Riviste per signore

Since I was born I started to decay, Teenage Angst, Placebo

Reek of putrefaction, Carcass

Andie MacDowell percorre il tappeto rosso sorridendo ai fotografi e saluta me che la sto guardando su questa rivista per signore. Me la ricordo Andy McDowel. Recitava in quella commedia romantica con Hugh Grant. Non ricordo nient’altro ma presumo che ci sia stata, come in ogni film di questo genere, la solita  dichiarazione d’amore disperata, in cui i protagonisti urlano per sovrastare l’irruenza della precipitazione, afferrandosi  per i vestiti bagnati per non farsi trascinare via, giù per lo scolo di ciò che si è perduto per sempre. Quando ci si arrende all’amore o  alla morte, non è mai un temporale, bensì una pioggia abbondante e regolare, come il ciclo di questa ragazza con la vitiligine che pubblicizza mutande mestruali. Pioggia senza vento.

Andie MacDowell, la stella di Quattro matrimoni e un funerale, ha rinunciato a tingersi i capelli, dice la rivista per signore. Segue un breve e necessario approfondimento sul fenomeno straordinario dell’invecchiare delle donne. Donne a cui il tempo ha fatto ingrigire i capelli, prendere peso e liquefare il volto. Il tempo che erode le montagne e rinsecchisce le ossa, le fa rimpicciolire, sotto quegli abiti di pelle che derubati dal collagene non sanno proprio dove stare. Vanno giù, franano, lembo sopra lembo, come i veli di carta igienica che la mia vecchia gatta Olga persevera a srotolare,  sfidandomi con lo sguardo, per poi perdere interesse. La mia gatta Olga che ormai è anziana e non dovrebbe… non dovrebbe cosa? Cosa mi aspetto dall’anzianità di Olga che io non sarei disposta ad accettare? 

Andie MacDowell è bellissima con quei ricci ricamati col pelo degli animali artici e intarsiati nelle ossa della Luna. Nulla a che spartire, sfogliando questa rivista per signore, con questi rossi sulfurei, barbe di mais, rosso Borgogna, sangue di barbabietola rappreso, o rosso come l’alone di sugo attorno alla bocca di questo bambino all’ingrasso che pubblicizza un ragù in scatola. Immagino che qualcuno lo trovi divertente, questo muso sudicio di salsa al pomodoro che a me disgusta. Una pubblicità pensata per i genitori troppo infatuati di loro stessi per vedere che il loro barbatrucco per l’immortalità (tramandare il proprio patrimonio genetico) è rivoltante. Mi hanno sempre fatto schifo i bambini che mangiano.  Mi sento gelare sebbene l’acqua nella vasca sia rovente. Su questa rivista per signore non mancano certo le testimonianze di donne che decidono di nascondere il tradimento del tempo tingendosi i capelli di arancione Guantanamo, trasformandole in pagliacci, con parrucche fluorescenti e impolverate, che non fanno ridere nessuno dai tempi della Lira. O i neri corvini a orologeria e ad altissima manutenzione. Non c’è tempo da perdere tra un appuntamento e l’altro al salone di bellezza, affinché la menzogna non venga svelata da righe nette bianche e nere, come tasti di un pianoforte scordato, che suona le uniche note che siamo in grado di ricordare. Una filastrocca ridicola, un gioco di dita artritiche. 

Mi sono diventati i capelli bianchi dopo aver investito il mio cane. In corrispondenza del mio lobo temporale destro, dove persisteva un castano qualunque, nacque una fenice albina dalle ceneri del mio cane morto ammazzato. Lo shock, dissero. Il rumore che fece il suo corpo schiacciato dagli pneumatici mi fece vomitare e nell’arco di pochi giorni una lunga ciocca bianca si distinse dal resto. La trovai incantevole. Non potevo fare a meno di guardarla. Non avevo visto nulla di così splendente. Io, che ho lottato per tutta la vita contro il mio corpo, che ho sempre trovato volgare il mangiare e non conoscevo il desiderio sensuale. Pensavo alla mia vagina come alla maschera splatter di un volto mostruoso. I miei seni gonfi erano grossi ascessi infetti di siero. E il mio culo, con quella lacerazione a svelare un buco fetido, non era altro che una ridicola escrescenza carnosa di grasso sedimentato. Il proliferare di lattobacilli che lievitano e deformano le masse. Una pancia gravida poteva provocarmi conati di vomito poiché l’associavo al brulicare di vermi, che vedono la luce, dopo l’esplosione di un ventre gonfiato dai gas della putrefazione. Mi ha sempre fatto schifo tutto ciò che mi ricordava la vita e il suo manifestarsi. Il sesso, la sua celebrazione, più di ogni altra cosa. 

Ma poi ho investito il mio cane e i miei capelli sono diventati bianchi. E quello è stato il principio di una mutazione. Quel passaggio che trasforma una persona viva in un cadavere: l’invecchiare. L’inizio della fine. E io accolgo e contemplo ogni singola struggente manifestazione di questa vita che abbandona, presidio dopo presidio, il mio corpo. Adoro questi miei seni svuotati e i capezzoli a penzoloni con l’occhio rivolto verso terra, che sarà l’ultima mia dimora, prima di scioglierci e diventare noi stessi suolo calpestabile. Lascio cadere la rivista per signore, esco dalla vasca da bagno e mi guardo a lungo davanti allo specchio. Non so se posso definirla gerontofilia, eppure so che questa vagina, che un tempo mi faceva ribrezzo, riesce a darmi tutto quel piacere che mi sono sempre negata. Guardandomi. Nuda. Vecchia. Sola. Intima alla morte.

Un racconto di Valeria Disagio

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