Spaziotempo

Nel sogno era appena entrata a scuola, correndo abbastanza veloce da arrivare in tempo, ma evitando quelle odiose chiazze sotto alle ascelle. I corridoi però erano lunghi e colmi di svolte cieche; le pareti verde dentista parevano quelle di un ospedale nei film dell’orrore. Forse era passato troppo tempo perché il suo cervello si ricordasse dove stava la classe; o forse era uno di quei giochetti metaforici dell’inconscio. Nell’ultimo corridoio si era imbattuta in un gatto pezzato accoccolato, che faceva le fusa; e proprio allora una donna con un lungo cardigan, logoro e muffo di pelucchi, era sbucata da una porta, e la voce le era uscita gridata come un colpo di tosse: Anita, la classe la sta aspettando. Solo in quel momento il gatto si era drizzato sulle zampe, soffiando di stizza, eppure continuando con le fusa, quasi tremasse, vibrasse… e lei svegliandosi si era resa conto che in quella sua vecchia scuola era già un’insegnante.

Sul comodino il suo cellulare ronzava. Lo schermo l’accecò, ma riuscì a sillabare numero sconosciuto. Il solito spam, pure alla domenica. Si stirò, infreddolita dal sudore intorno al collo. Di fianco a lei Matias non c’era, ma una nicchia vuota ne conservava ancora il tepore.

Lo cercò nelle tre stanze che affittavano, lo trovò in cucina, che si spalmava un toast.

“Vai da tua madre?” le chiese, senza voltarsi.

“Ne fai uno anche a me?”

Matias si girò, coltello a mezz’aria.

“Ne faresti uno anche a me, prima? Comunque sì, dopo ci vado. Ma devo preparare alcune cose per domani”.

“Hai già finito la valigia?”

“Quasi. Parlavo di testi, per il seminario”.

Lui si voltò e si rimise a spennellare un’altra coppia di fette di pane.

“Dopo parliamo anche di ieri. Non mi hai appoggiato”.

“Certo, ma dalle tregua. È sconvolta, cazzo. Sono i primi giorni che passa da sola dopo vent’anni”.

Lui alzò le spalle. Le sembrava che ormai le conversazioni si svolgessero tra lei e un paio di  natiche. Matias stava sempre facendo altro ma chiedendole attenzione, lei stava sempre pensando altrove e sforzandosi di concedergli attenzione. Altro che avere un bambino.

“Tuo padre invece? Tuo fratello che dice?”

“Bene, secondo i medici. Tutto ok. — poi, colta da un impulso, — Anzi vado ora da lei, guarda. Mi vesto e vado”.

“Prendi la macchina?”

“Vado in tram”.

Un tempo viaggiare sui mezzi donava alla giornata un rassicurante senso di energia. L’adrenalina irrisolta dell’alba, la calma affaticata della sera. Da qualche anno era solo alito di caffè stantio, puzza di sudore, sguardi fissi agli schermi.

Mentre il vagone in cui si trovava sferragliava verso l’appartamento dei suoi, l’algoritmo le propose un articolo sullo spazio-tempo. Il pezzetto di testo, poco più che un titolo stirato con l’AI, spiegava che secondo studi non ben meglio precisati il tempo sarebbe stato qualcosa come… un’allucinazione collettiva.

Anita si sforzò di fare i conti con le implicazioni di quel pensiero, e non capiva se fosse una prospettiva agghiacciante; doveva esserlo, eppure le diede conforto. Ma doveva essere per forza un pensiero terribile; se ti metti a pensarci, esci di senno. Ogni cosa che avviene, avverrà, è già avvenuta, tutto in un unico pastone spazio-temporale, a cui non c’è rimedio. Bye bye libero arbitrio. Allontanò lo schermo, nauseata, decise di spegnere il telefono.

Sua madre Agata venne alla porta ciabattando, in una vestaglia lisa. Le parve più vecchia; in ospedale c’era venuta tutta azzimata, con un vestito quasi formale, e forse Anita era stata infastidita dai colori pacchiani di quelle stampe fintamente orientali, come da qualcuno che fa battute ai funerali. Ma non era mica un funerale, no? L’operazione era andata bene. Quasi bene. Non si era ancora svegliato, ma poteva essere normale.

“Grazie, che gentile” borbottò, appoggiando la vaschetta di alluminio di fianco al lavandino. Il luogo più vicino alla spazzatura?

“Per la maleducazione di Matias ieri? Sembra uno dei miei ex-alunni”.

Agata levò lo sguardo al soffitto con aria corrucciata, poi tornò traballando alla poltrona.

“Mamma, non è stato maleducato. E ha trentacinque anni. Hai sentito Valerio?”

La madre guardò ancora in alto, fissando un punto preciso.

“Lì ci sta venendo una macchia. Quando tuo padre torna gliela facciamo pitturare”.

Anita aprì la bocca per replicare, non ne ebbe il tempo. Si udì un trillo subacqueo. Agata distolse lo sguardo dal soffitto, “i soliti call center”…

“Dove è il telefono, mamma”, ordinò.

“Deve essere finito da qualche parte, è tutta la mattina che chiamano”.

Anita percepì un calore alla base della nuca. In quella casa c’era sempre un’afa estiva, e prima o poi sarebbe stato un problema suo e di Valerio, come anche la macchia sul soffitto. Non era pronta a pensare di vivere in quella casa; non era pronta a tante cose. D’altra parte, l’articolo sullo spazio tempo risbucò fuori, a ricordarle che non era questione di “essere pronta”: in uno spazio-tempo del cazzo, quell’Anita c’era da sempre.

“Guarda, è qui”. Era finito tra i cuscini. Lo estrasse, ma aveva appena smesso di trillare. Cinque chiamate.

Ad Anita tremavano appena le mani. Si allontanò dalla stanza, cercando aria.

Numero sconosciuto.

Non era pronta.

Valerio cell. Numero sconosciuto. Valerio cell.

Sentiva, soffocata, la voce di sua madre che continuava a delirare su quella macchia. Chissenefrega della macchia. Non era per nulla pronta, cazzo. Ed eppure.

Il telefono squillò ancora.

“Pronto”, disse.

Un racconto di Federico Zagni

Illustrazione di HorusRa

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