Il margine delle cose

Il furgoncino saltellava sulla ghiaia bianca, il profumo degli abiti appesi alle grucce si mescolava alla gomma delle valigie scaldata dal sole. Il guardiano ci aspettava davanti al cancello, sorrideva. Si chiamava Angel, come il settanta per cento della popolazione maschile del luogo. Credo di non avergli mai visto le labbra, ad Angel. Solo i denti. Bianchi, enormi, affilati.

Il suo sorriso riverberava la luce abbacinante del mattino.

La prima volta che ero andata a vedere la villa mi era piaciuta subito, molto americana. Fuori contesto, e tutto ciò che c’era intorno al residence era lì per ricordarmelo, ma dietro quel cancello mi sarei sentita al sicuro.

“Non devi aver paura dei morti ma dei vivi” mi diceva sempre papà, ecco perché il campo santo lì davanti non mi spaventava. Un piccolo cosmo inclinato protetto da un altro cancello, antico e arrugginito, e un muretto a secco basso e diroccato da cui spuntavano lapidi e croci come denti rotti.

Incastrati tra i due cancelli, guardavamo il furgone allontanarsi nella strada polverosa, salutando con la mano il collega che ci aveva accompagnati.

Stavo fumando una sigaretta in terrazza e osservavo il cimitero puntellato di viola e arancio, era quasi il Dia de los Muertos. Nel silenzio della controra ho sentito un cavallo nitrire e il familiare odore acre del fiume, uno scorpione mi è passato veloce tra i piedi nudi.

«Non puoi girare scalza come una sciamana, qui», mi ha detto Andrea richiamato dal mio urlo.

«Veramente li ho visti anche in paese, passeggiavano sul muro dell’albergo».

Non ha fatto in tempo a ribattere che è suonato il campanello. Angel era venuto a controllare che stessimo bene.

«No pasa nada Angel, gracias. Solo uno scorpione».

«Di notte si infilano nelle scarpe, non lasciatele sul patio. “Il diavolo ne sa di più perché è vecchio, non perché è diavolo”». Sorriso e occhiolino.

Nel residence gli abitanti si stavano preparando per la festa, nel giardino centrale le donne allestivano i tavoli mentre gli uomini attaccavano alle pergole fili di lucine, scheletri e papeles picados. Nel cimitero c’era un via vai di gente che arrivava carica di cempasúchil e candele e cibo, per apparecchiare le ofrendas sulle tombe dei loro cari.

Forse erano i fiori, non il fiume. Quell’odore acre e intenso serpeggiava tra le villette come una nube pestifera, lo ingoiavo a ogni respiro, mi veniva da vomitare.

Rientrata in casa, per prima cosa, ho infilato tutti i vestiti in lavatrice. In albergo mi era mancata moltissimo.

«Li lavi di nuovo?».

«Sì, non profumano più».

Per stendere dovevo salire sul tetto piatto, dalla mattonata rovente si alzavano due pali di metallo, altissimi, come braccia rivolte al cielo. E un pomeriggio ho sentito un canto salire dal giardino dei vicini: una ragazzina bruna teneva tra le mani alzate una coppa, il palo santo la avvolgeva tra le sue spire di fumo mentre lei intonava la sua preghiera. Mi sono girata di scatto, a disagio, un’intrusa.

Da lì sopra si vedeva il fiume, sulla riva una signora ricamava con i piedi nell’acqua, seduta su una coperta. Tirai giù i vestiti, sapevano di cane bagnato, mi toccava lavarli di nuovo.

«Il fiume è proprio qui dietro», dissi ad Andrea.

«Mi sembrava di averne sentito il fetore».

«Io pensavo fossero i fiori».

«Di certo non si può perdere la strada di casa, questo posto ha un odore singolare».

«La ragazzina dei vicini è strana, l’ho vista farsi il bagno nell’incenso e pregare».

«Prende la ricorrenza molto sul serio».

L’ho accompagnato alla porta, andava a una cena di lavoro, sull’uscio c’era un cestino con un bigliettino: Bienvenidos. Dentro c’erano jalapeños, pan de los muertos, pasta, Nutella e un pezzo di Parmigiano.

Ci siamo guardati intorno sperando di poter ringraziare qualcuno, ma c’era solo Angel vicino al suo cancello, a salutarci e fare ok con la mano.

Il caldo durante il giorno era asfissiante, ma di sera la temperatura calava, le grandi finestre iniziavano a piangere e la mattina ci si svegliava in un acquario. Il tetto era diventato il mio posto preferito, mi piaceva asciugarmi al sole fino a che non vedevo le prime gocce, tutti i giorni alla stessa ora, macchiare i mattoni.

Leggevo, un vociare flebile mi ha distratta, la ragazzina stava parlando con la vecchia ricamatrice che aveva finito il lavoro, con le forbici ha tagliato l’ultimo filo, poi l’ha mostrato alla ragazzina che si è seduta con i piedi in acqua, vicino a lei.

«Ma secondo te il fiume è balneabile?», ho chiesto ad Andrea quella sera.

«Secondo me è radioattivo».

«C’è una signora che ci va tutte le mattine e ci mette dentro i piedi».

«Ce li ha ancora tutti e due attaccati?».

«Lo fa anche la figlia dei vicini».

«Quale figlia dei vicini?».

«Come quale? La svitata che abita qui accanto».

«I vicini hanno solo un bambino, Emiliano». 

Nel piatto il brodo era diventato un lago di ghiaccio.

«Che hai? Sei strana».

«Anche tu. Perché hai tagliato la barba?».

«Mi fa sudare».

«Sembri diverso».

La mattina dopo mi ero svegliata presto, le lenzuola mi si appiccicavano alle gambe come un sudario di alghe. Sono uscita dal residence, Angel mi ha mostrato i suoi grossi denti, ho camminato tra i campi diretta al fiume. La ricamatrice era già là, mi ha sorriso. I raggi del primo sole cercavano una moneta d’oro dimenticata sul letto del fiume, mi sono seduta accanto a lei che profumava di mandorle e rapita da quel bagliore, piano piano, sono scivolata nell’acqua.

Un racconto di Allegra Fornaro

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