È inutile che forzi la serratura. Hai saltato gli scalini a due a due, come ai vecchi tempi, e la cassa toracica ti si apre e chiude come una fisarmonica. Ma fatti passare l’impeto, respira e poi gira la chiave come se fossi Meredith Grey che sfila la mano da un cuore emorragico.
Lui è lì, come sempre. Tuo padre è un pesce, pensi. Un pesce d’acquario, di quelli che usano le pinne solo per rimanere a galla. È lì in silenzio, quasi immobile. Dall’altro lato del corridoio tua madre si riempie le orecchie del fracasso di pentole e padelle.
«Sei tu?»
Ti stupisci di come abbia potuto sentirti in mezzo a tutto quel frastuono.
«Sì», rispondi ed entri in cucina a salutarla.
«Tuo padre è di là che legge» annuncia.
«È fatta, mi hanno spedito il contratto, inizio fra tre mesi, il tempo di chiudere di là».
Pronunci quelle parole e cerchi nel viso di tua madre quella gioia che conosci bene: la sua bambina che si fa strada nel mondo, salario più alto, posizione prestigiosa, attesa trepidante per quello che sarà. Lei ti guarda e accenna un sorriso, ma dura troppo poco per ricaricare gli occhi stanchi. A forza di dar da mangiare ai pesci dell’acquario è diventata senza slanci come loro. Bella fregatura.
«Ho fatto i sottaceti con Adriana» ti informa, e la tua bella notizia è spazzata via da un colpo di pinna.
«Bene!» replichi, anche se ‘bene’ non sai esattamente cosa significhi. I sottaceti ti fanno cagare e oltretutto ci si mette una vita a prepararli, e poi cosa resta? Un mucchio di pezzettini acidi che pungono il fondo della lingua e increspano le tonsille ad ogni passaggio.
«Come lo trovi?» domanda lei.
Nessuna curiosità su come stai, che fai, come ti senti, nessun accenno a come sta lei, che fa – ah sì, i sottaceti – come si sente, ma sempre la solita stessa domanda che arriva puntuale come i botti a Capodanno: come lo trovi?, come se avessi paura di ritrovartelo davanti con un pezzettino in meno. Un puzzle a togliere.
«Dai, non mi sembra peggiorato, è come sempre», reciti il mantra per l’ennesima volta e passi oltre.
«Ho portato gli scacchi e la torta».
Tua madre ti guarda, negli occhi un guizzo fulmineo, chissà in quale vasca di ricordi sta nuotando.
«È una vita che non giochiamo più».
La osservi incredula, non l’hai mai vista prendere in mano una pedina.
«Ho comprato quelli magnetici».
Li hai presi da Collins, il negozio dei cinesi nato sulle ceneri del vecchio bowling. Tra la chiusura del bowling e l’apertura dei cinesi saranno passati dieci anni, ma per te lo spessore del tempo è dettato dal numero di visite che riesci a fare: una all’anno, per festeggiare tuo padre. Una cadenza ragionevole, se pensi a quanto ti ci vuole poi a calmare la tempesta di emozioni che ne scaturisce.
Lasci tua madre a fantasticare di scacchi e antichi bagordi, e in punta di piedi ti dirigi in salotto. Tuo padre alza lo sguardo, gli occhi vitrei pian piano si spalancano, la bocca si schiude, la lingua si stiracchia. E mentre aspetti che la mascella si scrolli di dosso le aderenze ossidate e butti fuori il solito ehilà, pensi al bradipo di Zootropolis, che distribuisce tre parole al minuto. Solo che ora non ti viene molto da ridere.
«Ciao pà», ti adegui alla metrica bisillabica, questione di empatia.
«Ma ‘sti capelli da scienziato pazzo? Ti decidi a tagliarli?» Spalanca di nuovo gli occhi, stavolta le sopracciglia si inarcano, la fronte si stira e la bocca si apre del tutto. L’ingranaggio è ripartito, sorride.
«Ée coóme ci aàrrivoó daàl baàrbiereée?» Grattugia le vocali lungo il palato, poi gran finale in falsetto. D’un tratto ti viene in mente il corso di cinese a Madrid, la prof sbracciarsi nell’intento di mimare i quattro accenti principali, esasperandone l’intonazione. Ecco, tuo padre parla come un prof di cinese.
«Andiamo».
«Doóvée?»
«A festeggiare con una partita di scacchi. Fidati».
Gli infili le scarpe, strilli a tua mamma che voi andate. Stavolta non ti sente, poco male.
Lo tiri per le braccia, lui si dà lo slancio e atterra coi gomiti sull’aiutino, così lo chiama, il deambulatore versione premium che il fisiatra gli ha consigliato. Come fosse un vestito: ti sta bene, ti piace? Compratelo.
Lo aiuti a scendere le scale di casa, tutto fila liscio e in dieci minuti siete al piano terra. Tua madre, nel frattempo, si è accorta di tutto e vi segue senza dire niente. Ti giri verso di lei solo alla fine:
«Prendi torta e scacchi».
Accosti l’auto al marciapiede, lo sportello all’altezza dell’aiutino. Gli dai una mano ad infilarcisi dentro: santi SUV, santissima Volkswagen, l’altezza è quella giusta, lui si china leggermente, si appoggia alla portiera ed entra senza perdere l’equilibrio. Si parte. Guidi a passo d’uomo, vuoi evitare di farlo star male. Ti addentri nelle viuzze del paese, la gincana ti costa gli insulti di quattro ciclisti che ti si accodano dietro, e un colpo allo specchietto di un’auto parcheggiata male.
Ci siete.
«Guarda pà, hanno rifatto il lungomare, hai visto quante panchine ora? E quante aiuole? E gli scacchi, guarda! Hanno messo quelli giganti in terra, e vedi quei tavolini di pietra ai bordi della piazzetta?»
Lui è lì ma guarda lontano, oltre la piazzetta e i tavolini, oltre l’insegna del lido, le scalette che scendono in spiaggia e gli ombrelloni chiusi per il vento. Gli occhi sono intrisi del color vinaccia del mare al tramonto: ha già scavalcato l’acquario ed è tornato a nuotarci dentro.
Un racconto di Guendalina Bruni

