La ruota panoramica non è tanto distante da questo posto, l’autostazione. Dopo trent’anni, vorrei salirci di nuovo con lei per restare ferme, in alto. Proprio una bella idea, se non fosse che, bloccata qui, sotto la pensilina, non so più se ne valga così tanto la pena, magari per sentirmi dire da lei che lì ferme, in alto, non possiamo stare.
Qui in basso vorrei confondermi fra sconosciuti e salire da sola sulla ruota panoramica, che in questa città di mare si accende ogni estate. Trent’anni fa io e mia figlia ci siamo venute in vacanza; ogni giorno restavamo a osservare tutto dall’alto. Non ci siamo più tornate.
Mio marito sostiene che la mia anima bella è sfiorita, rosa dal rimpianto di aver lasciato ad altri per altre vacanze una figlia. Lui non vuole vedermi appassire del tutto, ma non ha cresciuto una figlia. Ci siamo incontrati e conosciuti che già buona parte delle nostre vite aveva fatto il suo corso.
Viviamo in una grande città, dove lui fa il proiezionista in un cinema. Fino a quando non mi ha conosciuto certe storie di rimpianti le proiettava soltanto, senza volerne osservare l’effetto sulle facce degli spettatori.
«Sono storie che sfioriscono e riappaiono sotto altre forme in altre pellicole; nella realtà, le storie in cui si torna dove si è stati felici, solo per farsi del male, sono piante perenni, sempre uguali e solo loro in ogni stagione ti ricordano se sei stato felice una volta nella vita», ho provato a raccontargli, il giorno in cui mi sono alzata dalla poltrona del cinema alla fine del primo tempo, per non rientrare più.
Ecco, dopo quel mio raccontare, lui ha iniziato a osservare le facce degli spettatori di certe storie di finzione. A me non interessano più, partecipo a quelle vere, come la mia; ora, per esempio, si stanno muovendo qui intorno alla pensilina, ingoiate dall’unica loro prospettiva: allontanarsi di nuovo e ritornare, inseguire o farsi inseguire, senza mai cambiare.
Per salire sulla corriera o sulla ruota o entrare in un cinema serve un biglietto, il cui costo è scritto da qualche parte.
Che prezzo ha tornare a trent’anni fa?
Eppure, un filo ancora esiste. Mia figlia lavora a pochi passi dalla ruota panoramica. Disegna abiti e dice che sta bene dove sta, mi ha chiesto di non raggiungerla. «Questo posto l’ho scoperto da sola». Un’ora fa ha chiuso così la nostra conversazione al telefono.
È un pomeriggio di fine settembre, sto ferma qui, sotto la pensilina dell’autostazione, in attesa di una corriera su cui dovrei salire per tornare a casa. Devo ancora fare il biglietto e vorrei già andarmene. Della ruota panoramica non ho più voglia. Eppure, non mi sono nemmeno avvicinata. Avrei bisogno di qualcuno che mi indicasse come si fa a raggiungerla. Trent’anni fa avrei avuto bisogno di qualcuno che mi fosse d’aiuto, indicandomi come si fa a mantenere una promessa di felicità.
La pensilina sembra non finire mai; a qualche decina di metri si riconoscono i segnali di un semaforo fissato in alto e un altro su un marciapiede. A quale dei due dovrei dare retta? Quattro strade si incrociano e vorrei percorrere la via più breve per lasciarmi alle spalle le altre. Esiste davvero un modo per aggirare le vie inutili, salire sulla ruota panoramica e, dall’alto, immaginare mia figlia anche di notte, mentre disegna abiti all’ultimo piano di un palazzo ristrutturato di recente?
Fino a che ora gira la ruota? È possibile rifiorire fuori orario?
Forse io e mia figlia ci incontreremo qui sulla pensilina dell’autostazione, senza il sorriso della felicità.
Mio marito da tempo sorride ad altre storie, perché non gli permetto più di sorridere alla mia. Nella vita ho insegnato come sono fatti i continenti e gli oceani.
Lo conoscete il mondo? Lo chiederò ai cappucci calati in testa, seduti sull’asfalto intorno a me, in attesa di salire su una corriera o sulla ruota panoramica. Che ne pensate? Potremmo aspettare tutti insieme che mia figlia finisca il suo lavoro, fino a quando la ruota panoramica si fermerà e più nessuno si interesserà a lei. In fin dei conti, domani la smantelleranno. Ci porteremo via i suoi pezzi per ricomporli altrove e tornare dentro una storia ferma da trent’anni.
Un racconto di Annarosa Tonin
Illustrazione di Francesca Paola Turco

