Il sabato in cui Daniele non riuscì a piangere era anche il sabato in cui il cielo sopra Alessandria aveva assunto quella tonalità precisa e ricorrente — grigio ferroso con striature giallastre verso il basso, come lividi su una coscia — che lui aveva sempre associato all’infanzia, al parcheggio davanti all’Esselunga, alla mano di suo padre che stringeva la sua mentre attraversavano la strada. Il nuvolone da impiegati, lo chiamava così suo papà. Quello che arriva il venerdì pomeriggio, va via la domenica sera e ti frega sempre. Lo stesso che segue il ragionier Ugo Fantozzi quando va in vacanza. Adesso suo padre aveva settantasei anni e stava seduto al tavolo della cucina con le mani piatte sulla tovaglia a quadretti che Daniele aveva comprato all’IKEA tre anni prima e che il vecchio non aveva mai commentato, né in bene né in male. «Hai ripreso a fumare» disse suo padre. Non era una domanda. Daniele aprì il frigorifero solo per fare qualcosa. «Ogni tanto.» Suo padre non alzava mai la voce e quindi Daniele non aveva imparato a difendersi da lui; non aveva sviluppato quella particolare forma di anticorpo che si materializza solo sotto aggressione diretta. Le ferite o gli attacchi di suo padre arrivavano sempre da sotto, come le radici di un albero che deformano il cemento. Fuori dalla finestra il nuvolone era fermo, anche quel sabato, come una grande mongolfiera tenuta a terra da fili e zavorre. Quella era la sua caratteristica fondamentale, Daniele non l’aveva mai capito da bambino ma adesso, a quarantaquattro anni, gli sembrava ovvia come la matematica: il nuvolone non si spostava. Altri passavano, si trasformavano, diventavano pioggia e poi sole e poi niente. Quello sopra Alessandria restava. Era un’entità climatica sostanzialmente immobile, radicata da qualche parte sull’orizzonte industriale della pianura, e poteva durare giorni. Settimane. Daniele aveva una memoria specifica: aveva attraversato un intero mese di marzo sotto quella luce lì — l’anno delle medie, forse, o il primo anno di liceo, difficile dirlo adesso — convinto che quella fosse semplicemente la luce del mondo, che non ne esistesse un’altra. Del resto persino i giocatori della squadra locale, la U.S. Alessandria Calcio 1912, avevano un soprannome appropriato al meteo ricorrente: i grigi.
Suo padre, dal nulla, annuì lentamente. Aveva smesso di guardarlo e fissava la tovaglia a quadretti con un’espressione imperscrutabile che Daniele non sarebbe mai riuscito a leggere, a capire del tutto. Quarantaquattro anni vissuti accanto a quell’uomo e non sapeva ancora se stesse aspettando di rimproverarlo o semplicemente guardando la tovaglia. «Faccio un caffè» disse Daniele. «Ne ho già uno». «Anch’io». Aspettò che il bis del caffè salisse lentamente, con quella modalità serafica della moka che sua madre aveva comprato negli anni Ottanta e che ora lui aveva ereditato insieme al vecchio e alla casa e a tutto il resto, e pensò — come pensava sempre, in quella cucina, davanti a quella moka — che avrebbe dovuto sposarsi. Non nel senso di trovare qualcuno: aveva trovato persone nel corso degli anni, ne aveva trovate anche fin troppe. Piuttosto nel senso di costruire qualcosa di abbastanza solido da poterlo mettere tra sé e suo padre come un mobile ingombrante tra due stanze. Daniele aprì la finestra di un dito e l’aria entrò con quel suo odore di pianura — terra, umidità, qualcosa di chimico lontano — e il nuvolone era ancora lì, immobile, come se aspettasse qualcosa. «Fa freddo» disse suo padre. «È aprile.» «Appunto.» La caffettiera cominciò a borbottare. «Sai cosa pensavo proprio stamattina?» disse suo papà. «Cosa pensavi?» «Che non sono mai stato un buon padre.» Daniele si voltò. L’uomo stava ancora guardando la tovaglia. «Non è vero» disse Daniele, e lo fece automaticamente per poi odiarsi per come era venuto fuori: veloce, difensivo, definitivo. La risposta di qualcuno che non vuole affrontare quella conversazione. Non proprio quel giorno perlomeno. Suo padre alzò la testa. Lo guardò senza dire niente, con quegli occhi grigi che Daniele aveva ereditato e che vedeva ogni mattina allo specchio senza riconoscerli come propri. Fuori il nuvolone pareva diradarsi ma probabilmente era solo una finta, un’illusione ottica. Daniele versò il caffè in due tazze, portò quella di suo padre al tavolo, si sedette di fronte a lui. Non c’era niente da dire che non suonasse finto o tardivo, e suo padre sembrava saperlo, perché non aggiunse nient’altro. Bevvero il secondo caffè in silenzio. Poi suo padre posò la tazza con una cura eccessiva. «Lei non lo sapeva,» disse. Non era una domanda. Daniele lo guardò perplesso. «Tua madre, dico. Non lo sapeva che avevi ripreso a fumare.» Daniele bevve un sorso dalla tazza. «È morta, papà» «Lo so che è morta».
Il padre richiuse la finestra. I tizi delle pompe funebri, nella stanza a fianco, avevano finito di fare il loro lavoro e un uomo dimesso, corpulento — doveva essere il responsabile — fece capolino nella stanza sistemandosi la cravatta. «Arrivo subito» disse Daniele e, prima di uscire dalla cucina, guardò suo padre velocemente: «No, non gliel’avevo detto.»
Fuori, il nuvolone non si era ancora mosso.
Un racconto di Lucio Laugelli
Illustrazione di Sofia Petrucci

