Ci avete fatto caso? Il bianco non è mai davvero bianco. Dopo anni di candeggina economica e sudore freddo, il cotone assume quella sfumatura giallastra, simile alla pelle degli itterici o alle pagine dei messali abbandonati nelle sagrestie.
Mio padre chiamava quella barriera di stoffa “la mia armatura”. Lo diceva con un sorriso sghembo, ma non c’era ironia nei suoi occhi; solo un’atavica stanchezza sedimentata in anni di umiliazioni masticate in silenzio.
Ogni mattina il rituale era identico: seduto sul bordo del letto, con le vene delle gambe che disegnavano mappe di fiumi in piena, afferrava l’elastico sformato e lo tirava su. Non ai fianchi, dove la natura avrebbe previsto, ma più in alto. Sempre più in alto.
L’elastico doveva cingere il torace, schiacciare il diaframma, quasi a voler contenere un cuore che batteva troppo forte per l’ansia di beggiare in ritardo. Quella mutanda tesa fino al plesso solare era il suo confine: sotto c’erano le viscere, la paura di cedere, la lenta marcescenza; sopra c’era il cuore, la necessità di resistere, l’anelito alla sopravvivenza.
«Serve a stare dritti, figlio mio», mi disse una volta, mentre si radeva con gesti meccanici. «Se molli la presa lì sotto, crolla tutto il resto. Ti si sgonfia l’anima e finisci per strisciare».
Lo vidi morire in una stanza d’ospedale che puzzava di cavolo bollito e disinfettante.
Quando l’infermiere lo spogliò per prepararlo all’ultima siringa, provai un senso di vergogna che mi bruciò la gola. Quell’elastico, teso fino allo sterno, sembrava l’ultimo laccio emostatico applicato a una vita che perdeva dignità da ogni poro.
L’infermiere accennò un ghigno, lo sguardo di chi vede un relitto umano e ci trova del grottesco.
Io avrei voluto urlare che quell’armatura era l’unica cosa che lo aveva tenuto in piedi per trent’anni, la sua linea Maginot contro il disprezzo dei superiori e la ferocia dei colleghi.
Dopo il funerale, mi ritrovai davanti allo specchio. Oltre al suo lavoro avevo ereditato la sua faccia, il suo cognome che suonava come un inciampo e quella sensazione di essere fuori posto ovunque, come un errore di battitura in un contratto importante.
Il primo giorno di lavoro in archivio successivo al permesso per lutto, sentii il freddo dell’acciaio. Ero circondato da polvere e faldoni che contenevano vite amministrative concluse da decenni. Mi sentivo fragile, come se la mia pelle fosse troppo sottile per proteggermi dai sussurri dei ragazzi del piano di sopra, quelli che quando non parlavano di archiviazione in cloud, parlavano di apericene
Presi l’intimo che avevo comprato al mercato. Era alto, pesante, anacronistico. Lo infilai, tirai e… tac! Sentii l’elastico stringermi le costole, bloccarmi il respiro in una morsa rassicurante. In quel dolore sordo, in quella costrizione che mi impediva di piegare la schiena, trovai la mia forma. Era la forma della sottomissione elevata a sacrificio.
Ogni volta che il capoufficio mi chiamava “quello dell’interrato”, ogni volta che una donna distoglieva lo sguardo sul tram, io sentivo la pressione del cotone contro le coste. Era un segreto ridicolo, una barriera invisibile tra me e l’universo. Non era una scelta estetica; era la fasciatura di una ferita che non sarebbe mai rimarginata. Più cercavo di scendere a patti con l’esistenza, più alzavo quel muro di stoffa. Volevo coprire lo stomaco che ribolliva di rabbia muta; volevo coprire i polmoni che faticavano a trovare ossigeno; volevo coprire il cuore, perché nessuno potesse vederlo tremare.
Una sera, tornato a casa, non riuscii a toglierla. L’elastico era diventato parte della mia carne. Mi guardai allo specchio: adesso ero anch’io, come mio padre, una creatura divisa in due. Una metà superiore che cercava aria e una metà inferiore inghiottita dal bianco ingiallito.
Oggi vedo i ragazzini coi pantaloni calati, che mostrano l’intimo firmato con orgoglio sfacciato, e sto male per loro. Non sanno ancora cosa significhi aver bisogno di un argine. Non sanno che arriverà il giorno in cui anche loro sentiranno il vuoto dentro lo stomaco, e cercheranno disperatamente qualcosa che li stringa, che li fermi, che impedisca alle loro viscere di finire sul marciapiede.
Mentre cammino verso l’archivio, sento che la stoffa ha raggiunto le ascelle. Mi sento sottovuoto, pronto per essere archiviato insieme ai faldoni che sposto ogni giorno. La gente mi guarda e vede un uomo buffo, un relitto con i pantaloni troppo alti e l’andatura rigida di chi ha ingoiato un pilastro. Non sanno che sto solo cercando di non andare in pezzi. Non sanno che questo elastico è l’unica cosa che impedisce alla mia disperazione di tracimare e allagare le strade.
Cosa cazzo ci sarà, poi, da ridere, nel vedere un uomo che si stringe da solo fino a soffocarsi?
Un racconto di Gino Ciaglia
Illustrazione di Raffaele Messinese

