Un mese così triste

Avete discusso per mesi su quale sarebbe stata la giornata migliore. Non voleva aspettare troppo, aveva paura di scivolare nel dolore cronico o, peggio ancora, di essere dichiarato incapace di intendere e dunque ricevere cure contro la sua volontà. Tu, naturalmente, non volevi lo facesse troppo presto, non volevi perdere nemmeno un giorno insieme a lui, l’altra metà della tua vita, il tuo grande e unico amore. 

Non voleva farlo prima di Natale – ti rovinerei le feste – e nemmeno a gennaio – è già un mese così triste. Per San Valentino ti sei rifiutata tu e a marzo c’è il tuo compleanno, voglio festeggiarlo con te. Nel frattempo la malattia se lo mangiava da dentro, rendeva la sua pelle traslucida sulle tempie e il suo odore sempre più intenso. 

Vi siete accordati per il primo aprile, un giorno che contiene una sua intrinseca ironia e che apre un mese che non vi piace, troppo freddo e piovoso per essere chiamato primavera, nel posto in cui abitate.

Il 31 marzo avete dato una grande festa, gli amici sono venuti a fargli un saluto. Lui ha persino bevuto Champagne – tanto ormai – e dato una boccata di sigaro. La mattina dopo, oggi, vi siete baciati a lungo, è troppo debole per fare qualsiasi altra cosa, e poi ti ha detto che non ti aveva mai amato così tanto. Lo hai pregato di aspettare, solo altri dieci minuti, ma lui ha scosso la testa. Non ci sarà mai un momento giusto, ha detto, devo farlo ora, e aveva ingoiato la pasticca. 

Il suo telefono vibra. Ti giri a guardarlo, e poi si gira anche lui. Vuoi che te lo prenda?, gli chiedi, e ti sei già alzata per quell’istinto servile che ha caratterizzato il vostro rapporto negli ultimi mesi. Lui ha bisogno, tu lo aiuti. 

No, no, si affretta a dirti, resta qui. Ma sei già arrivata al telefono, che continua a vibrare a sprazzi irregolari. È posato sul suo comodino a faccia in giù. Lo prendi, lo volti, una M maiuscola seguita da un punto ha scritto: Non l’hai ancora fatto, vero? 

Ci sei? 

Rispondimi, anzi chiamami appena puoi. 

Chi è emme puntato?, gli chiedi incerta, tra i denti. Lui chiude gli occhi e fa un gesto con la mano, come per scacciarti. 

Chi è emme puntato?, chiedi a voce più alta. 

Nessuno, dice lui, con la voce rotta. 

Guardi l’ora nel telefono, le undici e undici. Un nuovo messaggio da emme puntato che dice Ci sei? Ti prego! 

Lo leggi a voce alta. Adesso mi dici chi è emme puntato, dici a tuo marito che sta morendo. 

Non è nessuna, ripete lui, stupido come pochi. 

Ah, quindi è una donna, rispondi. 

Smettila di pensare a stronzate del genere, posa quel telefono e vieni qui, ti dice. Si alza traballante, il litigio lo scuote e la pastiglia lo rende instabile sulle gambe. 

Ma tu sei perentoria e gli porgi il telefono, Sbloccalo.

Cosa? 

Sbloccalo o… 

O cosa?, ti dice, Non mi lasci morire… mi uccidi tu? 

Non rispondo alle provocazioni, scuoti la testa e gli punti ancora il telefono addosso. 

Lui fa per prenderlo ma tu lo strappi verso di te e lo stringi al petto. E se lo spegnesse, portandosi nella tomba il codice di accensione? No, devi sapere. 

Poi emme puntato fa un errore, fanno sempre un errore, e gli invia un cuore. Un fottutissimo cuore. 

Tutti i mesi di ospedali e cliniche private, le centinaia di ore che hai passato attaccata al computer per cercare notizie sulla sua malattia, i mesi in cui hai implorato ChatGPT di aiutarti con la diagnosi sono state cancellate da una stronzissima emme puntato.  Margherita? Marzia? Mariasole? che gli ha mandato un cuore.      

Quindici anni di matrimonio e sei di fidanzamento, la prima volta che vi siete visti, il suo primo mazzo di fiori, girasoli col capo chinato, avresti dovuto capire da quel mazzo come sarebbero andate le cose, tutto è cancellato dalla rabbia.

Dimmi chi è, urli, sull’orlo delle lacrime ma incapace di fermarti. 

Non è nessuno, cazzo, urla anche lui. 

Allora sblocca il telefono e fammi leggere tutta la chat, rilanci, le lacrime già ricacciate indietro. 

Davvero vuoi passare la mia ultima mezz’ora di vita a litigare per la tua gelosia immotivata? 

Non si rende conto che stai passando l’ultima mezz’ora della sua vita cercando di sapere la verità sulla tua vita

Io resterò qui, dici, non morirò, resterò qui a pensare che forse mi hai sempre tradito, ho il diritto… 

Non ti ho mai tradito, sussurra. 

Ah ah ah, scandisci bene, e poi sibili, Sei un bugiardo

Lui cerca di riprenderti il cellulare ma non ha scampo, è più lento di te, è affaticato. 

Mi raccomando, state distesi, una volta presa la pastiglia, vi aveva detto il medico, come se la prendeste entrambi o come se un tuo movimento potesse accorciargli la vita.

Ora il telefono sta squillando, sulla schermata si legge M. e nulla di più.

Sono le undici e trentatré, avete ancora dieci minuti, nella migliore delle ipotesi. 

Scorri col dito sullo schermo e, guardando tuo marito negli occhi, rispondi.

Un racconto di Martina Ciullo

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