Il nuvolone di zolfo è appeso sopra casa come un avvertimento.
«Prendi il portafoglio e muoviti che mi piacciono i lampi.»
La sua sagoma compare nel riflesso della finestra. Già, rifletto. A lui piacciono i lampi, le esplosioni, il fango. Ama rotolarsi sulla terra umida, inzaccherarsi nelle pozzanghere, mentre io sono idrofobico. Eppure stiamo per uscire sotto questo cielo tossico. Le bombe rombano dentro il cranio. Meglio quelle che non i suoi continui rimproveri. Non esco per lui, mi convinco. Oppure sì. Joe mi fissa immobile, il muso puntato verso l’alto, gli occhi rossi e febbrili, i denti scintillanti. Potrebbe saltarmi al collo e sbranarmi; invece continua a parlare, a urlarmi in faccia che vuole giocare sotto la pioggia. Ha preparato bene le mosse da bravo scacchista. Affonda il colpo: «Vai a controllare se hai spento la stufa a tua madre, brutto stronzo.»
Arriva il tuono, la scudisciata, il boato.
L’ho spenta.
«Sei sicuro?», ribatte, con il suo gergo nervoso. Mi perfora la testa. Alza perfino un sopracciglio, guardatelo. Avrei dovuto chiamarlo Ivan il Terribile.
Mamma vive qui, vicino casa mia. L’ho portata con me da quando la malattia mentale l’ha colpita. Lasciarla nella città in cui mi ha tirato su significava condannarla. Il buon vicinato non ci avrebbe messo tanto a chiamare chi di dovere. La MegaDitta Corporation sarebbe stata così umana da riceverla in una vecchia casa di riposo: una delle loro fabbriche d’oblio, imbottirla di farmaci colorati, nessuna mano amica. Lasciata a spegnersi in un letto come una fiammella aggrappata all’ultimo brandello di cotone.
Mi convinco che la pet therapy possa esserle d’aiuto. Con questo cane che mi ritrovo non ne sono tanto sicuro, ma possiamo provare.
«Ho messo mamma a letto, le ho dato il bacio della buonanotte anche se lei guardava nel vuoto, e sì ho spento la stufa.»
Mi guarda infastidito: gli occhi sono due led porpora, la bava gli cola tra i denti, una schiuma bianca che ricorda la spuma sulle acque torrenziali dove una volta mi sono sentito perso. La pioggia fa riemergere ricordi, colpe e cadaveri. Joe vede dentro di me. Lo sa, e ci gioca. Il suo sadismo non ha limiti pur di volermi trascinare fuori. Fa pet therapy anche con me; vuole che affronti le mie paure, ma io ora voglio soltanto restare a casa.
«Muoviti», ordina, sorprendendomi alle spalle. «A tua madre non ci pensi», ringhia. La coda dritta, le orecchie all’indietro, il pelo rizzato: pronto all’attacco.
Usciamo. L’acqua mi arriva alle caviglie. Sono di nuovo lì, su quelle sponde, immerso fino al collo.
La luce di un lampione sfarfalla nella notte, una vibrazione elettrica, un ronzio che mette paura. Un lampo mi taglia gli occhi. Quando la luce arriva così, mi riporta a quella notte.
Il flash della macchina fotografica, la vibrazione nella tasca, l’insegna al neon “Barcollo ma non mollo”, con luci rosa e azzurre. Mi cavo fuori dalla tasca il cellulare e controllo il nome sullo schermo: Mamma.
«Ehi figlio di un cane, vieni a bere o ti fai le seghe?»
Alzo la testa verso il sorriso di Aldo Brandi nel locale col boccale in una mano, e l’altra a stringere la vita di Jasmine. Mi fa l’occhiolino. Intanto “mamma” vibra ancora. Mi chiamerà finché non le rispondo. Meglio ora che dopo.
«Pronto, mamma, dimmi.»
«Sono le due, dove sei? Fra quanto torni? Ma con chi stai?»
La voce assonnata, una latente preoccupazione.
«Fra poco torno. Non preoccuparti. Vai a letto.»
«Lo sai che non ci riesco. Non fare troppo tardi, andiamo. Torna presto.»
«Va bene. Però ora vai a dormire, io massimo mezz’ora e sto a casa.»
«Mezz’ora?»
«Sì», le dico, ma so di mentire. Guardo Aldo e alzo l’indice quando mi accorgo che viene verso di me. Non voglio che mia madre ascolti le sue cazzate. «Se hai freddo…», le dico, ma mamma ha già attaccato. Posso tornare dai miei amici, libero di ubriacarmi e di provarci con l’amica di Jasmine.
La pioggia scava la roccia ma non spegne le fiamme. Il fuoco divampa, le lingue sono alte, grosse. Le vedo dalla strada, dove l’auto ombrosa di Aldo mi ha lasciato in una scia di fumo. Luci blu, sirene spiegate, fiotti a cascate. Puzza di bruciato. Residui di mobilio sull’asfalto insieme a un ammasso indefinibile – forse un frigorifero, forse una vecchia stufa a gas. Una barella con un corpo incellofanato in una busta nera.
Oltre il vuoto della finestra, una nube di cenere e fumo inghiotte la nostra casa. Sulle sponde del marciapiede, gli occhi annebbiati dall’alcool si riempiono di lacrime sporche di fuliggine. Hanno tirato fuori un guaito smorto e un corpo esanime. Il freddo dentro brucia più del fuoco.
Joe mi sfiora la mano col muso bagnato. Non smetterà mai di riportarmi qui. Finché non riuscirò a sollevare il mio cuore dalla colpa per non essere tornato quando me l’aveva chiesto.
Per la strada deserta, il nuvolone è ancora sopra la mia testa, grigio, carico di pioggia. In lontananza, Joe fa i suoi bisogni, disinvolto. Gli lancio uno sguardo: può un cane cancellare la colpa dal mio cuore e io l’odore del bruciato dal suo pelo bagnato?
Si gira nella mia direzione.
«Vieni a giocare», proferisce. «Non avere paura, non fa così male.»
Un racconto di Agrippino Caiazza
Illustrato da Giorgio Luppino

