aveva stipulato il patto con loro facendo funzioni di diavolo, un demone inquietante come dev’essere un demone, ma estremamente buffo con i suoi modi zelanti. Si vedeva che ci teneva a fare bella figura col diavolo e che allo stesso tempo non doveva essere proprio il più brillante dei demoni, né il più sveglio. Visto come si era conciato, poi, perdeva molta della sua autorità demoniaca. 

A ogni appuntamento si era presentato con una cravatta infuocata, di cui però si notavano con chiarezza le fantasie discutibili per un umano, figurarsi per un demone. L’ultima poi aveva dato una fiammata improvvisa che gli aveva bruciato i baffi. Colpa delle batterie allo zolfo, aveva detto.

L’ansia, tuttavia, non si volatilizzò come faceva il demone tra sbuffi di nubi sulfuree e colpi di tosse. Ma entrambi sapevano che era ora di mettersi a lavorare, perché la giornata dei contadini inizia presto e non aspetta. Il lavoro gli piaceva e li distraeva da tutto il resto.

Mentre raccoglieva i cavolfiori, Nicola continuò a pensare, senza rendersi conto, con ragionamenti sempre più rapidi, a cosa li aveva portati fin lì, a cosa era successo e come era successo, all’amore per Aldo, al demone.

Poter coltivare quel pezzo di terra era quello che avevano sempre desiderato, fin da quando si erano conosciuti e innamorati. I primi anni erano stati duri e il patto col demone aveva reso tutto più semplice, gioioso, in una parola: felice. Fino ai guasti al trattore.

Pensavano di essersi garantiti un patto sostenibile, invece le cose avevano preso una piega preoccupante dopo pochi mesi. Le anime di quattro genitori più quella di un anziano zio prete, tutti morti d’improvviso in una notte di marzo, a garanzia dei soldi necessari per l’acquisto sull’unghia di un terreno, del casolare, già ristrutturato e pronto da abitare e della promessa che il raccolto sarebbe stato sempre abbondante e indipendente da ogni tipo di sciagura.
Secondo gli accordi firmati, il primo giorno di ogni mese, per trent’anni, avrebbero dovuto corrispondere una somma pari al cinquanta per cento del ricavato del raccolto. La trattativa non era stata delle più semplici, il demone tirava molto sul prezzo e continuava a ripetere che il casolare era ristrutturato, bellissimo, con finiture di pregio e che aveva dei parametri da rispettare per poter stipulare il patto. Il demone, in verità, continuava a ripetere un po’ tutto, in preda all’ansia di concludere la trattativa con il minore esborso possibile. L’anima dello zio prete alla fine aveva fatto la differenza; non era un sacerdote di fama, ma l’anima di un servo del Signore è pur sempre una ghiottoneria per il Diavolo. Nicola non poté non ricordare lo sgomento della comunità parrocchiale alla scoperta della scomparsa del loro sacerdote e di buona parte della sua famiglia. Fu divertente.

Al momento di decidere dove imprigionare le anime dei defunti, che sarebbero effettivamente trasmigrate all’inferno al termine dei trent’anni di pagamento, scelsero un vecchio trattore inutilizzato ma ancora funzionante, che era appartenuto al nonno di Aldo. La cosa parve loro romantica. Il nonno era l’unico parente di cui Aldo conservava un ricordo positivo, nonostante l’avesse conosciuto solo da bambino. Era un vecchio partigiano, mezzo ubriacone, molto gioviale, che amava i fiori, le donne, il vino e il comunismo.
Il demone pretese che il trattore fosse sempre funzionante, ma non sembrò una condizione difficile da applicarsi e l’accettarono subito; anzi, si dissero entusiasti di rimetterlo in funzione. 

Ogni primo del mese, bisognava mettere i soldi nel trattore, ovvero aprire il cofano, lanciarli dentro e richiudere immediatamente, perché sparivano avvolti da una fiamma verde che dava nell’occhio, ma soprattutto emanava un fetore insopprimibile e spaventava le galline.

~

Eppure, abbiamo controllato che funzionasse prima di accettare proprio quello come artefatto!, ricordò Nicola e per la rabbia strappò una foglia di cavolo.

«Che succede?» chiese Aldo.

«Ma niente, ripensavo a quel cazzo di trattore.»

«Amore, io ci ho pensato stanotte e una cosa da fare ci sarebbe. Non è detto che funzioni, ma almeno è un tentativo. Tanto qui è questione di tempo e perdiamo ogni cosa. Se il trattore smette di funzionare per più di un mese dobbiamo restituire tutto, finiamo in mezzo a una strada, non abbiamo più niente da parte».

Nicola osservò Aldo interrompere il lavoro, segno che aveva deciso che il tema andava affrontato in quel momento. Si tolse i guanti anche lui, si pulì i pantaloni dalla terra e andò a sedersi sulla panchina di pietra che avevano fatto costruire sul lato ovest del campo, per poter vedere il tramonto dopo il lavoro. Era tarda mattinata però e il sole gli dava le spalle. Osservare la propria ombra non lo mise di buon umore. Stava per alzarsi quando Aldo si sedette di fianco a lui e gli strinse una mano.

«Lo so che è un rischio, ma non abbiamo niente da perdere» disse Aldo.

«Non so che fare… Secondo me, l’unica è telefonargli e rinegoziare gli accordi. Se abbiamo scelto l’artefatto sbagliato è perché ce l’ha consigliato lui» rispose Nicola.

«Ce l’ha consigliato apposta. Non essere ingenuo… Così prende tutto prima. Qua la soluzione è un’altra» fece Aldo mimando un’esplosione con le mani.

«Non puoi farlo saltare in aria, è un artefatto stregato, magari c’è il demone dentro, non funziona così.» 

«Nel trattore ci sono le anime dei nostri parenti e chili e chili di documenti, il demone chissà dov’è. Lui è solo il garante della cosa, il patto non è nemmeno con lui, è col suo capo, se vogliamo dire così. E poi è un demone di quart’ordine, fosse stato un demone serio non si sarebbe messo a fare affari con noi. Io ti sto dando ragione, eh, bisogna rinegoziare, è vero. Ma dobbiamo farlo da una posizione di vantaggio, non andando a elemosinare. Se gli telefoniamo ci fa i tassi che vuole lui. Rompiamogli il giocattolo e vedrai che ci cerca lui» disse Aldo.

«Ci cerca, ci cerca, il problema è che ci trova. Abbiamo firmato, Aldo!»

«Anche quel contratto è dentro il trattore. Può darsi che sia stregato, ma dovrà ricostruirselo da frammenti molto piccoli.»

«Io ho paura, Aldo. La verità è che ho paura. Gli abbiamo dato le anime di tutti i nostri familiari, questo si prende pure le nostre.»

«Non gli interessiamo noi, non lo capisci? Se avesse voluto le nostre anime, ce le avrebbe già. Ti ricordi quando abbiamo firmato? Nemmeno ce le ha chieste le anime. Non lo so perché, ma tutta ’sta roba dell’inferno non funziona come pensavamo noi. Gli abbiamo dato le anime dei nostri, e va bene che abbiamo ceduto subito, ma se fai mente locale la trattativa si è fatta sulla casa, sul terreno e sul raccolto. Pensaci. Da lì non si è smosso di una virgola. Ci ha assicurato la fortuna e in effetti è stato di parola, il raccolto va sempre più che bene, ma si prende il cinquanta per cento. È per quello che non ci stiamo dentro, Nico’. Ti ripeto, io non lo so perché, ma questi vogliono i soldi, non le anime. Quelle sono un simbolo, evidentemente la gente ci crede e loro ci speculano sopra. Allora, quello che dico, rompiamolo questo simbolo e vediamo che succede. Per me quello che corre a rinegoziare se facciamo saltare tutto è lui. E noi a quel punto abbiamo molto più potere di adesso, che non abbiamo un cazzo.»

«Che ne sarà delle nostre famiglie? In fondo sono i nostri parenti» chiese Nicola.

«Non ce l’abbiamo più una famiglia da quando gli abbiamo preso tutto e li abbiamo rinchiusi lì dentro. Sono vivi per modo di dire, dai, non essere sentimentale adesso. Erano degli stronzi, altrimenti non l’avremmo fatto. I tuoi più dei miei, se dobbiamo dirla tutta. Ti ricordo le cure per smettere di essere frocio.»

Nicola cercò la spalla del compagno, poi la sua bocca, poi il suo cazzo. «Sei tu la mia famiglia» disse.

«Siamo noi la nostra famiglia» rispose Aldo. 

Avevano deciso.

~

Come avevano previsto, Carla arrivò con il trattore di mattina presto. Il lavoro era iniziato da poco e faceva piuttosto freddo. Anche lei pareva ancora assonnata. 

«Mi offrite un caffè?» chiese, smontando dal trattore.

«Certo, con piacere. Buongiorno, Carla» rispose Aldo.

«Buongiorno anche a te. Ho lavorato fino a tardi con il vostro trattore e ho veramente bisogno di un caffè. Mi sveglio e vi spiego tutto.»

«Te lo preparo al volo.» Aldo si incamminò dal campo verso casa. Nicola restò a curare i cavoli e i finocchi. Preparando il caffè, Aldo si chiese ancora come ne sarebbero usciti e una scossa di rabbia e disperazione lo attraversò, lasciandolo frustrato e con una sensazione di impotenza che ormai iniziava a conoscere bene.

Carla entrò nella cucina luminosa e ampia proprio nel momento in cui il caffè aveva finito di gorgogliare nella moka.

«Io te lo riparo, ma non ha senso, lo sai anche tu. È troppo vecchio, tutto qui. Continuerà a rompersi, anzi è destinato a guastarsi sempre più spesso. Se proprio non vuoi liberartene, lascialo lì fermo, resta un trattore antico. Se è un tuo ricordo e ci sei tanto legato, lo metti da una parte, ci andranno le galline. Oddio, non è bellissimo, se vuoi il mio parere, ma i gusti sono gusti.»

Aldo non aveva la minima intenzione di crollare proprio in quel momento, avrebbe voluto il trattore funzionante per guadagnare un po’ di tempo, i giorni necessari a capire come farlo saltare in aria. Invece scoppiò a piangere, la tensione degli ultimi mesi era stata troppa e non se ne era reso conto. Uscì in fretta di casa stringendo la tazzina, ormai vuota. Carla gli andò dietro.

«Scusa. È un periodo molto faticoso» disse Aldo.

Si conoscevano da quando erano bambin*, ma Aldo non l’aveva mai vista come una persona con cui potersi lasciare andare, abbandonarsi, tirare fuori tutto una buona volta e invece fu chiaro fin da subito che era davvero in pena per lui e che poteva togliersi un peso enorme dal cuore e dalla testa. Le raccontò la verità e Carla non lo prese per pazzo, ma decise di aiutare lui e Nicola a risolvere una volta per tutte la questione del trattore.

«Il problema è che è bello grosso un trattore. Vanno bene anche i petardi, ma ce ne vogliono proprio tanti e nei punti strategici o rischiamo di fare dei danni superficiali. Il botto lo sentono fino a Caserta» disse Carla.

«Dove li prendiamo tutti i botti? Capodanno è passato, siamo a febbraio…»

«Si trovano, i laboratori sono pieni. Però costano, Aldo.»

«Va bene, quanto costeranno mai?»

«Tu e Nicola con i soldi proprio non avete un rapporto realistico, te lo devo dire. Aldo, è un trattore, è grosso più di una vacca e non deve rimanere niente, non potete rischiare. Non te lo so dire quanti soldi ci vogliono, ma con meno di tremila euro il botto finale non lo facciamo» disse Carla.

«Cosa?» Aldo sbiancò, perché erano quasi tutti i risparmi che avevano.

~

Ci vollero più di tremila euro, fu necessario un prestito di Carla. Il trattore, guidato dalla stessa Carla e con Aldo e Nicola a seguire con la Panda piena di petardi, arrivò lentamente in montagna, lontano da sguardi indiscreti.
Carico di esplosivo e circondato da taniche di gasolio per usi agricoli, saltò a tutti gli effetti e senza dubbio in aria. Il botto non arrivò a Caserta, ma ne parlarono i giornali locali, investigarono i carabinieri e non vennero a capo di niente, perché i petardi e il gasolio erano stati comprati in nero. Dopo qualche giorno, il mondo passò a occuparsi d’altro.

~

Aldo era convinto che avrebbe telefonato, invece si presentò a casa sbucando dalla radio e rendendola inutilizzabile per sempre.

«Voi due siete pazzi, completamente pazzi! Io ho dei responsabili, sapete? Mi avete messo nei guai. Ve lo ripeto, mi avete messo nei guai. Come vi è saltato in mente? Come vi è saltato in mente?» Il demone aveva il vizio di ripetere le cose.

«Potevate telefonarmi! Il numero ce l’avete, no? Potevate telefonarmi!» insisté. Nicola e Aldo lo fissarono senza proferire parola. Il piano era di farlo parlare e capire come muoversi. Non era il tipo di demone misterioso e silenzioso, ma più quello ansioso e arruffone.

«Come devo fare con voi? Come devo fare ora con voi? Pazzi, completamente pazzi. Vi avevo spiegato che i patti col diavolo si possono rinegoziare, si rinegoziano, capito, si rinegoziano! Ora voi due avete sterminato una delle parti più importanti del contratto. Tutta quella gente, tutta quella gente, tutta sprecata… Con quello che avete fatto sapete dove li avete spediti? Eh, sapete dove li avete spediti? Razza di psicopatici che non siete altro, psicopatici furiosi. Al Creatore li avete spediti! Al Creatore! Non gli è parso vero a quello. Ho dovuto corrompere i piani alti per mettere a tacere tutto. E mi è costato caro. Molto caro! Anzi, carissimo! Credete che siamo qui a scherzare? Siamo qui a lavorare! A lavorare! Tu, fai un caffè, renditi utile» disse rivolto a Nicola. Poi si mise a sedere sconsolato.

~

La questione era delicata per tutti e tre. La carriera del demone non era stata brillante fino a quel momento e un patto rotto, con le anime concordate come pagamento finite addirittura dritte alla concorrenza, rischiava di fargli avere un declassamento. Aldo e Nicola, dal canto loro, rischiavano di perdere la casa, il terreno e se le cose si mettevano male anche la vita. Si rendeva necessaria una soluzione creativa, per usare le parole del demone. E una soluzione piuttosto creativa si riuscì a trovare: senza le anime dei familiari che avevano venduto al diavolo tramite l’intercessione del demone e senza neppure l’artefatto magico, il patto si considerava estinto. Questo era l’obiettivo di Aldo, Nicola e del demone fin dal principio, insabbiare tutto, la trattativa non verteva su quello. I punti fondamentali erano due: la garanzia del silenzio e i benefici che Nicola e Aldo avevano contrattato con la vendita delle rispettive famiglie.

Fu una serata molto lunga, il demone ripeté le stesse cose anche quattro volte, Aldo e Nicola non mollavano di un centimetro e a turno furono tutti e tre spesso sulla soglia dell’esasperazione, ma il successo della trattativa fu cristallino e condiviso. Il demone ottenne la garanzia firmata col sangue, un documento che avrebbe potuto giocarsi in futuro per fare carriera; un demone del suo livello non ha dichiarazioni firmate quasi mai, figuriamoci con sangue umano in duplice copia. Al momento della firma gli si illuminarono di rosso gli occhi.

Aldo e Nicola riuscirono a tenere la casa, il terreno e la fortuna dei raccolti, senza ulteriori patti da stipulare. Insomma, il diavolo, tramite un suo rappresentante, annullava il debito. Il demone avrebbe distratto le anime dovute da un altro incartamento di cui non volle dire nulla per ragioni di privacy. La documentazione di tutto, che bisognava in ogni caso produrre, sarebbe finita in archivio prima del tempo. Il demone non aveva fatto carriera, ma qualche piccolo aggancio ce l’aveva, specie con altri demoni di basso livello come lui; l’archivio era accessibile e controlli per poche anime non erano mai stati fatti. Con circospezione e senza fare altra confusione l’avrebbero fatta franca.

«Per fortuna questo pezzo di terra non costa granché, siete pazzi economici, le anime dei vostri familiari erano di poco conto, senza offesa… Che lavoro mi avete fatto fare, che lavoro! Pazzi! L’ho sempre detto io, pazzi!» disse il demone mentre spegneva l’ennesima sigaretta direttamente sul pavimento.

«Be’, per noi è importante…» disse Nicola, prendendosi un calcio sotto il tavolo da Aldo. Il demone fece finta di non sentire.

«Insomma, il caso è chiuso» disse il demone. «Cosa c’è da mangiare qui? È tardi e non mi farete lo sgarbo di farmi andare via senza cena! Non mi farete questo sgarbo, voglio sperare.»

Aldo e Nicola diedero fondo alla dispensa. I tre terminarono la serata molto ubriachi, specie il demone che doveva essere piuttosto stressato e si lasciò andare con la sambuca. Alla fine, restò a dormire sul divano.

«Noi demoni ci spostiamo, è vero, col teletrasporto, istantaneamente! Col teletrasporto! Ma ci vuole precisione, ci vuole. E con questa stanchezza, questo super lavoro che mi avete fatto fare, disgraziati, non sono lucido. Un super lavoro!»

«Non pensavo che scolarsi una bottiglia di sambuca potesse considerarsi super lavoro» sussurrò Aldo a Nicola.

La mattina seguente si salutarono da buoni amici. Il demone svanì nella consueta fiamma dall’odore sulfureo. Non lo incontrarono mai più.

«Andiamo a raccontare tutto a Carla» disse Nicola.

«Tra un attimo» rispose Aldo. E lo trascinò in camera da letto.

Un racconto di Carlo Martello

Illustrato da Ghirigori

One thought on “Un ricordo di famiglia

Lascia un commento