Il volo della Cinciarella

Il mio nome lo ricordo appena, ho quasi novanta anni. Quando vado in bagno faccio fatica a pisciare; il medico del pensionato dice che ho la prostata ingrossata ma io so che non è vero. Non mi piace entrare in quel cesso in fondo al corridoio con quello specchio enorme che mi costringe a guardarmi in faccia mentre svuoto la vescica. 

Sa di urina questo posto e sa di alcol. Quando cammino lungo il corridoio vedo solo vecchi smunti con pigiami logori e infermieri in bianco che si sbracciano urlando e si muovono strani.

Sono un bandito solitario io, un egocentrico, un malato di protagonismo.

Ricordo ancora il giorno della mia scarcerazione. Sul foglio del tribunale c’era scritto: “Incompatibile con la detenzione”. 

Solo un timbro su una carta e poi la mano sulla spalla del mio avvocato di ufficio. Finalmente libero, come un uccello senza ali.

Ho visto i luridi ditini cicciottelli dell’avvocato posarsi sulla mia giacca consunta. 

“Toglimi le mani di dosso”, ho pensato guardandolo dritto negli occhi. “Ho ammazzato per molto meno”.  Deve avermi letto nel pensiero quel viscido panzone. Si è defilato senza nemmeno salutarmi mentre le guardie mi toglievano le manette ai polsi e mi accompagnavano fuori per l’ultima volta.

Non ho sorriso, sono uscito fuori e ho avuto la mia ora d’aria senza guardie, senza mura e senza pigiami a righe tutti uguali.

Ho passato trenta anni in carcere, ospite non gradito tra quelle mura di cemento.

Sono in una nuova prigione ora, senza sbarre, senza secondini e con il cesso, invece che in stanza, in fondo al corridoio.

Dormo poco e faccio incubi, parlo raramente e quando proferisco parola tutti si voltano ad ascoltarmi.

José Raimundo, un infermiere brasiliano nero come la pece e grosso come un armadio, mi ha preso a ben volere, lo ha corrotto un vecchio amico di batteria che se la passa ancora bene e gli lascia qualche soldo sottobanco.

Mi porta i sigari José e ogni tanto un whiskey doppio in un bicchiere di carta. Quando sento russare il vecchio che sta nella mia stanza spezzo un toscano e me lo accendo.

Lo sento ansimare il disgraziato e poi, ogni tanto, perdere il respiro. Mentre aspiro grosse boccate che con gusto sbuffo in aria, mi diverto a contare i suoi secondi di apnea. Gli è rimasto poco al vecchio e una notte di queste mi costringerà a contare all’infinito.

I giorni passano lenti e le notti insonni, qualche volta aspetto l’alba alla finestra con i gomiti poggiati sul davanzale. 

Certe volte succede che in giardino sento il canto di una cinciarella e allora mi affaccio alla finestra per cercarla. L’ho vista lanciarsi dai rami per scacciare gli altri maschi e diventare minacciosa coi suoi voli sfarfallati e le sue beccate veloci. Un minuscolo sovrano che governa il suo piccolo regno senza mai stancarsi.

Ha le piume blu sulle ali, verdi sul dorso e il petto giallo. Due macchie bianche fanno da contorno al suo becco fatto per dar la caccia ai bruchi di cui va ghiotto. Non sta mai fermo il passerotto e quando spicca il volo si sentono le sue ali frullare e poi lo vedi schizzare via come fosse indemoniato.

Ogni primavera si trova una nuova compagna che conquista farfalleggiando in aria per poi planarle incontro con nel becco un piccolo regalo. Quando giunge l’ora della cova succede che si posa sul ramo più alto, si gonfia tutto e con le piume rizzate si fa più grosso e con il petto teso si lancia in picchiate rapide e precise contro chiunque minacci il regno.

Quando, invece, al nido, si sentono i pulli strillare, allora lui si allontana a cercar bruchi e si alterna con la sua compagna senza mai stancarsi. 

Lo scorso autunno avrei voluto urlargli di restare.

Certe notti succede che mi allungo senza aspettare l’alba e certe notti succede che resto sveglio e mi rigiro sul cuscino con gli occhi aperti e allora mi siedo sul letto e tiro fuori alcune foto dal cassetto del comodino che sta accanto al letto.

Mia figlia è solo un volto stampato su un pezzo di carta. Ho chiesto a Josè di cercarla sul suo profilo. Ha un cognome che non è il mio e non sa chi sono e se ci sono.

In una foto c’è un uomo con un vestito elegante che lei chiama papà e sottobraccio l’accompagna tutta vestita di bianco.

Ho dei nipoti anche, ma nessuno porterà il mio nome.

Josè certe sere mi porta delle pasticche per dormire, ma quelle sono cose che ti tolgono i pensieri e ti fanno biascicare quando parli anche se poi non è che io parli così tanto e allora io mi sento stanco e mi sdraio sopra il letto ma i miei occhi non si chiudono lo stesso.

Io li voglio i miei pensieri e allora io le chiedo a Josè le pasticche ma non le ingoio. Ci sono vecchi qui in ospizio che invece, i pensieri, li vogliono cancellare e allora io le spaccio per avere qualche bicchiere di vino in più o per un pacchetto di sigarette rosse forti.

Sono a fine corsa ormai, come l’altro vecchio nella stanza. E allora succede che al mattino mi trascino con le ossa che mi fanno male e con il fiato corto fino in fondo al corridoio. Mi chiudo in quel cesso e conto le mie rughe e le grosse macchie scure sul mio viso. Una per ogni amico tradito.

Guardo tra le dita quel coso ormai inutile e rinsecchito e mi sforzo di pisciare.

Un racconto di Andrea Pretara

Illustrato da Angelo Russo

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